Cittadini a metà

Le barriere d’accesso alla casa per i pazienti psichiatrici

CITTADINI A META’
LE BARRIERE D’ACCESSO ALLA CASA PER I PAZIENTI PSICHIATRICI
Eppure io per il mondo (avevo) girato girato senza mai poter dire:
“Questi sono i miei beni. Su questa trave invecchierò. Morirò in questa stanza”
Cesare Pavese
Mario Cardano*
Laura Negri**
Luciano Sorrentino***
*Professore straordinario in Metodologia delle Scienze Sociali presso l’ Università degli Studi di Torino.
**PhD in Psicodinamica delle Relazioni e dei Comportamenti di Lavoro, Organizzativi e Istituzionali,
borsista post-dottorato presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino.
***Direttore Scientifico di Casa Bordino ONLUS e Direttore di Struttura Complessa di Psichiatria,
Distretto 2, presso l’Asl 4 di Torino.
Alla conduzione della ricerca hanno contribuito: Elda Adriano, Osman Arrobbio, Iria
Barbié, Mario Cardano, Giuseppina Carestia, Daniela Chiappetta, Roberto Del Prete,
Manuela Fiorentino, Francesca Grossi, Laura Liguori, Monica Montebore, Laura Negri,
Luciano Sorrentino, Mauro Zulianello.
Un vivo ringraziamento alle persone che ci hanno dedicato il loro tempo per
raccontarci la loro esperienza professionale, di volontariato, personale o la loro storia
di vita.
Attribuzioni
La redazione della Prefazione è a cura di Luciano Sorrentino, il report è stato redatto
da Laura Negri, con la supervisione di Mario Cardano, cui si deve la progettazione
della ricerca.
INDICE
PREFAZIONE pp. I-XI
RIASSUNTO pp. 1-5
INTRODUZIONE pp. 6-12
DISEGNO DELLA RICERCA pp. 13-23
METODO pp. 14-23
STUDIO A – CASA O SETTING TERAPEUTICO? pp. 24-58
ORGANIZZAZIONE DEL SERVIZIO E MODELLI D’INTERVENTO pp. 24-32
UN QUADRO D’INSIEME pp. 32-37
IL PROGETTO TERAPEUTICO E LA PRESA DI DECISIONE pp. 38-47
VOLERE O POTERE? pp. 48-58
STUDIO B VIVERE O ABITARE? pp. 59-79
VIVERE ALTROVE pp. 59-65
COME SI VIVE “ALTROVE”? pp. 65-79
STUDIO C SUPPORT(ED)IVE HOUSE? pp. 80-110
CHI E’ CASA BORDINO? pp. 80-85
HOUSE SUPPORT… OVVERO? pp. 85-89
SUPPORTO: COME? pp. 89-95
CHI TROVA UN AMICO… pp. 96-101
NOI E LORO O NOI TUTTI? pp. 101-103
MA ANCHE NELL’EDEN C’ERA LA SERPE TENTATRICE… pp. 103-109
IO VORREI… pp. 109-110
STUDIO D CERCARE CASA A TORINO pp. 111-154
RIFIUTO ESPLICITO pp. 111-117
RIFIUTO IMPLICITO pp. 117-142
DISPONIBILITÀ ESPLICITA pp. 143-151
DISPONIBILITÀ NON VERIFICABILE PER MANCANZA DI OFFERTE pp. 151-154
ALCUNE RIFLESSIONI CONCLUSIVE pp. 155-164
Appendice 1 CARRIERE ABITATIVE DEI PAZIENTI pp. 165-170
Appendice 2 TRACCE D’INTERVISTA pp. 171-178
Referenze bibliografiche pp. 179-181
I
PREFAZIONE
UNA RIDEFINIZIONE DEI BISOGNI DEI CONSUMATORI DEI SERVIZI DI SALUTE MENTALE
A proposito di barriere occorre dire che esse non esistono solo nella società in cui
viviamo. Certamente due secoli di manicomio e di gestione separata e custiodialistica
del malato di mente hanno determinato nella popolazione paura, pregiudizio e tutto ciò
che compone la stigmatizzazione di comportamenti e punti di vista non facili da
comprendere e quindi considerati anormali e pericolosi. Le barriere alla vita, però,
continuano ad esistere non solo nella società allargata ma anche e soprattutto
all’interno del sistema psichiatrico istituzionale, che non ha ancora abbandonato
definitivamente modi e stili che appartengono al passato.
Sebbene gli ultimi 40 anni siano stati di profondo cambiamento in termini di risposte,
di attenzione e di libertà producendo di conseguenza un miglioramento delle condizioni
di vita dei consumatori dei servizi psichiatrici, non si è ancora affermata una
operatività, sia in termini di senso che di significato, che permetta una ridefinizione
dello stile di lavoro: la capacità di “stare con” che consente il passaggio dalla psichiatria
alla salute mentale, permettendo un miglioramento globale della qualità della vita per
le persone più sfortunate.
Come possiamo pensare che la gente comune possa cambiare il proprio punto di vista o
pregiudizio sul “malato di mente”, quando ancora troppo spesso molti pazienti passano
la loro vita da una struttura di ricovero all’altra… SPDC, Case di Cura, Comunità
protette, istituti… luoghi dove si pratica sistematicamente la contenzione fisica, oppure
vivono una condizione di costante dislocazione passando da una soluzione residenziale
all’altra senza mai avere la possibilità di misurarsi, con un sostegno adeguato, con una
vita indipendente?
Facendo riferimento al concetto di paradigma, elaborato da Thomas Kuhn negli anni
’60, possiamo chiederci se il sistema psichiatrico si sia effettivamente modificato o se
invece è avvenuta solo una ripulitura di esso.
II
Secondo Kuhn una nuova teoria, per quanto specifica sia la sua sfera di applicazione, è
raramente, o non è mai, soltanto un’aggiunta a ciò che è già noto. La sua assimilazione
richiede la ricostruzione della teoria precedente e una nuova valutazione di fatti
precedentemente osservati, processo intrinsecamente rivoluzionario che raramente è
condotto a termine da un unico uomo e che non può realizzarsi da un giorno all’altro.
Questa “coralità” di sforzi può andare nella direzione di un mutamento delle
conoscenze accettate in un dato momento, ma, per lungo tempo, opera nel senso di una
conferma sostanziale di ciò che Kuhn chiama il “paradigma” della particolare disciplina
in quel particolare periodo. La “comunità scientifica” si comporta in modo da assorbire
le nuove “scoperte” e le nuove idee allo scopo di non mettere in crisi il paradigma (in
quanto “costellazione di credenze e di esempi condivisi da un gruppo”) eseguendo
continue operazioni di ripulitura (o riparazione) allo scopo di salvare il paradigma
stesso (Pirella 2002).
Il paradigma psichiatrico costruito nel secolo XVIII e XIX è rappresentato dalla
istituzionalizzazione massiccia nei manicomi di milioni di persone, con il solo fine di
custodire e reprimere in nome della difesa della società ed è caratterizzato dalla
mancanza di speranza e da uno stato di dipendenza perpetua per coloro che vi
entravano.
In questo contesto si è affermato il modello medico. Solo a partire dalla metà del secolo
XX si è cominciato a pensare che l’istituzionalizzazione non fosse la risposta giusta al
problema e si sono affacciate nel mondo della psichiatria istituzionale occidentale
ipotesi di riforma, ma fu Basaglia che intuì ed ebbe il coraggio di porre il problema in
termini pratici, teorici e politici.
Gradualmente e con mille difficoltà attraverso le esperienze di deistituzionalizzazione e
di trasformazione si modificava l’approccio: dal modello medico ad un modello
riabilitativo (Carling, 1995) che doveva includere il paziente psichiatrico nella società
riportandolo a godere del diritto di cittadinanza. Si è creato un drammatico conflitto tra
la “scienza normale” e “la scienza alternativa”, che però non ha prodotto la
modificazione dei rapporti di potere e degli obbiettivi della Psichiatria.
III
Oggi, infatti, vediamo che la psichiatria non ha saputo o non ha voluto cogliere la
grande opportunità che il movimento di deistituzionalizzazione ha fornito e ripropone
una versione aggiornata del modello istituzionale appena superato, includendo nel
proprio sistema tutto ciò che è parte di una vita normale come la casa, il lavoro, la
formazione, la socialità e il tempo libero istituendo programmi psichiatrici separati che
si distanziano spesso dalle reti naturali di supporto che la società offre.
I servizi di salute mentale territoriali oggi, come parte integrante del processo di cura,
dovrebbero in primo luogo occuparsi di abbattere le mura che ancora li separano dalla
comunità civile e che costituiscono una formidabile barriera, operando in primo luogo
una revisione del proprio atteggiamento attraverso un’organizzazione dei servizi che sia
proattiva cioè volta ad accogliere più che distanziare.
Tornando al concetto di paradigma, bisogna però ricordare come Kuhn fosse orientato
ad escludere da queste interpretazioni campi come la medicina, la sociologia e il diritto
“dei quali la principale ‘raison d’être’ è un’esigenza sociale esterna”. Tuttavia numerosi
autori, tra cui Castel, Scheff, Doerner, Piro, Valenstein 1 hanno poi utilizzato proprio
per la psichiatria – attività in cui si sovrappongono esigenze pratiche e organizzative ad
impostazioni puramente teoriche – la nozione di paradigma che Kuhn ha proposto.
Dobbiamo notare anche che nei lavori più tardi Kuhn stesso propose di sostituire il
termine con quello di “matrice disciplinare”. “Disciplinare” perché è il possesso comune
degli esperti di una disciplina professionale, “matrice” perché è formata da elementi
ordinati di vario tipo, ciascuno dei quali richiede un’ulteriore specificazione.
1 R. Castel, L’ordre psychiatrique, Les Editions de Minuit, Paris, 1976, trad. it. L’ordine psichiatrico,
Feltrinelli, Milano 1980 ; T. Scheff, Being Mentally Ill. A Sociological Theory, Aldine Publishing Company,
Chicago, 1966, trad.it. Per infermità mentale, una teoria sociale della follia, Feltrinelli, Milano, 1974; K.
Doerner, Buerger und Irre, Europaeische Verlagsanstalt, Frankfurt, 1969, trad. it. Il borghese e il folle,
Laterza, Roma-Bari, 1975 ; S. Piro, Trattato sulla psichiatria e le scienze umane, vol I Euristica
connessionale, Idelson, Napoli 1986; E. S.Valenstein, Blaming the Brain, The Free Press, New York,
London ,Toronto, 1998
IV
DUE ESEMPI DI RIPULITURA DEL PARADIGMA
Queste impostazioni appaiono assai ricche ed interessanti per i mutamenti che sono
intervenuti nel corso della storia della psichiatria, e non solo negli ultimi decenni.
Potremmo fare decine di esempi, nel senso di continui rinforzi del paradigma
dell’internamento o istituzionale, che postula la chiusura in uno spazio disciplinare (nel
senso di Foucault) di tutti coloro che venivano individuati, di volta in volta, dagli
apparati di potere o dalla psichiatria, come turbatori dell’ordine o dei costumi,
identificati come pericolo sociale, soggetti improduttivi ed indocili, sofferenti ed
affamati, sempre più e sempre meglio diagnosticati e valutati come “malati nel
cervello”. Oppure, in modo diverso, il paradigma viene difeso, ripulito e riparato,
mediante l’assorbimento di una parte dell’elemento di crisi, in modo tale da assicurare
la continuazione della matrice disciplinare fondamentale. È lo stesso Kuhn che osserva
che “la ricerca normale, che è cumulativa, deve il proprio successo all’abilità degli
scienziati nello scegliere regolarmente problemi che possono venir risolti con tecniche
concettuali e strumentali strettamente connesse con quelle che già esistono”.
Si può, a questo proposito, citare nella storia della psichiatria, la “soluzione” che lo
psichiatra francese Esquirol dà nell’Ottocento al problema posto dalla esperienza della
città belga di Geel, che egli visita nel 1821 e che da molti secoli – sulla base di una
vicenda storica legata alla leggenda di Santa Dimphna del VI o VII secolo – ospita folli,
talvolta assieme ai familiari, in condizioni di libertà e di socialità senza restrizioni.
Esquirol appare disorientato dalla presenza di tante persone che lui giudicherebbe
degne di un internamento e che sono libere di svolgere attività, lavorare, passeggiare,
restando ospiti di famiglie del luogo. Non riesce a darsi ragione di questo fenomeno che
mette in questione appunto il paradigma nascente dell’internamento come misura
terapeutica. Alla fine risolve la questione (il “rompicapo” direbbe Kuhn) all’interno
dello stesso paradigma con “tecniche concettuali e strumentali” che lo conservino e lo
rafforzino: istituisce infatti le “colonie agricole” dentro gli ospedali psichiatrici.
V
Viene così identificato un metodo (il lavoro coatto all’interno delle istituzioni) come
elemento compatibile che può essere assorbito, mentre viene respinto o lasciato cadere
l’elemento innovatore, quello del libero scambio sociale. Così si introduce qualcosa di
nuovo (verrà chiamata “ergoterapia”, terapia attraverso il lavoro, questa attività)
lasciando inalterato il modello nascente, cioè il manicomio con le sue regole restrittive
sotto il comando della psichiatria (Pirella, 2002).
Un secondo esempio più vicino a noi riguarda l’esperienza di Soteria. Lo psichiatra
nordamericano Loren Mosher e i suoi collaboratori hanno organizzato dei luoghi di
accoglienza non clinici (sono praticamente degli appartamenti in città) in cui con scelta
casuale, nella fase iniziale a scopo di ricerca scientifica, vengono accolti giovani
psicotici alla loro prima crisi in alternativa al trattamento standard con degenza in
ambiente clinico. Questi giovani di Soteria (parola greca che significa salvezza,
liberazione) sono accolti da nonprofessional – personale non addestrato e scelto con
criteri relativi alla loro maturità e disponibilità personale – e non sono trattati, se non
eccezionalmente, con psicofarmaci. I risultati del confronto degli esiti a distanza tra
questi due gruppi hanno dimostrato che: per quanto riguarda la persistenza dei sintomi
non vi erano differenze significative, mentre per quanto riguarda parametri come
lavoro, autonomia e funzionamento sociale, il gruppo sperimentale mostrava esiti
migliori. Tuttavia la psichiatria ufficiale, sostiene Mosher, ha preso dall’esperienza solo
ciò che era compatibile con il paradigma che prevede “strutture” e cioè le “comunità”
come spazi separati, mentre ha ignorato del tutto il ruolo dei nonprofessional con il
loro particolare “stile di lavoro”, il non uso di psicofarmaci e l’assenza di regole troppo
restrittive nell’ambiente di vita (Pirella, 2002).
Altro esempio, molto attuale, riguarda tutte le esperienze di “case supportate” che,
sebbene rappresentino il modo più avanzato di proposta all’abitare, sono tenute ai
margini del sistema di cura perché fanno emergere la contraddizione legata al controllo
ed alla custodia che si pratica normalmente nella residenzialità psichiatrica, un sistema
VI
intricatissimo definito “continuum residenziale” che vede il paziente circolare, senza
possibilità di scelta, in un sistema chiuso e senza via d’uscita.
Ulteriori riflessioni sul sistema ci spingono in questa fase a chiederci se i seguenti
principi e obiettivi sono parte dei servizi per la tutela della salute mentale e, se non
fosse così, possono diventare una sorta di decalogo di un buon servizio:
– un sistema di servizi per la Salute Mentale onnicomprensiva;
– un sistema in cui le unità operative di cura e di assistenza ospedaliera e territoriale
offrano alle persone colpite da grave disabilità psichiatrica un’assistenza ed una
cura di alta qualità, libera da costrizioni fisiche e farmacologiche con una gestione
aperta degli spazi di cura;
– un piano per la salute mentale che faciliti l’uso effettivo delle risorse attraverso il
miglioramento dei sistemi di verifica;
– le posizioni di responsabilità di coloro che erogano servizi abbiano ruoli chiari,
responsabilità definite e autorevolezza;
– il sistema di erogazione dei Servizi per la Salute Mentale si basi e risponda ai
bisogni ed alle preferenze dei cittadini gravemente colpiti da malattia mentale e da
disabilità psichiatrica, e nel contempo risponda ai bisogni delle famiglie;
– un piano per la Salute Mentale che si basi sui bisogni e sulle preferenze delle
persone gravemente colpite da malattia mentale superando lo stato di stallo o status
quo dei Servizi esistenti;
– l’elaborazione di un piano che tenga conto di quanto già capito e sperimentato e che
si indirizzi verso la soluzione di problemi concreti sulla base dei principi e degli
obiettivi;
– la dotazione di un sistema di informazione quali-quantitativa che individui i punti
forti ed i punti deboli del servizio erogato per predisporre un piano di
cambiamento;
– lo sviluppo di un piano che tenga conto delle attuali restrizioni finanziarie ma che
nello stesso tempo risponda ai bisogni degli utenti.
VII
VISIONE, MISSIONE, PRINCIPI GUIDA
Visione
Uno degli elementi più importanti di una rete di servizi integrata, di una rete realmente
efficace è la comprensione condivisa degli esiti o risultati che si desiderano raggiungere
per gli utenti che si rivolgono ad un Servizio di Salute Mentale: aiutare questi cittadini a
funzionare a livelli ottimali sia fisici che mentali, che siano cittadini con uguali diritti e
doveri e membri a tutti gli effetti della comunità di appartenenza.
Il sistema deve quindi provvedere a fornire i mezzi, le opzioni ed il supporto necessario
affinché queste persone possano raggiungere tali obiettivi scegliendo come vivere,
imparare, amare, lavorare e, perché no, giocare.
Missione
Il compito dei servizi è di aiutare le persone a raggiungere i risultati sovresposti.
I servizi devono sviluppare, coordinare, provvedere ad individuare le risorse che
servono a raggiungere questi scopi.
Le risorse devono includere tutti gli strumenti necessarie per ridurre i rischi, ed un
ventaglio di opzioni sia sul piano del trattamento che sul piano riabilitativo:
1. abitazioni a basso costo;
2. possibilità di formazione al lavoro e quindi inserimento lavorativo;
3. opportunità di inserimento sociale;
4. supporto alle famiglie ed al contesto;
5. auto aiuto.
L’implementazione della missione include attività informative e di promozione di
un’immagine positiva del sofferente mentale senza l’uso di termini stigmatizzanti e
VIII
l’opportunità che gli utenti abbiano un ruolo attivo nel governo di un Sistema per la
Salute Mentale sia sul piano della programmazione che della erogazione (non
escludendo la possibilità di impiego).
Principi guida
Sono i valori condivisi sui quali si basa l’efficacia del servizio erogato, che implicano i
seguenti obiettivi per gli utenti dei servizi di salute mentale:
1. sviluppare, dirigere e amministrare un sistema territoriale ed ospedaliero
facilmente accessibile in modo che gli utenti possano raggiungere consapevolezza,
possano imparare, gestire ed eventualmente superare il proprio disagio;
2. acquisire gli strumenti per condurre una vita autonoma;
3. avere facile accesso ai servizi;
4. assumere la responsabilità di dirigere la propria vita come membri rispettati della
comunità di appartenenza;
5. avere l’opportunità di dare un contributo esperienziale ai servizi.
La popolazione target è quindi rappresentata da persone gravemente colpite da
disabilità psichiatrica, anche se è necessaria l’individuazione della popolazione non
disabile, ma che per durata e livello di sofferenza ha bisogno di interventi specifici.
I servizi istituiti dopo la riforma si sono posti la visione, la missione ed i principi che ho
appena esposto ma vorrei però che si riflettesse sul pericolo che ci si assesti su un
modello pensando che sia il massimo raggiungibile. E’ necessario fare tesoro di tutte le
esperienze che, sebbene maturate in contesti diversi, ci dicono delle cose importanti
sugli obiettivi su cui lavorare: l’autodeterminazione degli utenti, la promozione della
normalità, la costituzione di reti di supporto formali ed informali.
IX
Reattivo
Si delineano quindi due tipologie di sistema, auspicando il passaggio dal sistema
reattivo a quello proattivo come descritti:
Proattivo
servizi e programmi persone e contesto di vita
“bisogni” dei servizi cui il
paziente si deve adattare
bisogni dell’utente, sul
mantenimento dell’utente
nel contesto di vita.
Costruzione di un servizio
che si adatti ai bisogni e
alle preferenze degli utenti.
prevalenza degli interventi
sul/nel contesto di vita del
paziente e mantenimento
costante della rete con i sistemi
di supporto naturale
dell’utente
prevalentemente
ambulatoriale, visite solo
su appuntamento
Sistema
focalizzato su
Enfasi su
Stile di
trattamento
Organizzazione
rigida, codificata, modelli
di trattamento strutturati e
solo prescrittivi
enfasi sui progetti e sui risultati,
incoraggiare le
iniziative creative che
sono efficaci, economiche
e danno risultati
Pianificazione e
progettazione
organizzazione,
pianificazione,
programmazione che utilizza
paramenti di accreditamento
di tipo istituzionale
pianificazione partecipata
che include gkli utenti, i
famigliari, che porti ad una
collaborazione costruttiva
Servizio
risposte occasionali solo su
richiesta dell’utente o della
famiglia
gruppo di lavoro
progettuale che mantiene
un livello costante di
collegamento con le reti di
supporto naturale
garantita solo attraverso il
coordinamento del gruppo
curante tra le varie
strutture: Ospedale, Case
di Cura, Centro Diurno,
Ambulatorio
mantenuta costantemente
per individuare soluzioni
con l’utente
Continuità di
trattamento
X
Le organizzazioni per la Salute mentale che definirei progressiste pongono enfasi su:
– l’empowerment dell’utente;
– la partecipazione alle decisioni attraverso azioni dirette con gli utenti, i famigliari,
l’ospedale, e tutte le agenzie presenti sul territorio.
In conclusione, il sistema proattivo si può sviluppare sulla base dei seguenti principi:
1. i servizi dovrebbero essere guidati dai bisogni e dalle preferenze degli utenti e dei
loro famigliari;
2. al centro del sistema deve esserci il servizio territoriale;
3. il servizio ospedaliero deve essere integrato in modo flessibile con i servizi
territoriali;
4. il compito principale del SPDC deve essere limitato ad una rapida stabilizzazione o
ad altri trattamenti intensivi che non possono essere attuati dal servizio territoriale.
Le risorse finanziarie ed umane devono essere allocate principalmente nei servizi
territoriali e dedicati a persone gravemente disabili, i ST (Servizi Territoriali)
dovrebbero:
– essere centrati sull’utente;
– produrre l’empowerment del paziente;
– essere flessibili;
– essere parte dei sistemi naturali si supporto;
– rispondere ai problemi più gravi;
– essere facilmente verificabili e ben coordinati.
Un sistema di servizi di comunità dovrebbe avere come obiettivo ultimo il
miglioramento della qualità della vita delle persone di cui si prende cura.
XI
Vale la pena, a questo proposito, riportare un breve elenco di ciò a cui ogni persona
avrebbe diritto (Cosa compone una buona Qualità della vita, Flanagan 1978):
– benessere fisico e materiale;
– una casa dignitosa, una buona alimentazione, un reddito sufficiente a soddisfare le
neccessità della vita quotidiana, sicurezza nel futuro;
– salute e sicurezza personale: assicurarsi di essere in buona salute, evitare situazioni
ansiogene e stressanti e pericoli verso la propria persona;
– relazioni con altre persone:relazioni con i genitori, i fratelli e le sorelle e più in
generale con la famiglia allargata;frequentarsi, comprendersi, fare cose insieme,
aiutare ed essere aiutati;
– avere una relazione d’amore con un’altra persona;
– avere dei buoni amici con cui scambiarsi interessi, punti di vista, sostegno e buoni
consigli nel momento del bisogno;
– aiutare ed incoraggiare gli altri attraverso le organizzazioni sociali;
– interessarsi alle attività politiche di pubblico interesse;
– apprendimento: scuola, miglioramento delle proprie conoscenze;
– conoscersi meglio nell’ambito delle proprie possibilità e limiti;
– poter prendere delle decisioni sulla propria vita;
– essere liberi di scegliere di avere esperienze spirituali e religiose;
– avere un lavoro soddisfacente;
– avere la possibilità di esprimersi in modo creativo: musica, arte, scrittura;
– avere la possibilità di incontrare altre persone con cui organizzare il tempo libero;
– leggere, ascoltare musica, occuparsi di sport;
– viaggiare, suonare, recitare.
1
RIASSUNTO
L’accesso alla casa, così come quello a un lavoro retribuito diverso da una mera
sinecura, costituisce un elemento fondante della cittadinanza. In questa luce
l’impossibilità di disporre di un’abitazione propria conduce il paziente psichiatrico a
una condizione di cittadinanza dimidiata. Dimidiata è inoltre la cittadinanza dei
pazienti psichiatrici che dimorano all’interno di strutture residenziali assistite, dove
piccole comunità non elettive di pazienti si trovano a condividere il bene della casa
posti, però, sotto la tutela di operatori psichiatrici.
Questo rapporto di ricerca presenta i principali risultati di uno studio promosso da
Casa Bordino2 e finanziato dalla Provincia di Torino, dedicato ad individuare i fattori
che, nella popolazione dei pazienti psichiatrici, contribuiscono a determinare la
presenza di barriere d’accesso alla casa. La strutturazione di queste barriere ha origine
sia nel mercato immobiliare e, più in generale, nei luoghi di residenza e di vita della
città, sia nel settore sanitario, che si occupa della cura e dell’assistenza del paziente
psichiatrico.
Per comprendere come si strutturino tali barriere nella città di Torino, si sono
condotti quattro studi paralleli. Per la conduzione del primo e del secondo studio
(denominati A e B) si sono coinvolti i referenti per la residenzialità delle Asl torinesi,
intervistati sulle politiche in merito alla domiciliarità. A loro è stato inoltre chiesto
d’indicare casi di pazienti che avessero avuto traiettorie abitative caratterizzate:
2 Casa Bordino è un’associazione apartitica, senza fini di lucro, composta da Volontari. Nasce in seno alla
Confraternita del SS Sudario a distanza di circa 160 anni dalla chiusura dell’Albergo dei Pazzarelli. Opera a
Torino dal dicembre del 1998 in collaborazione ed integrazione con il Dipartimento di Salute Mentale ASL
1 di Torino, in applicazione di una convenzione tra l’Associazione e l’Azienda Sanitaria. Si propone di
fornire risposte concrete ai bisogni di cura, di assistenza e di sostegno ai disabili psichici e alle loro
famiglie, soprattutto nel momento in cui le strutture pubbliche territoriali terminano il loro servizio, al fine
di garantire una continuità di sostegno. L’Associazione, inoltre, si pone l’obiettivo di permettere ai disabili
psichici di acquisire o condurre una vita dignitosa nelle loro case, soli o in piccoli gruppi e favorirne
l’inserimento sociale nelle comunità di appartenenza affinché essi siano considerati non più oggetti della
psichiatria ma al contrario protagonisti della loro stessa vita.
Maggiori informazioni sull’associazione sono reperibili all’indirizzo internet www.casabordino.com.
2
§ da un progressivo affrancamento da situazioni abitative protette (comunità)
verso situazioni abitative maggiormente autonome3 (gruppi-appartamento o
domicili indipendenti);
§ da regressi nel percorso di autonomizzazione che hanno comportato un
ritorno a situazioni maggiormente protette (comunità) da ambiti
caratterizzati da più ampia autonomia (gruppi-appartamento o domicili
indipendenti).
Si sono così individuati dodici casi di pazienti (distribuiti per genere, collocazione
abitativa, progresso o regresso, Asl di riferimento) – lo STUDIO B – che intendeva
raccoglierne le “carriere abitative” rilevate attraverso le testimonianze dei pazienti
stessi e dei loro referenti psichiatri e operatori.
Da questi primi due studi emerge che nei servizi sanitari le barriere d’accesso alla
casa hanno origine nelle rappresentazioni dei processi di cura e riabilitazione condivisi
dal personale sanitario. Il modello riabilitativo più diffuso è quello del Transitional
Housing, in cui la malattia mentale viene ritenuta capace di ridurre l’autonomia del
paziente nella gestione della propria quotidianità, autonomia che deve essere
recuperata fino al raggiungimento pieno di essa. A queste condizioni la persona può
vivere da sola e affrancarsi dal supporto dei servizi. Per il raggiungimento di questa
soglia, è previsto che il paziente transiti attraverso le sistemazioni abitative che meglio
si confanno in termini di protezione/controllo al suo grado di regressione. Il processo
decisionale sembra, in accordo con questo paradigma, prevalentemente nelle mani dei
terapeuti.
Se questo è il modello più diffuso, non mancano segnali di maggiore condivisione col
paziente. Essa riguarda però aspetti inerenti la quotidianità (negoziazione delle regole)
piuttosto che la decisione su dove e con chi abitare. Questo approccio appare piuttosto
inflessibile, soprattutto se si considera che non è adottato solamente in fase di acuzie e
che sembra rispondere anche ad una logica di opportunità: la penuria di sistemazioni
abitative di ogni tipo, produce talvolta scelte obbligate, svincolate dall’esigenza
3 Per una puntuale definizione del concetto di autonomia si rimanda all’introduzione.
3
personale dal paziente, ma connesse all’emergenza che fa da sottofondo alla maggior
parte degli interventi, emergenza rafforzata dalla diffusa indigenza dei pazienti che si
rivolgono ai Servizi di Salute Mentale pubblici.
Ascoltando le opinioni dei pazienti, è evidente che essi abitano le dimore loro
assegnate, piuttosto che viverci, finché non arrivano a possedere una casa che sentono
come propria (spesso una casa popolare). Talvolta la convivenza in gruppoappartamento
o in comunità è difficile a causa del malessere degli altri coinquilini e la
determinazione di regole da parte di terzi contribuisce ad aumentare la sensazione di
estraneità. La casa indipendente non è però la soluzione agognata da tutti, giacché, per
molti, la rete sociale primaria si è disgregata e la solitudine può apparire una compagna
peggiore della convivenza con persone non scelte volontariamente, con cui si può
arrivare a condividere delle esperienze quasi-parentali.
Spesso i pazienti riconoscono alle transizioni da una sistemazione abitativa ad
un’altra dei benefici: sono delle tappe che si sono rivelate utili per apprendere delle
abilità di base nella gestione della casa, necessarie per una vita autonoma,
apprendimento riuscito grazie all’impegno e al supporto degli educatori. Questo
contributo si struttura in modo molto variegato: da modelli di puro sostegno
all’organizzazione e verifica dell’applicazione delle regole, ad altri di tipo supportivo, in
cui il margine di discrezionalità lasciato al paziente è più ampio e si “rinforzano” i
comportamenti positivi e virtuosi, nel tentativo di farli reiterare alla persona. Questo
modello non è lontano da quello del Supported House secondo il quale, ad essere
preminenti, sono le esigenze del paziente che viene aiutato, nella sua casa, ad avere una
buona qualità della vita, nonostante la malattia; la definizione delle necessità nella casa
parte dalle esigenze espresse dal paziente stesso, che viene motivato da colui che lo
supporta a raggiungere il più possibile una sensazione di benessere.
Attraverso il terzo studio (denominato STUDIO C) abbiamo cercato di comprendere
quali siano i punti di forza e debolezza delle Supported Houses, attraverso l’esperienza
dei volontari di Casa Bordino e degli utenti da loro seguiti (N=6 per 6 utenti).
L’elemento più saliente emerso da questo studio è centrato sulla qualità della relazione
4
che entrambe le parti definiscono amicale e sulla distribuzione del potere: all’utente è
riconosciuta la capacità di auto-determinare le sue necessità. Il supporto non è fornito a
somma costante, o con l’obiettivo di raggiungere uno standard, raggiunto il quale,
l’intervento può dirsi concluso: la sua ripresa è possibile laddove se ne presenti la
necessità. I volontari contribuiscono alla gestione della casa e delle normali attività
quotidiane, con una sorta di surrogato di quanto faceva un tempo la famiglia allargata.
Potenziale debolezza del modello è insita nella sua destrutturazione: esso necessita cioè
di un grado di attenzione alle esigenze dell’altro che supera la mera relazione
professionale (così come siamo abituati a pensare la relazione medico/educatorepaziente)
e richiede un grado di empatia e di capacità di preservare il sé da un contatto
emotivo cortocircuitante elevato (burnout). L’esperienza di Casa Bordino evidenzia
comunque che, anche quando la patologia si presenta in modo grave, è possibile aiutare
la persona nella sua casa, a superare questi momenti di blackout, limitando in qualche
misura gi effetti regressivi della malattia stessa e favorendo il recovery.
Aiutare la persona nella casa può diventare un core per i Servizi di Salute Mentale, a
patto di possedere una casa. Questo aspetto tutt’altro che secondario, si è mostrato in
tutta la sua problematicità nello STUDIO D sulle barriere abitative nel mercato
immobiliare. Molte delle persone che afferiscono ai Servizi di Salute Mentale sono
indigenti e l’edilizia pubblica rappresenta in tali casi la soluzione più efficace a vere e
proprie situazioni di disagio e marginalità sociale. Qui ad essere valutati sono criteri
socio-economici che, fortunatamente, sono esenti da pregiudizi. Molti psichiatri hanno
tenuto però a sottolineare che i tempi di attesa di una casa popolare sono molto lunghi
e spesso al momento dell’assegnazione, l’assegnatario non è in grado di vivere da solo
(non ha acquisito ancora una sufficiente autonomia o è in piena crisi) e altri sarebbero
“pronti” ma non hanno i requisiti economico-sociali.
L’indagine sulle agenzie immobiliari (STUDIO D) è stata condotta mediante sedici
quasi-esperimenti sul campo. Con questo metodo è stato possibile simulare la ricerca di
una casa da parte di una persona con problemi psichici che offriva garanzie economiche
(un lavoro stabile e retribuito in modo congruo rispetto alla richiesta di casa) e “morali”
5
(era accompagnato da un volontario di Casa Bordino, associazione che offre supporto
alla quotidianità). La validità ecologica dello studio-pilota era garantita dal fatto che
faceva parte della coppia sperimentale una persona che (effettivamente) soffre di
problemi psichici che si recava, insieme al partner (volontario) presso 16 agenzie
immobiliari torinesi.
Dallo studio emerge che sono presenti ancora resistenze forti ad offrire casa alle
persone con problemi psichici. Queste resistenze sono generalmente non esplicitate, ma
sono evidenti nei fatti: appaiono incongruenze nelle offerte fatte a Casa Bordino
rispetto a quelle verificate in contatti telefonici di controllo; la pletora delle offerte è
ristretta e spesso ad una disponibilità apparente, risponde una mancanza fattiva di
proposte di case. Questa opposizione, da parte di chi, di fatto, deve gestire una
transazione fra privati, invita a riflettere sul fatto che ci si può attendere ancora
maggiore opposizione da parte dei proprietari di case, ostilità che trova in episodi di
cronaca, ampiamente pubblicizzati, alcuni rinforzi negativi.
I temi tratteggiati in questo riassunto trovano una più ampia trattazione nei capitoli.
Il primo è dedicato a delineare le scelte metodologiche. A questo proposito l’impiego di
piccoli campioni a scelta ragionata non offre la possibilità di generalizzare, ma solo di
tracciare delle linee di riflessione per coloro che operativamente fronteggiano vincoli
oggettivi e utili a renderli maggiormente consapevoli di quelli soggettivi, che talvolta ne
guidano in modo inconsapevole l’agire. In tal senso lo studio pilota basato sui quasiesperimenti
ha inteso fornire una chiave di lettura dei comportamenti basata su
osservazioni, anziché su atteggiamenti dichiarati dai protagonisti (ad esempio in
questionari). Sarebbe interessante stimolare ricerche che, anche nel campo della
riabilitazione, adottino questa strategia. I capitoli successivi trattano, in modo
sequenziale gli studi dall’A al D. Si è prediletta la strategia di lasciare ampio spazio alle
parole dei protagonisti – “dense” del significato che essi hanno attribuito alla loro
esperienza – racchiudendole in aree tematiche, piuttosto che prediligere il commento
di chi ha condotto l’analisi del materiale.
6
INTRODUZIONE
“La casa è uno straordinario contenitore in grado di coagulare affetti e rappresentazioni
e di veicolare immagini dando ad esse una sistemazione spazio- temporale. Possederla
non assolve meramente ad un’affermazione di status, ma essa è una sorta di specchio
del corpo materiale e mentale, spazio di separazione e di contatto con il mondo,
costruzione di sé” (Vigna e Alessandria, 1996, p. 9).
“La casa è localizzata nello spazio, è definita temporalmente, è una cornice fisica
autonoma e significativa ed è un sistema concettuale per l’ordine, la trasformazione e
l’interpretazione degli aspetti fisici ed astratti della vita quotidiana domestica secondo
differenti piani spazio-temporali, generalmente attivati dalle connessioni con una
persona o comunità come può essere la famiglia d’origine” (Benjamin, 1995, p. 158). La
casa, lungi dall’essere sempre fonte di rassicurazione, è contenitore e riflesso
dell’identità solo quando è percepita come propria, quando risponde a canoni insieme
di libertà ed identificazione. Il luogo in cui si vive, non è quindi indifferente, ma
contribuisce a strutturare il senso di sicurezza e di appartenenza.
La letteratura sulle collocazioni abitative per le persone con problemi psichici evidenzia
dati concordanti con questa prospettiva. Per queste persone il luogo in cui vivere -oltre
che con chi e come- non è indifferente e incide su aspetti rilevanti della loro esistenza:
v abitare in una casa propria riduce gli effetti dello stigma e consente d’integrarsi
meglio nella comunità (Browne e Courteny, 2004);
v la possibilità di scegliere dove e con chi abitare è correlata positivamente con la
soddisfazione per la sistemazione abitativa, la stabilità residenziale e il
benessere psicologico (Srebnik et alii, 1995, Cit. in Warren e Bell, 2000);
v vivere in contesti protetti è correlato negativamente con la soddisfazione per la
residenzialità ed ha influenze negative sul processo riabilitativo in genere;
v situazioni meno protette come quelle in cui pazienti con patologie differenti si
trovino a condividere la loro vita quotidiana, sembrano avere potenziali effetti
7
negativi sul benessere psicologico degli individui, a causa della difficoltà a
fronteggiare il carico emotivo della sofferenza altrui (Cfr. Tanzman, 1993);
v la qualità della vita in situazioni in cui il grado di autonomia risulta essere
ancora più ristretto – come nei reparti psichiatrici – è peggiore di quella nelle
comunità protette (Brunt e Hannsson, 2004).
A fronte di una più ampia preferenza per situazioni di vita indipendente, i pazienti
richiedono comunque alle istituzioni una forma di supporto per far fronte alle difficoltà
di una vita sul territorio (Carling, 1993; Tsemberis e Eisenberg, 2000) e preferiscono
avere a disposizione degli operatori dietro richiesta, anche per risolvere problemi
pratici di vita quotidiana, piuttosto che una presenza costante presso la loro abitazione.
Il primo ostacolo alla collocazione abitativa efficace permane comunque l’indigenza,
che limita in modo consistente la possibilità delle persone con problemi psichici di
accedere alla casa.
I fenomeni di deistituzionalizzazione hanno posto al centro il problema dell’abitare: la
chiusura degli ospedali psichiatrici ha significato, infatti, non solo cambiare un
paradigma di cura costrittivo, ma anche svuotare del suo significato l’alienazione fisica
delle persone con problemi psichici dalla società. Implicito nel paradigma asilare era
l’allontanamento fisico del malato dalla comunità, senza attribuire valore o significato
agli spazi in cui ciò avveniva. Ma anche quello “che può essere un mero spazio
ospedaliero, può essere considerato un luogo con la sua storia che gli appartiene e con
il suo aspetto idiosincratico” (Casey, 2003, p. 2245). Come ricorda Goffman (1966)
proprio lo spazio, l’uso del tempo in quello spazio e le dinamiche relazionali sono
fondamentali. Al luogo manicomiale era attribuita una terapeuticità poi risultata
fallimentare a cui si è data risposta creando altri luoghi, ma senza, come scrive Raviola
(1997, p. 34) una vera riflessione sulla loro funzione, sul rapporto fra luogo di vita e
significato ad esso attributo: “nella situazione attuale, le riflessioni riguardanti gli spazi
e le strutture rivolti all’utente psichiatrico non sono molto approfondite, a parte una
generica attenzione al «piccolo», a situazioni cioè di convivenza tra poche persone,
8
contrapposta ai grandi numeri dell’istituto […] ci si limita ad una contrapposizione al
modello asilare, senza però essere propositivi”.
Da ciò l’individuazione di una gamma di collocazioni abitative più o meno transitorie
per i pazienti psichiatrici, che comprende:
v il reparto ospedaliero psichiatrico;
v l’istituto/casa di cura;
v la comunità terapeutica (CO) aperta (è possibile uscire ed entrare liberamente e
la copertura del personale non è totale) o chiusa (uscite con accompagnatore e
previo consenso, presenza costante di operatori);
v l’appartamento supervisionato in comune con altri ospiti (gruppo
appartamento-GA);
v la casa indipendente (CI).
La scelta della collocazione opportuna è riconducibile solo in parte alla decisione del
paziente in carico presso le Asl di riferimento e ricalca il modello di intervento connesso
alla domiciliarità, adottato dai Servizi di Salute Mentale. Secondo Lehman et al. (2004),
nella psichiatria contemporanea è possibile rintracciare due modelli principali. Per il
primo, definito Transitional Housing Paradigm, la collocazione abitativa è
strettamente connessa al trattamento psichiatrico. “L’assunto sottostante [al modello] è
che [i pazienti] “transitino” attraverso case con un livello decrescente di supervisione
via via che il loro stato mentale migliora” (ibidem, p. 37).
Il secondo modello è quello del Supported Housing, secondo cui cure psichiatriche e
abitazione sono indipendenti e l’intervento psichiatrico avviene solo in funzione della
necessità di supporto del paziente, in modo che egli sia in grado di rimanere nella sua
casa. “Quindi nel modello del Transitional Housing un paziente che sta sperimentando
una ricaduta o un peggioramento dei sintomi, sarà spostato in una collocazione
abitativa con un maggior livello di supervisione. In un modello di Supported Housing
tale paziente riceverà solamente un aumento dei servizi psichiatrici a casa sua, per
facilitare la stabilità abitativa” (ibidem, p. 37). Il modello della Supported Housing,
9
sposta il focus dell’intervento, facendo decadere alcune premesse portanti del modello
del Transitional Housing, ossia della:
v terapeuticità dell’ambiente: la casa non è più un setting di riabilitazione, ma è
premessa e diritto-base per poter pensare a un percorso terapeutico (da fare
altrove);
v necessità di raggruppare soggetti per disabilità affini, considerata terapeutica
per la capacità empatica fra pazienti che sperimentano situazioni omologhe, ma
che invece spesso genera ansie e difficoltà di gestione della relazione;
v linearità del cambiamento che è invece molto più complesso e non sempre si
può completamente affrancare dal supporto;
v standardizzazione del processo: l’ottica lineare di cambiamento implica la
fornitura di servizi altrettanto lineari, che difficilmente trovano risposte
razionali ad improvvise interruzioni del processo o difficoltà del paziente;
v totale indipendenza dal sistema: il modello transizionale si scontra spesso con il
mancare l’obiettivo della totale autonomia, generando frustrazione e stress negli
operatori (e nei pazienti), che, seguendo il mito dell’autonomia a tutti i costi,
spesso non riescono a cogliere la necessità del paziente di un supporto
differenziato in differenti momenti della sua esistenza;
v attribuzione del potere al gruppo curante che nel modello transizionale agisce
sia a livello di scelta da parte dei servizi e non del paziente del luogo in cui
abitare, sia nel definire qual’è il modo giusto di vivere, il benessere e la qualità
della vita del paziente secondo parametri definiti a priori dal gruppo curante.
Questo approccio sottrae la persona dal suo ruolo di soggetto agente della
propria vita e delle proprie scelte, collocandolo di fatto nel ruolo di paziente,
anche quando si limita ad abitare in un luogo.
Secondo Raviola (1997) nei servizi psichiatrici italiani, il modello maggiormente
applicato è quello del Transitional Housing; il paziente è collocato sul continuum delle
residenze dalla meno alla più autonoma, sulla base della valutazione diagnostica.
10
Rispetto ad una situazione, come quella appena delineata, di netta separazione fra
modelli, che appaiono in tal modo contrapposti, Hickey e Kipping (1998) propongono
di utilizzare come parametro di riferimento, il grado di partecipazione dei pazienti alle
scelte abitative che li riguardano, elemento di differenza cruciale, come abbiamo visto,
fra i modelli transizionale e di casa supportata.
Secondo Hickey e Kipping la partecipazione dei pazienti ai servizi, ed in particolare alle
scelte abitative, può essere intesa da un lato in un ottica consumistica (consumerist),
che prevede il potenziamento di offerte possibili di servizi ai pazienti psichiatrici,
dall’altro come un processo di democratizzazione (democratization) che implica il
coinvolgimento del paziente in scelte a livello di comunità: “come consumatore
l’individuo diviene il giudice dei benefici di un servizio. Vale a dire, e questa è la
distinzione fra consumatore e cittadino, il consumatore accetta l’ideologia del servizio,
tanto che il suo ruolo è solo quello di valutarne l’esito. Il cittadino, al contrario, decide
effettivamente in merito al contenuto del servizio” (ibidem, p. 84).
Secondo gli autori i servizi sono classificabili lungo il continuum consumismodemocrazia
in base alla modalità di gestione della relazione e delle informazioni fornite
al paziente che ne determinano, di conseguenza, la partecipazione. In particolare
individuano quattro tipi di modalità:
§ informare/spiegare: al paziente sono solo comunicate le informazioni
inerenti la sua terapia (o collocazione abitativa);
§ consultare: il paziente viene ascoltato in merito alle sue esigenze, ma di
fatto, il potere decisionale è detenuto dai curanti che decidono
discrezionalmente quando e come considerare l’opinione del paziente in
merito;
§ partnership: paziente e curante negoziano le decisioni, in modo che la
decisione finale è frutto di una condivisione;
§ controllo da parte dell’utilizzatore: il paziente determina in quali aspetti
della sua vita/malattia coinvolgere quali curanti e in che misura.
11
Il modello proposto da Hickey e Kipping suggerisce quindi un ulteriore cambiamento
nel concetto di potere/gestione della vita relativa all’abitare: se la supported house
implica ancora una forma d’interdipendenza fra servizi e persona che li riceve nella
propria casa, il polo della democratizzazione allude ad un più ampio controllo
dell’individuo, che determina in quale misura e forma necessita di supporto nella sua
casa; si tratta di una Supportive House in cui “invece che sottoporre il cliente a
cambiamenti non necessari nella sistemazione abitativa, si garantisce la stabilità
abitativa, mentre gli interventi dei servizi progressivamente si riducono, allo spostarsi
dell’individuo lungo il polo positivo del continuum della salute” (Moxham e Pegg,
2000, p. 85).
Appare necessario, a questo punto, puntualizzare il significato che si attribuisce, in
questo rapporto di ricerca, al termine autonomia: esso appare differente se ci si sposta
lungo il continuum dei modelli delineati. Sul polo del Transitional Housing per
autonomia si intende l’autosufficienza. Si presume cioè che i passaggi progressivi siano
subordinati all’acquisizione di abilità sociali che consentano alla persona di mantenere
in modo adeguato la casa e di affrancarsi così progressivamente da ogni forma di
supporto. All’altro polo, secondo il modello Suppotive House, per vita autonoma
s’intende l’indipendenza dal sistema psichiatrico. Essa implica l’autodeterminazione
rispetto alle proprie necessità di supporto che possono variare in ragione di eventi di
vita e situazioni contingenti (di malattia e non). La persona si appoggia in modo più o
meno consistente ad una rete (informale e formale), in grado di sopperire ad esigenze
Informazione/
spiegazione
Consultazione Partnership Controllo da parte
dell’utilizzatore
Consumismo Democrazia
12
anche minute di sussistenza, per poi affrancarsene temporaneamente o totalmente in
base ai propri bisogni.
13
DISEGNO DELLA RICERCA
Casa Bordino, impegnata dalla sua fondazione, nel supporto alla casa e nella
promozione della qualità della vita degli utenti psichiatrici, aiutandoli a mantenere un
elevata capacità di gestione dell’esistenza nelle loro abitazioni, è interessata a
comprendere quali fattori contribuiscano a determinare la presenza di barriere
d’accesso alla casa, con particolare attenzione alle rappresentazioni della malattia
mentale e delle modalità di trattamento, in relazione alla collocazione abitativa.
L’interesse di ricerca è rafforzato dalla consapevolezza diffusa, sia nel settore
associazionistico, sia sanitario, che è necessario promuovere un mutamento nelle
rappresentazioni condivise della malattia mentale, anche attraverso la partecipazione
diretta di membri della popolazione in studio – i pazienti psichiatrici – alla conduzione
della ricerca stessa.
La ricerca si è sviluppata attraverso l’articolazione di quattro studi paralleli aventi per
oggetto:
A. le politiche delle Asl del territorio torinese in merito alla domiciliarità, con
particolare attenzione alle dinamiche di presa di decisione e di coinvolgimento
del paziente per la collocazione abitativa;
B. le “carriere abitative” di un campione di pazienti psichiatrici rilevate attraverso
le testimonianze dei pazienti stessi e dei loro referenti psichiatri e operatori per
la domiciliarità;
C. il modello organizzativo delle “case supportate” proposto da Casa Bordino,
coinvolgendo sia utenti supportati, sia volontari;
D. le barriere abitative presenti nel mercato immobiliare e nell’edilizia pubblica.
14
METODO
CAMPIONE
Per la conduzione degli studi A e B si sono contattatati i 5 referenti per la domiciliarità
delle Asl torinesi (Asl 1 NORD, Asl 1 SUD, Asl 2, Asl 3, Asl 4) interpellati in quanto
testimoni privilegiati delle politiche abitative di ciascuna Asl.
Il campionamento a scelta ragionata di pazienti è stato effettuato richiedendo ai
testimoni privilegiati delle Asl torinesi, di indicare casi di pazienti che avessero avuto
traiettorie abitative caratterizzate:
§ da un progressivo affrancamento da situazioni abitative protette (comunità)
verso situazioni abitative maggiormente autonome (gruppi-appartamento o
domicili indipendenti);
§ da regressi nel percorso di autonomizzazione che hanno comportato un
ritorno a situazioni maggiormente protette (comunità) da ambiti
caratterizzati da più ampia autonomia (gruppi-appartamento o domicili
indipendenti).
La raccolta di tali informazioni ha consentito di individuare 15 casi di cui ne sono stati
selezionati 12, in rispetto di questi criteri: genere, collocazione abitativa, progresso o
regresso, Asl di riferimento.
Il campione risulta così costituito da 6 donne e 6 uomini (età M= 44 anni; min 29 – max
60). Quattro casi riguardano l’Asl 1 nord, 1 l’Asl 1 sud; 2 casi l’Asl2 e 2 l’Asl 3, mentre 1
riguarda l’Asl 4. Complessivamente 2 casi riguardano persone collocate in comunità
(ciò coincide con un regresso nel processo); 5 in gruppi appartamento e 5 in case
indipendenti (Cfr. Tabella 1).
15
Tab. 1. Campione casi per Asl, collocazione abitativa e genere
Per ciascuno dei 12 partecipanti sono stati altresì intervistati il medico psichiatra (11, di
cui 5 donne) e gli 11 operatori di riferimento (otto educatori, di cui 2 uomini; una
assistente sociale; due infermiere) per un numero complessivo di 22 referenti rispetto
ai 24 previsti in quanto il medico di una paziente in gruppo-appartamento ha rifiutato
di rilasciare l’intervista e una donna che vive in una casa indipendente non ha operatori
di supporto.
Per ciò che concerne le persone che afferiscono a Casa Bordino, la selezione è stata
effettuata richiedendo ai referenti dell’associazione una scheda che riportasse gli
elementi salienti della storia abitativa di persone con problemi psichici, aderenti
all’associazione. L’analisi di tali profili ha consentito di individuare 6 soggetti (3 donne
Collocazione abitativa/Genere Uomo Donna
Comunità Asl 1 nord
Comunità Asl 1 sud
Comunità Asl 2
Comunità Asl 3
Comunità Asl 4
1 1
Gruppo Appartamento Asl 1 nord
Gruppo Appartamento Asl 1 sud
Gruppo Appartamento Asl 2
Gruppo Appartamento Asl 3
Gruppo Appartamento Asl 4
1
2
1
1
Casa Indipendente Asl 1 nord
Casa Indipendente Asl 1 sud
Casa Indipendente Asl 2
Casa Indipendente Asl 3
Casa Indipendente Asl 4
2 1
1
2
6 6
16
e 3 uomini) e i loro operatori di riferimento (N=6 – 3 uomini e 3 donne – uno degli
operatori si occupava del supporto a due persone).
Per la conduzione dello studio D sulle barriere abitative, sono stati coinvolti cinque
testimoni privilegiati4 che hanno fornito indicazioni per la strutturazione della
manipolazione sperimentale. Si sono condotti 16 quasi-esperimenti sul campo, in metà
dei quali a ricercare casa era una donna, nell’altra metà dei casi un uomo, ripartiti
secondo la tabella che segue.
Tab. 2. Campione agenzie immobiliari per tipo e
quartiere in cui si ricercava casa in affitto
Quartiere/
Agenzia
Parella San Paolo
Locale 4 4
Franchising 4 4
Tecnica
Per la conduzione degli studi A, B e C sono state impiegate due tecniche osservative:
l’intervista discorsiva5 e l’osservazione documentale. In particolare ci siamo serviti di
interviste discorsive, condotte grazie all’utilizzo del registratore e sbobinate e di una
serie di documenti di progetto e di auto-presentazione di Casa Bordino, (opuscoli, atti
del I Convegno Nazionale sull’inserimento eterofamiliare di adulti sofferenti di disturbi
psichici (I.E.S.A.), 27 maggio 2000, Torino e del Convegno “Marginalità e sofferenza,
27 aprile 2000, Torino, e il sito web www.casabordino.com 6).
La rilevazione della barriere entro il mercato immobiliare (studio D) è stata condotta
ricorrendo ad alcuni quasi-esperimenti sul campo, nei quali sono state riprodotte le
4 Si veda l’illustrazione della tecnica per un resoconto più dettagliato.
5 Per la versione integrale delle tracce d’intervista si veda l’Appendice 2.
6 Qui si considerano solamente le attività di Casa Bordino connesse all’House Support
17
condizioni di negoziazione per l’affitto di un’abitazione nelle quali possono essere
coinvolti i pazienti psichiatrici. A tal fine sono state reclutate persone con problemi
psichici che, accompagnate da un ricercatore, si sono recate presso agenzie immobiliari,
fingendo di voler affittare una casa. Il disegno dell’esperimento prevedeva la
presentazione dei due sperimentatori, l’uno come paziente psichiatrico, l’altro come
volontario di Casa Bordino (presentata come associazione che offre supporto alla casa
per pazienti psichiatrici) recatosi in agenzia per aiutare il “partner” nella scelta
dell’appartamento. L’intento di questi esperimenti era duplice: fornire una stima della
dimensione delle barriere di accesso alla casa per i pazienti psichiatrici e individuare le
modalità con cui gli operatori immobiliari affrontavano – ora con strategie di
allontanamento, ora di inclusione – questi singolari clienti. Il primo intento è stato
perseguito facendo seguire alla visita della “strana coppia” la telefonata di un cliente
(virtuale) interessato al medesimo tipo di appartamento richiesto dall’utente
psichiatrico7. Il secondo intento è stato perseguito attraverso l’osservazione etnografica
dell’interazione che, volta per volta, prendeva corpo nelle agenzie immobiliari visitate.
Al termine di ciascuna visita all’agenzia i due partner confrontavano la propria
esperienza per poi organizzarla in due resoconti etnografici.
L’allestimento di questo studio-pilota ha richiesto un periodo di progettazione piuttosto
lungo, teso ad individuare eventuali variabili terze, in grado di perturbare la
manipolazione sperimentale. Il disegno sperimentale ipotizzato inizialmente prevedeva
di manipolare:
§ visibilità chiara vs. indizi di malattia da far emergere nel contesto
sperimentale;
§ reddito basato su pensione d’invalidità vs. lavoro retribuito;
§ status socio-economico del quartiere in cui cercare casa (basso, medio, alto);
7 Il cliente virtuale svolgeva la funzione del gruppo di controllo e contattava telefonicamente l’agenzia, con
cadenza settimanale, per la durata di 60 giorni, richiedendo un appartamento esattamente alle stesse
condizioni della coppia sperimentale. Se veniva offerto un appartamento consono alle richieste lo si
visionava, per poi rifiutarlo e reiterare la ricerca di casa. Alla seconda offerta consona si rifiutava e,
indipendentemente dal tempo trascorso, si chiudevano le telefonate di controllo.
18
§ differenze nei quartieri rispetto al grado di tolleranza verso problematiche
sociali.
Per accertare se esistessero quartieri in Torino differenziabili in base ai criteri suddetti,
ci si è rivolti ad alcuni testimoni privilegiati, che ci hanno rilasciato delle interviste
informali: un docente di sociologia del territorio, del Politecnico di Torino, un socio
fondatore dell’AICI, associazione di agenti immobiliari, il responsabile del SUNIA
(sindacato degli inquilini). Abbiamo inoltre incontrato i presidenti della cooperativa
sociale Zenith e dell’associazione Evoluzione Self-help, i quali, da sempre, collaborano
con le Asl del territorio torinese per il reperimento di case da adibire ad appartamento
indipendente o GA (assegnate direttamente o acquistate per conto di pazienti
psichiatrici).
I primi tre testimoni ci hanno fornito informazioni concordanti, seppur provenenti da
esperienze professionali differenti, in merito al fatto che non sia possibile suddividere
la città in zone a seconda della pericolosità percepita. In generale, inoltre, emerge da
studi recenti (segnalati dal docente di sociologia) che l’attribuzione di pericolosità viene
fatta a zone diverse da quelle in cui si ha la propria dimora. Sembra inoltre difficile
ricostruire una mappa del territorio cittadino, sia di qualsiasi città, sia di Torino, in
base alla repulsività di alcune zone nei confronti di individui “diversi” in generale e di
disabili psichici più nello specifico. Tutti gli intervistati ritengono invece probabile che
sia in contesti ancora più ridotti, come il vicinato o il caseggiato, che si possano
concretizzare forme differenti di solidarietà o al contrario d’intolleranza. Questa
posizione è corroborata anche dall’opinione del presidente dell’associazione Evoluzione
Self-Help il quale ha ricordato alcuni episodi di inserimento massivo in case popolari di
persone con problemi psichici, a seguito dell’assegnazione, che ha suscitato proteste
aperte da parte dei residenti di una zona già socialmente problematica.
Per ciò che concerne gli ostacoli che gli agenti immobiliari potrebbero ravvisare, il
responsabile del SUNIA ritiene che l’ostacolo primario e la giustificazione che
potrebbero utilizzare per non affittare è quella di carattere patrimoniale. Egli evidenzia
casi in cui l’attività di operaio non viene ritenuta sufficiente garanzia, oggi, per riuscire
19
ad affittare un appartamento. Superato questo scoglio, sottolinea comunque che è
interesse dell’agenzia non introdurre potenziali “rompiscatole” in un condominio,
quindi, indubbiamente, ci possiamo attendere rifiuti ad un’evidente problema
comportamentale. Dello stesso il socio dell’AICI, che sostiene che un agente
immobiliare medio non affitta una casa ad una persona che può risultare problematica
perché non può permettersi di “giocarsi la faccia sul mercato”; tutt’al più può affittare
una casa ad una persona con questi problemi solo se è particolarmente sensibile a
questo tipo di problematiche (per esperienze di vita proprie) o se ritiene di potersi così
“vendicare” per qualche ragione con il condominio stesso. Poiché il contratto di affitto è
un tipo di contratto tra privati, non esiste niente per legge che impedisca ad una
persona (privato o agente immobiliare) di rifiutare la locazione di una casa a
chicchessia sulla base di pregiudizi.
Sul versante delle variabili che possono giocare a favore della persona con problemi
psichici e ne possono facilitare l’accesso alla casa, sia il presidente di Zenith sia quello
di Evoluzione Self-Help hanno evidenziato come la presenza di un associazione o
cooperativa che si presenta come garante con i padroni di casa di un certo controllo
sulla gestione della casa, sia dal punto di vista economico, sia del mantenimento
dell’immobile, rappresenta un moderatore rilevante del rifiuto. Sempre questo aspetto
di garanzia, inteso come non abbandono, è inoltre in grado di tranquillizzare i vicini di
casa in merito alla presenza di persone con problemi psichici nello stabile, seguite
anziché autonome. Poco ottimisticamente entrambi i presidenti affermano che la
proporzione di successi nell’ottenere casa per una persona con problemi psichici si
aggira, in base alla loro esperienza, su 1 su 15-20 richieste ad agenzie immobiliari.
Le informazioni raccolte mediante queste interviste preliminari ci hanno persuaso a
fare decadere alcuni vincoli e a semplificare il disegno della ricerca: è decaduta la
condizione di status socio-economico del quartiere in cui cercare casa (basso, medio,
alto) e quello di una mappa dei quartieri basata sulle differenze rispetto al grado di
tolleranza verso problematiche sociali.
20
Data la salienza della componente economica (ossia della piena solvibilità della persona
in cerca di casa) si è deciso di optare per un lavoro stabile in una cooperativa sociale
(luogo di lavoro d’elezione per i pazienti psichiatrici) con uno stipendio mensile di 800-
850 € e una richiesta pari a 450 € incluse spese di amministrazione.
Si è optato per considerare due quartieri di livello medio in cui fosse presente una
commistione di status socio-economici differenti. I quartieri fra cui operare la
selezione, così individuati, sono stati: San Paolo, Santa Rita, Parella, Pozzo Strada,
Regio Parco, Vanchiglia, Dante-Molinette, Cenisia. Per la selezione dei due quartieritarget
si sono conteggiate, per quattro settimane, le offerte di affitto nei suddetti
quartieri, apparse su giornali gratuiti (Io Affitto, CercoCasa, Attico) e non (La Stampa,
La Repubblica), suddivisi per agenzia di riferimento che proponeva l’offerta.
Per le agenzie immobiliari si è deciso di adottare il seguente criterio: metà dei quasi
esperimenti sarebbe stata condotta in agenzie in franchising e metà locali ossia con
un’unica sede in Torino. Intendevamo così verificare se, a seconda del fatto che i gerenti
dell’agenzia potessero percepirsi come componente della comunità (le locali) o
appartenere ad un gruppo ampio potesse influenzare le strategie di
inserimento/esclusione delle richieste degli affittuari. Fra i quartieri selezionati, il
maggior numero di offerte è risultato in Parella e San Paolo (35 e 19 rispettivamente),
distribuite uniformemente sulle 46 agenzie offerenti. Le agenzie scelte -8 locali e 8
franchising- offrivano fra 2 e 7 offerte nei quartieri selezionati.
Nella messa a punto dei quasi-esperimenti sul campo si è optato per “costruire” un
profilo di persona con problemi psichici socialmente efficace (profilo interpretato da
persone con problemi psichici a cui si chiedeva di simulare solamente lo status di
lavoratori in cerca di casa): un lavoratore in grado di pagare un affitto per la propria
casa per un periodo lungo (4+4), presente e attivo nelle trattative. La comunicazione
del disagio psichico è stata fatta però esplicitamente (mediante la presentazione della
funzione di Casa Bordino) e rinforzata con segnali impliciti (la casa senza ingresso sul
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ballatoio, senza stufa a gas8). Questa scelta metodologica consentiva di eliminare a
priori alcune variabili terze (malattia mentale o cognitiva?; gravità o meno del
problema laddove non si fosse dichiarata la finalità dell’accompagnatore?). L’adozione
di questo metodo ci ha quindi consentito di verificare l’ipotesi che, se a fronte di un
profilo socialmente sufficientemente adeguato e desiderabile come quello
rappresentato dai due soggetti-target9 accompagnati dagli sperimentatori, si ottengono
rifiuti immediati o successivi da parte delle agenzie immobiliari, ci si può attendere che
in situazioni in cui il disagio psichico è presente con una maggiore evidenza
sintomatologia e/o in assenza di un accompagnatore-garante “morale”, la percentuale
di rifiuti tenda ad aumentare. Ci si può inoltre attendere che, se si ottengono rifiuti da
un intermediario come l’agente immobiliare (che trae profitto dal portare a buon fine la
transazione), essi saranno ancora maggiori da parte dei proprietari delle case.
Complessivamente negli studi A, B, C e D sono state condotte 55 interviste così
ripartite: N=18 a pazienti psichiatrici, N=11 a psichiatri, N=11 a operatori socio-sanitari
(infermieri ed educatori) e N=6 a volontari; N=10 a testimoni privilegiati (interviste
informali) e 16 osservazioni etnografiche10.
Analisi dei dati
Il materiale empirico derivato dalle osservazioni (di persone e di documenti) è stato
sottoposto ad analisi del contenuto, allo scopo di individuare categorie riconducibili a
temi generali, relativi ai singoli obiettivi della ricerca e, laddove fosse opportuno, ad
individuare dei tipi ideali (Weber 1922, trad. it. 1958).
8 Da una precederte ricerca (Cfr. Cardano, 2005) era emerso come per alcuni pazienti la condivisione
dell’ingresso di casa con i vicini aveva alimentato la percezione di minaccia e il senso d’insicurezza e aveva
causato crisi. Per ciò che concerne la stufa a gas, in generale, nei gruppi-appartamento si sostituiscono le
fonti di gas con quelle elettriche sia per evitare dimenticanze, sia per tutelare la persona e il condominio da
usi impropri del gas. L’intenzione, sottolineando questi aspetti, era quella di indurre l’agente a
comprendere che, benché la persona con problemi psichici si presentasse con un profilo di elevata
adeguatezza sociale, era in effetti malata e che la casa necessitava di alcuni accorgimenti.
9 Con questo termine definiamo il partner con problemi psichici che si è recato presso le agenzie insieme
allo sperimentatore.
10 Per preservare l’anonimato di tutti i partecipanti si sono attribuiti nomi fittizi, e per gli operatori e i
medici delle diverse Asl si è attribuito il ruolo professionale, senza precisazione del genere.
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Per ciò che concerne lo STUDIO A, i temi emersi hanno riguardato:
§ l’organizzazione del servizio in merito alla domiciliarità delle differenti Asl;
§ i processi decisionali inerenti le scelte abitative, con particolare attenzione alla
dinamica del potere utente-operatore/medico.
Per lo STUDIO B i temi hanno riguardato:
§ l’organizzazione della vita quotidiana nell’attuale sistemazione abitativa;
§ la qualità percepita della vita nella sistemazione attuale (limiti e benefici);
§ il giudizio in merito alla collocazione abitativa attuale, anche in confronto a
sistemazioni precedenti e ad aspettative future.
§
Per lo STUDIO C inerente Casa Bordino si sono individuate due macro-aree di
significato:
§ la filosofia di Casa Bordino secondo gli operatori e secondo le persone
supportate;
§ gli indicatori di efficacia (e di miglioramento) dell’intervento di supporto.
Per lo STUDIO D inerente le barriere abitative, i quasi-esperimenti sul campo possono
essere ricondotti a quattro categorie principali, in relazione all’esito della transazione:
§ rifiuto manifesto;
§ rifiuto implicito;
§ disponibilità esplicita, con offerte;
§ disponibilità non verificabile per mancanza di offerte.
Per rifiuto manifesto s’intende un’aperta opposizione ad offrire case in affitto,
riconducibile in modo inequivocabile, poiché esplicitato, alla malattia mentale
dell’affittante. Per rifiuto implicito si intendono invece quei casi in cui ad una prima
disponibilità, segue poi una mancata offerta di case secondo diverse strategie:
¬ ritrattare le condizioni economiche di base richieste dal padrone di casa per
negare, di fatto, l’accesso a quell’offerta alla persona con problemi psichici;
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¬ dichiarare un prezzo più elevato rispetto a quello offerto nelle telefonate di
controllo;
¬ non offrire disponibilità presentate nelle telefonate di controllo;
¬ dichiarare concluse le trattative per un appartamento, offerto invece nelle
telefonate di controllo.
La disponibilità esplicita si accompagna invece a proposte consone alle richieste,
mentre quella non verificabile riguarda la mancanza d’offerte sia agli sperimentatori,
sia a chi ha condotto la ricerca, corrispondenti alle richieste (per prezzo o
localizzazione).
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CASA O SETTING TERAPEUTICO?
Lo STUDIO A è dedicato ad inquadrare le modalità attraverso cui le differenti Asl del
territorio torinese organizzano il reperimento di sistemazioni abitative e i modelli di
intervento che ne guidano l’agire, con particolare attenzione alle dinamiche di presa di
decisione e di partecipazione dei pazienti alle scelte che riguardano la loro collocazione
abitativa.
Le fonti informative utilizzate in questa sezione sono derivate dalle interviste informali
a referenti della domiciliarità delle Asl torinesi e a medici e operatori dei 12 pazienti su
cui abbiamo effettuato lo studio di caso.
ORGANIZZAZIONE DEL SERVIZIO E MODELLI D’INTERVENTO11
Asl 1 nord
Le esigenze più significative di abitazione secondo la referente della domiciliarità
(assistente sociale) si fanno presenti nel 1982, a causa della necessità di trovare una
collocazione alle persone che uscivano dall’ospedale psichiatrico di Collegno12. Erano
state per questo affittate delle abitazioni private in cui sistemare gli individui
interessati. Grazie ad alcuni finanziamenti, l’allora USL acquista dieci case popolari,
dislocate per la quasi totalità nel territorio del Comune di Torino, che ancora oggi
appartengono all’Asl. Queste abitazioni sono state adibite alla vita di più persone non
legate da relazioni affettive e/o di parentela (gruppi-appartamento –GA–).
Dal 1996 la Asl coltiva i rapporti con le Associazioni Arcobaleno ed Evoluzione Self
Help, che affittano alloggi che poi sub-affittano ai pazienti (singoli o in GA).
11 Le informazioni riportate in questa sezione, in merito ai modelli organizzativi, non possono dirsi
esaustive, in quanto si basano principalmente su colloqui preliminari con i responsabili della domiciliarità
delle diverse Asl. Il contributo deve quindi essere considerato come una fotografia dello stato dell’arte,
colta al momento dell’inizio della ricerca e volta ad esplorarne in modo generale, gli aspetti principali e non
come caratterizzazione critica degli stessi.
12 Si fa riferimento all’esperienza degli anni ’80 dello scorso secolo, “Torino Progetto”, un primo
tentativo di supporto alla casa per pazienti psichiatrici, esauritasi all’inizio degli anni 2000.
25
L’Asl 1, come tutte quelle del comprensorio torinese, fanno concorrere i pazienti
all’assegnazione delle case popolari. Il percorso è purtroppo molto lungo (circa tre anni
fra la presentazione della richiesta e la relativa assegnazione) e spesso si ricorre, per
situazioni di particolare urgenza, all’Emergenza Abitativa.
Le ragioni per cui sono sorte esigenze di risistemazione abitativa, negli ultimi anni,
sono le più varie: per la maggior parte sono dovute a conflitti intrafamiliari o alla
perdita di autonomia in seguito a crisi, mentre altre esigenze riguardano la necessità di
risistemazioni fra un tipo di struttura e un’altra, per problemi dovuti alla convivenza
con le altre persone o incapacità a continuare a stare da soli.
La scelta di un’azione all’interno del repertorio viene valutata da un’équipe che si
riunisce regolarmente.
Dal punto di vista del modello terapeutico adottato per ciò che concerne la
domiciliarità, non è previsto un percorso progressivo da situazioni più protette a
situazioni di maggiore autonomia, ma si può contare su di una certa flessibilità in
entrambe le direzioni. Così lo spiegano alcuni operatori e medici:
“quelli chiamiamoli leggeri, meno gravi, chiaramente continuano a vivere a casa propria,
continuano il loro lavoro, continuano il loro tran-tran. Quelli più gravi non arrivano
nemmeno a far la richiesta, perché appunto al massimo ci girano qua intorno
all’ambulatorio; di gente che arriva al mattino e va via alla sera e quindi la domiciliarità in
qualche modo se la fanno qua, c’è un supporto presso le loro case, nel senso che, con gli
infermieri si fa questo lavoro di… rispetto alla casa insomma, dagli acquisti, dall’aiutarli a fare
le cose più banali eccetera. […] Gli altri, che sono quelli più gravi, che a meno che appunto
non siano situazioni temporanee da ricovero, diventa ricovero. Appunto al massimo può
essere quello che dice: «non ce la faccio in questo periodo» e allora magari ecco insomma in
una struttura comunitaria, le nostre, adesso, quelle che seguiamo noi, sono abbastanza
elastiche, nel senso che magari possiamo anche fare come dire, interventi transitori. Stare
per un po’ e poi ritornare nelle situazioni precedenti. Oppure un ricovero lungo” [medico di
Francesca, GA].
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“È ovvio, ma ci sono anche persone che non vanno mai via dalla comunità, per esempio;
persone che dalla comunità rientrano in famiglia, diversi casi dal [nome comunità] sono
rientrati in famiglia. Quindi non è, non sono tappe obbligate. Diciamo che l’evoluzione più
normale se una persona vive da sola oppure se la famiglia ha già diciamo un’escursione in
atto, però laddove è possibile si cerca di conservare l’inserimento famigliare, se mai per
esempio dopo il percorso comunitario sostenendolo un po’ di più” [medico di Laura, CO].
Asl 1 sud
Gli inserimenti abitativi del DSM dell’Asl 1 sud vengono gestiti secondo 4 linee
principali:
· istituti situati prevalentemente fuori Torino e nei comuni della cintura.
Generalmente destinati alle persone anziane e non autosufficienti;
· comunità private principalmente in Piemonte, ma anche in Liguria e in
Lombardia. Queste sono le comunità di tipo A (alta assistenza) e B, che devono
rispettare i requisiti della legge regionale DGR 357 del ’97. Viene adottata
questa soluzione per i pazienti più gravi, giudicati potenzialmente pericolosi per
sé o per gli altri e che hanno perciò bisogno di assistenza continua. Vi
rimangono solitamente per un periodo che va da 1 a 3 anni;
· gruppi-appartamento (7 per un totale di 29 posti). In tre di questi casi si tratta
di abitazioni che la Provincia di Torino aveva dato in comodato all’Asl. Gli altri
sono stati reperiti direttamente sul mercato immobiliare privato dall’Asl e poi
intestati ai pazienti o ad associazioni di familiari. In ognuna di queste abitazioni
vivono 4-6 pazienti. I gruppi-appartamento sono tutti collocati nelle vicinanze
del DSM, per favorire il mantenimento in carico al medico ambulatoriale, in
modo che non sorgano difficoltà di orientamento nella città per i pazienti. Per la
scelta del gruppo appartamento in cui inserire un paziente vengono considerati i
seguenti criteri:
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§ l’evoluzione del caso;
§ la psicopatologia;
§ l’età;
§ il sesso.
Ogni gruppo appartamento ha perciò una popolazione quanto più possibile
simile secondo questi quattro aspetti. Conseguenza diretta è che ogni
appartamento può rappresentare una tappa del percorso terapeutico, secondo la
metafora dei vasi comunicanti;
· alloggi supportati. Si tratta di un ausilio a pazienti che vanno a vivere da soli:
vengono aiutati a trovare case dell’ATC tramite bando. Gli operatori danno un
supporto variabile a seconda dei bisogni. Le domande vengono fatte a tappeto,
indipendentemente dallo stato del paziente, dati i tempi lunghi di ottenimento
della casa. L’assistenza a domicilio viene effettuata dagli operatori della
cooperativa Frassati in orario diurno. Per quanto riguarda l’eventuale assistenza
notturna c’è la reperibilità infermieristica e un numero telefonico apposito da
chiamare in caso di necessità. Gli educatori si occupano pertanto della
quotidianità, gli infermieri dell’ambito sanitario, mentre le attività riabilitativerisocializzanti
continuano ad essere effettuate al Centro Diurno.
E’ opportuno precisare che non esiste un’ équipe specializzata in inserimenti abitativi,
ma sono sempre i componenti dell’équipe dei DSM che si occupano di ogni aspetto.
Questa è senz’altro una conseguenza della scarsità di personale da un lato e, dall’altro, il
frutto della convinzione che la terapia dei pazienti possa essere meglio articolata
tenendo conto contemporaneamente di tutte le esigenze e di tutte le problematiche.
Non esistendo un continuum comunità-gruppo appartamento-casa singola, ogni caso è
valutato singolarmente. Ad ogni caso viene assegnato un Case Manager che forma una
micro-équipe insieme ad altri due membri dello staff, consentendo in modo costante la
copertura sul caso da parte di almeno un operatore. L’adozione di questo metodo
comporta che ognuno segua una combinazione di pazienti/micro-équipe, diversa da
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ogni altro membro dello staff. La micro-équipe mobilita risorse e fa progetti per il
singolo caso, progetti che verranno poi valutati in riunioni allargate all’intero staff.
Asl 2
In questa Asl esiste un’équipe espressamente dedicata alla domiciliarità che si riunisce
con una certa frequenza e che fa da referente per tutte le attività connesse a questo
tema.
In questo servizio non è presente un percorso abitativo predefinito per i pazienti: a
seconda delle necessità (stabilite in un primo tempo dai medici curanti e
successivamente concordate con l’èquipe della domiciliarità) e in base alla disponibilità
di posti i pazienti possono risiedere o in comunità o preferibilmente in appartamento.
La formula più frequente, perché ritenuta più facilmente realizzabile è quella del GA,
gestito usufruendo sia di educatori e operatori dell’Asl, sia di cooperative esterne (ad es.
Il Margine).
Non sono esclusi casi in cui i pazienti vadano a vivere da soli, ma c’è la difficoltà di
reperire una casa: in questi casi si tratta per lo più di case popolari per le quali il
paziente ha fatto domanda all’ATC.
La referente ribadisce l’enorme difficoltà che il servizio ha nell’affittare case: il
precedente Direttore Sanitario di ASL aveva inviato 250 lettere ad agenzie immobiliari
della città di Torino nel tentativo di cercare case da affittare ai propri pazienti; nessuna
di queste agenzie ha risposto. L’ASL sta quindi vagliando l’ipotesi di acquistare
direttamente degli alloggi per poi affittarli ai propri utenti.
Asl 3
Caratterizza l’Asl 3 una forte specializzazione e settorializzazione delle attività
riabilitative. In particolare, l’area domiciliarità è affidata nella progettazione e gestione
operativa a un’assistente sociale. Il gruppo ha deciso di puntare prevalentemente su
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pazienti giovani e gravi perché considerati quelli più deboli socialmente, ma
potenzialmente più recuperabili.
In quest’Asl l’applicazione del Transitional Housing Paradigm è particolarmente
evidente e seguito in modo quasi-tayloristico: per il paziente è previsto un percorso per
tappe la cui deroga è una vera e propria eccezione (si veda il caso di Giovanna in
Appendice 1). Il percorso va da una situazione più protetta (CO) verso una
progressivamente più destrutturata (GA) fino alla casa indipendente:
“anche in questo caso c’è stato una disponibilità da parte del responsabile del gruppo
appartamento a accogliere questa richiesta perché le persone nel gruppo
appartamento devono passare, devono fare prima un periodo in comunità per vedere
rispetto all’autonomia per vedere insomma se è pronto per andare, in gruppo
appartamento; la dimensione di autonomia non dico completa ma quasi perché
l’operatore è nel gruppo appartamento dalle quattro alle sei ore quindi tutto il resto
della giornata lo passano, certo ci sono i telefoni… i numeri da chiamare, gli operatori
disponibili continuamente, però diciamo loro passano la buona parte della giornata e
si organizzano anche in questo senso a far la spesa, pulire casa, insomma
autonomamente quindi per far questo il passaggio istituzionale è quello prima della
comunità e poi…” [operatore di Giovanna, CI].
Nell’esperienza dell’Asl 3, le persone, specialmente gli uomini più giovani, presentano
un grado di autonomia sociale (badare a se stessi e alla casa) estremamente bassa. Ad
essa si accompagna spesso una difficoltà o un rifiuto della terapia. Il passaggio in
comunità terapeutica rappresenta la strategia più efficace, secondo questo approccio,
per far sì che la persona acquisisca queste competenze, in un ambiente controllato e
monitorato. Il vantaggio è rappresentato dal supporto costante degli operatori che
lavorano col soggetto nel fargli (ri)acquisire le competenze necessarie a vivere
autonomamente in una casa e monitorano i progressi in tal senso.
Quando l’équipe della comunità e il medico di riferimento del paziente, giudicano il
soggetto il grado di entrare in un piccolo gruppo di pazienti che vivono insieme, si
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promuove il passaggio in un gruppo appartamento. I gruppi-appartamento (12) sono
omogenei per genere, età e grado di compromissione delle capacità. Gli aspetti
terapeutici rimangono in carico all’ambulatorio di riferimento, con cui l’équipeappartamento
è in contatto.
Per il passaggio dell’utente dalla comunità al gruppi-appartamento si cerca di valutare
quale abbia le caratteristiche più adatte alla persona anche se l’intervistata sottolinea il
vincolo rappresentato dalla scarsità di appartamenti e di posti che si liberano. La scelta
è dunque quasi obbligata dalle contingenze.
Il passaggio dal GA alla casa indipendente è monitorato dall’équipe-appartamento che
almeno nei primi sei mesi incontra il paziente nel nuovo alloggio, seguendolo, come se
si trovasse ancora nel GA. L’Asl si occupa anche di aiutare il paziente ad acquistare i
mobili e quanto gli necessita. L’équipe-appartamento si occupa anche di riavvicinare il
paziente al suo ambulatorio di riferimento. Spesso, infatti, la casa in cui il paziente va
ad abitare è collocata nel territorio di pertinenza di un’altra Asl o di un altro
ambulatorio della medesima Asl. Di norma, è necessario un passaggio del paziente ad
altro medico di riferimento, a meno che il medico precedente non decida di mantenere
comunque il paziente in carico. In ogni caso il paziente viene aiutato ad orientarsi
all’interno del nuovo quartiere, per l’uso dei mezzi pubblici.
Il progetto riabilitativo è lungo e complesso, richiede alcuni anni, si cerca di fare in
modo che la permanenza in comunità sia piuttosto rapida, anche se esistono casi in cui
la gravità del paziente è tale da far considerare estremamente complesso il passaggio ad
altre soluzioni.
I gruppi appartamento sono proprietà della cooperativa Zenith, che fornisce inoltre il
personale educativo e di pulizia/assistenza, anche se la difficoltà a reperire case per GA
è elevata, a causa della paura dei padroni di casa delle lamentele dei vicini.
Data la difficoltà ad accedere all’edilizia popolare, la politica dell’Asl è quella di far
formulare al maggior numero possibile di persone, la richiesta di case popolari, quando
esce il bando. Circa l’80% dei pazienti psichiatrici dell’Asl fa domanda. Non tutti poi,
per mancanza di requisiti, ottengono l’assegnazione. In ogni caso, l’équipe monitora lo
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stato di avanzamento della procedura di assegnazione della casa popolare, in modo da
sapere chi sarà assegnatario e predisporre un progetto riabilitativo volto alla completa
autonomizzazione della persona interessata. In ogni caso tutti i progetti (sin
dall’ingresso in comunità) hanno come obiettivo il far arrivare la persona alla totale
autonomia abitativa. Quando si arriva al momento vero e proprio dell’assegnazione
della casa, l’équipe valuta il grado di autonomia e, se il paziente se la sente, procede con
la firma del contratto. Al contrario se il paziente rifiuta oppure il suo percorso verso
l’autonomia ha visto una battuta d’arresto, si adotta la strategia di fargli firmare
comunque il contratto (il costo delle pratiche della firma è finanziato dall’Asl stessa) e
poi ritardare l’ingresso nella casa di proprietà finché la persona non è pronta (alcuni
mesi).
Asl 4
L’Asl 4 non presenta una specializzazione del servizio abitativo, ma la collocazione a
domicilio rappresenta uno degli aspetti del progetto riabilitativo complessivo, gestito in
comune dai vari componenti dell’équipe.
La ricollocazione abilitativa in Asl 4 non segue un percorso preciso, ma il medico valuta
il grado di autonomia raggiunto dal paziente, la compliance farmacologia e terapeutica
e decide la collocazione che può essere:
· in comunità terapeutica (ne sono presenti due che fanno capo a questa Asl);
· in gruppo appartamento (da 2 fino a 4 posti);
· in abitazione autonoma.
La situazione abitativa ha visto un notevole cambiamento attorno al 2000. Si è deciso
di ricollocare complessivamente 20 pazienti che abitavano in GA o comunità,
chiedendo l’assegnazione della casa popolare. Si trattava in molti casi di persone la cui
collocazione in comunità era impropria, perché in realtà erano già abbastanza
autonomi, o comunque di situazioni che si erano cristallizzate ed era necessario
32
riconsiderarle. A tal fine, si è ottenuto, grazie ad accordi con l’edilizia pubblica, che
venissero loro assegnate le case popolari.
Questo percorso ha però mostrato alcune lacune e difficoltà: la collocazione fuori
quartiere dei nuovi alloggi, le caratteristiche dell’appartamento non definibili dal
paziente, ma assegnate senza contrattazioni (ad es. troppo buio per un paziente
depresso…) ha fatto sì che avvenissero numerosi fallimenti degli inserimenti o
situazioni di pazienti non pronti ad affrontare questo cambiamento. Inoltre molti
pazienti si erano abituati a vivere insieme e sarebbe stato opportuno poterli ricollocare
in questo modo, ma i bandi di edilizia pubblica non prevedono queste sistemazioni.
Questo insieme di difficoltà ha indotto l’Asl a decidere per il blocco temporaneo della
collocazione di queste persone nelle case indipendenti, al fine di individuare del
personale di supporto alle persone per limitare al massimo il rischio di fallimento.
Al momento dell’intervista il canale principale, oltre quello lento dell’assegnazione di
case popolari, è quello della Commissione Emergenza Abitativa.
I casi tipici che l’Asl 4 si trova a gestire riguardano: la fine di contratti di locazione
privata che il padrone di casa non intende rinnovare, la morosità e sfratto. A questi casi
si risponde sfruttando le case popolari messe a disposizione dalla suddetta
commissione. Gli altri casi riguardano situazioni di conflitti familiari potenzialmente
fortemente dannosi. In tali casi si procede con un ricovero d’urgenza in casa di cura per
limitare il danno possibile, la messa in lista per le comunità terapeutiche o il gruppoappartamento
per persone che sono in grado di gestirsi autonomamente. Una parte dei
gruppi-appartamento sono gestiti dalla Cooperativa Alice nello Specchio che fornisce
anche gli educatori di supporto alla gestione degli stessi.
UN QUADRO D’INSIEME
I modelli adottati dalle Asl, se posti a confronto, appaiono piuttosto simili: nel loro
agire è implicita l’idea che l’autonomia sia una meta che il paziente è in grado di
raggiungere attraverso un percorso a tappe, nel quale deve essere accompagnato. Ciò
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che le differenzia maggiormente è la collocazione del paziente sul continuum
dell’autonomia:
v per l’Asl 3 la malattia mentale fa regredire l’autonomia ad uno stadio di quesi
totale incapacità per cui è necessario ripartire dalle basi con un esperienza
protetta;
v nell’Asl 1, 2 e 4 questo percorso appare più fluido e si cerca di valutare
maggiormente lo stato specifico della persona in merito all’autonomia abitativa,
anche se alcune scelte sembrano più guidate dalle contingenze e dalle
disponibilità di collocazioni, che da un progetto terapeutico ben stabilito.
Un aspetto che ricorre, infatti, nei racconti dei medici ed operatori di tutte le Asl e che li
accomuna è la mancanza di risorse umane ed economiche e di disponibilità di
collocazioni abitative rispetto alle necessità. Ciò vincola sostanzialmente la possibilità
di pensare a percorsi di collocazione differenziata:
“Le risorse non sono naturalmente adeguate ai bisogni per cui c’è un posto libero si cerca
di mandare, chiaro che in una comunità di ragazzi non si manda una donna anziana…
però non è solo quello il criterio e non sempre si riesce a mandare la persona giusta nel
posto giusto, si manda una persona perché c’è un posto libero e non perché quello è il
posto per lui” [operatore, Asl 1 sud].
“L’ambulatorio sta mettendo su un alloggio per una paziente che tra l’altro molto grave, ci
vanno gli infermieri, i contratti: luce, acqua, per valutare, per seguire, specialmente
all’inizio, devono essere interventi frequenti, con risorse anche economiche valide. E’
questo l’ostacolo principale: la mancanza di posti cioè nel senso che noi spesso chiediamo
per esempio all’équipe di riabilitazione, [ma] non ci son posti, non ci sono risorse in questo
senso” [medico, Asl 1 nord].
“c’è un gioco di forze nel senso che se viene deciso quella persona deve comunque
entrare in quella casa, viene inserita in quella casa e poi si attende un successo [sorride] e
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questo purtroppo, perché ultimamente non ci sono le condizioni per fare degli
inserimenti in modo molto più ragionato, non ci sono le condizioni di spazi, di operatori,
di soldi, perché poi insomma […] è una questione appunto di politica che ultimamente
considera gli alloggi come un numero di posti letto e non tanto di luoghi in cui la persona
può essere accolta e vivere un esperienza che lo può portare a forse anche un po’ più
riabilitativa rispetto a certe esperienze precedenti. Purtroppo è una cosa che ultimamente
abbiamo notato che è stata un po’ dimenticata” [operatore, Asl 1 nord].
“il punto di debolezza sta sicuramente nell’accessibilità diciamo delle strutture, perché le
strutture -questo come tutte le Asl- sono sature perché la richiesta è molto alta e quindi si
fa quello che si può in questo senso e in media noi siamo -adesso non vorrei dirla grossaperò
un paio di ingressi l’anno, dai due ai quattro ingressi l’anno in gruppo appartamento
che significa che ci sono dalle due alle quattro dimissioni dalla comunità che vista così è
abbastanza poco, è abbastanza poco, però se appunto tieni conto di come sono alcuni
pazienti insomma, di come sono le strutture presenti in tutte le Asl… non dico che è un
successo, ma quasi, di solito uno entrava in comunità con l’idea di non uscirci più, adesso
invece c’è questo passaggio ulteriore, è un’ulteriore passaggio di autonomia, poi col fatto
che ci sono… dove si fa fare la domanda di casa popolare quasi tutti sostanzialmente,
tutti quelli che stanno in gruppo appartamento, dico, questo è un passaggio ulteriore
perché permette di dividere anche i posti nel gruppo appartamento, di autonomizzare
ulteriormente le persone però di far entrare anche, di permettere anche ad altri di fare
questa esperienza” [operatore, Asl 3].
“Più ti concentri su queste cose e meglio vanno, è evidente, però a volte un po’ li perdi
anche di vista, nel senso che devi seguirne altri centoventi, proprio letteralmente… Non è
un numero gettato a caso, quindi vuol dire che comunque riesci a dividere la tua
attenzione tra tanta gente” [medico , Asl 1 sud].
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“E lì è anche un discorso ovviamente economico, di budget, nel senso che non si può
superare un certo budget di spesa, rispetto a questa scelta abitativa, per cui non è che
l’alloggio si può dare a tutti, non è un politica estremamente allargata questa, anche
nell’ambito, anche se la linea aziendale può privilegiare più l’aspetto residenziale che non
altri aspetti, ecco però…. è anche una questione di costi” [medico, Asl 2].
“Ma noi abbiamo all’interno del Dipartimento un servizio sociale nostro che funziona
benissimo, fra l’altro è strutturato per aree, per cui c’è chi si occupa della parte previdenza,
invalidità, eccetera chi si occupa del lavoro, chi si occupa di case. Per cui io non devo
preoccuparmi di cercare le cose. Le assistenti sociali vengono praticamente alle nostre
riunioni di équipe quindi o prendono informazioni oppure danno informazioni per cui
[…]: «c’è il bando, pensate ai pazienti che non oggi, ma che fra due anni potrebbero aver
bisogno di una casa e fategli fare la domanda» oppure al contrario io mi trovo con una
situazione abitativa, parlo con l’assistente sociale e dico «guarda, il problema è A, B, C e
cercami una soluzione». Io non devo occuparmi di cercare la soluzione poi loro mi fanno
le proposte e valutiamo insieme quale può andare e quale non può andare, però, da
questo punto di vista, come organizzazione del Dipartimento siamo…” [medico, Asl 3].
“Dunque, possibilmente gli si offre la possibilità di scegliere. In passato le risorse erano
maggiori e quindi anche maggiori le possibilità di offrire delle opportunità e di far
scegliere. Adesso questo viene sempre meno, perché i posti nelle case son stati saturati
quando si libera, si è un po’ costretti a proporre quello che c’è, tenendo un po’ conto di
caratteristiche…” [medico, Asl 1 nord].
Esistono senza dubbio margini di miglioramento nel processo, soprattutto perché la
normativa sui gruppi-appartamento prevede che le Asl gestiscano appartamenti
presenti sul loro territorio di competenza, o perché devono avere un certo insieme di
caratteristiche definite per essere considerati alloggi destinabili a questa funzione. Ciò
non coincide però del tutto con le esigenze dei pazienti e del progetto terapeutico:
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“[All’Asl ci chiedono]: «ore che fornite in appartamento?» io dovrò dire -a rischio che poi
non accettino il nostro progetto e ne accettino un altro che risponde di più ai criteri- che
le ore in appartamento ad esempio sono fatte all’ottanta per cento per strada, oppure
dovrò dire una bugia e dovrò dire che le ore in appartamento sono un numero
spropositato [enfasi], per cui mi diranno: «ma come fate?».Venti ore di appartamento
supportato però magari non sono date dentro un appartamento, sono date in tutte le altre
situazioni esterne[…]; le Asl mi sembra che, ahimè, sono più portate al decidere quante
siringhe bisogna comprare” [operatrice di Elda, GA, Asl 4].
“Solo che loro… mi han detto che erano quasi costretti a farmi venire qua… perché c’è
una normativa, adesso non so esattamene, non so citarle la legge, non so comunque, in
soldoni, ogni AsL deve avere i suoi, gli appartamenti dei suoi assistiti vicino, nella sua
zona. E lì era troppo… non rientrava nel comprensorio” [Francesca, GA, Asl 1 sud].
Il sistema è rigido, rigidità che si evidenzia anche osservando il processo di
assegnazione delle case popolari: esso dura in media tre anni, ciò comporta che le
persone con problemi psichici richiedono casa spesso quando sono in comunità e il loro
percorso di autonomizzazione non è considerato completo dai terapeuti. Spesso non lo è
nemmeno quando la casa è assegnata; ciò genera problemi consistenti di gestione della
questione abitativa:
“soprattutto negli ultimi tempi abbiamo un sacco di pazienti che riescono ad avere la casa
popolare e spesso capita che non siano pronti per abitarla. E sulla questione tempi però
non credo sia tanto fattibile gestirla. Perché ovviamente, ed è giusto così, non si fanno i
bandi per la psichiatria si fa un bando del Comune, quindi o noi riusciamo a entrarci da
‘normali’ oppure… e mi sembra corretto e giustissimo così, però spesso questo
rappresenta un elemento limitante perché non sempre i tempi coincidono, disponibilità
del posto con voglio dire, Barbara è un caso eccezionale quindi pensando al modello
ideale per i pazienti è che magari l’assegnazione delle case popolari potrebbero essere
fatte, ma è una fantasia, non alle persone ma tipo al Dipartimento, cioè un tot numero di
37
case in modo da poter avere la disponibilità di dare un tetto a chi è pronto ad abitarlo,
perché magari la persona che ha diritto ha tutti i criteri economici ma nessun criterio di
preparazione” [medico di Barbara, CI, Asl 3].
La penuria di case, si interseca con un altro fattore cruciale, ossia l’indigenza della
maggior parte delle persone intervistate, che ne limita profondamente la capacità di
scelta:
“ci sono dei marocchini, al semaforo, che vanno, chissà in che case fatiscenti abitano e
non hanno da magiare, in fin dei conti, tu non lavori e più o meno hai un tetto sulle
spalle, per cui, allora, prendiamo, non è la sistemazione che una donna o una persona…
desidererebbe avere una casa sua o una sua famiglia, però, visto che le cose sono andate
così vediamo il lato buono della cosa: abbiamo delle persone che ci stanno dietro, che ci
curano, che non ci fanno mancare nulla voglio dire. Sì va beh, la casa non è che, cioè ‘sta
cucina non l’ho scelta io, ma ci adattiamo, per carità, non è questo il problema. I soldi non
faranno la felicità, ma fanno la comodità e noi non chiediamo nient’altro ai soldi che la
comodità e non la felicità, per cui alla fine, quando poi sto male due cose chiedo sempre:
salute… e valute anche” [Francesca, GA].
“Devo pagare tre bollette e mi costa caro, io non riesco a vivere con i soldi che prendo. Per
i mobili ho dovuto fare un fondo sociale al comune che mi han dato dei soldi, poi ho
comprato quei mobili lì al mercatino in corso Traiano, ho comprato l’armadio, i tavolini”
[Anselmo, CI].
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IL PROGETTO TERAPEUTICO E LA PRESA DI DECISIONE
Ciò che accomuna i professionisti contattati13 e sembra, conseguentemente, pervadere
le strategie dei Servizi di Salute Mentale è il significato terapeutico attribuito all’abitare.
Il vivere in un luogo specifico, il procedere da situazioni di minore autonomia fino alla
casa indipendente viene considerato un percorso verso la riabilitazione, la guarigione.
La guarigione a cui si allude non è, però, quella che coincide con la remissione dei
sintomi e l’eliminazione delle cause di malattia:
“un paziente entra in comunità di solito per gravi ragioni di patologia, o per una
situazione molto molto deteriorata famigliare, ambientale e poi che si dia un
miglioramento e che ci siano passaggi magari da luoghi più, da comunità più assistite a
comunità meno assistite fino […] vedi dei buoni elementi di maturazione psicologica,
possiamo dire anche di guarigione, coincidono con una esigenza di: ‘vivo per mio conto’ ”
[medico di Elio, CI].
Il percorso terapeutico ipotizzato è all’insegna del recovery14:
“Nel senso che nessuna di queste persone o comunque la maggior parte di loro nulla è
tutto perduto, c’è un qualche cosa che sanno fare, che però viene soffocato, che sanno
fare che però riescono a dire, che però viene soffocato dalla patologia e spesso da chi
sta intorno a queste persone e quindi il mio lavoro è proprio quello di cercare di capire
dov’è, quella parte che la malattia non ha intaccato, diciamo così -usiamo sto termine- e
far forza su queste parti, quindi cercar di far sì che siano sempre più autonomi,
insomma indipendenti per quanto sia possibile insomma. L’autonomia è un aspetto
13 Le considerazioni presenti in questa sezione sono basate su quanto ci hanno raccontato gli operatori da
noi intervistati e, solo in parte, sul racconto dei pazienti. Non si sono condotte osservazioni dirette sul
campo pertanto le considerazioni non sono generalizzabili e sono spesso riconducibili al modello operativo
che i singoli operatori hanno interiorizzato nel corso della pratica lavorativa.
14 Jacobson e Greenley, 2001 propongono le condizioni chiave per il recovery ossia il recupero di
funzionalità perdute o sopite dall’insorgere della malattia: speranza nella possibilità di recupero; cura
intesa come capacità di ricostruire il proprio sé e di controllare i sintomi; empowerment; connessione con
il mondo sociale, sperimentando differenti ruoli; diritti umani e di cittadinanza; una cultura della cura
che coinvolge tanto i professionisti quanto gli assistiti; servizi orientati al recovery che promuovano
riduzione dei sintomi, interventi sulla crisi, gestione della quotidianità, supporto di base, supporto ai diritti
umani e auto-aiuto.
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comunque soprattutto…che sia una relativamente bella vita quella che fanno con questa
malattia accanto, che comunque rimane, che comunque sia una vita che da
soddisfazione poi se… non riesce ad essere autonomo che comunque…” [operatore di
Francesca, GA].
“Ma io penso proprio per dare la possibilità a queste persone di fare una vita che sia
dignitosa, una vita secondo le loro possibilità, supportandole dove non riescono e
rendendoli autonomi dove invece possono, anzi conducendoli ad essere autonomi
recuperando parti di sé. Secondo me è un loro diritto” [operatore di Anselmo, CI]
“Diciamo che l’obiettivo comunque un po’ per tutti i pazienti è quello di fare in modo che
loro in questi gruppi appartamento, supportati appunto da personale qualificato possano
vivere in modo dignitoso la loro vita possibilmente convivendo con la malattia e
possibilmente facendo in modo che questa non devasti così tanto la vita da impedirgli di
fare delle cose quindi per esempio spesso accade che i pazienti prima di entrare in gruppo
appartamento hanno fatto numerosi ricoveri e quindi si auspica diciamo a ridurre diciamo
questa cosa, anche se poi di fatto succede che anche dai gruppi appartamento si
ricoverano i pazienti, però ecco diciamo che l’obiettivo è quello di fare in modo che
trovino un relativo benessere convivendo appunto con la propria patologia, col proprio
malessere che sappiano però in qualche modo, imparino a gestire questo malessere in
modo da poter vivere discretamente bene, nonostante la tragedia del dolore del malessere
della patologia che loro hanno e quindi sono obiettivi grossi ovviamente, piuttosto
grandiosi, però ecco si lavora tutti insieme in quella direzione per far sì che trovino un
equilibrio nella loro vita e possano vivere bene, discretamente bene” [operatore di Lucio,
GA].
L’idea sottesa all’agire delle diverse Asl è che, quanto più la persona è destrutturata
nella patologia e nella capacità di vivere una vita considerata normale (gestire denaro,
terapia, pulizia della casa, attività remunerate), tanto più l’ambiente consono ad aiutarla
40
sia quello in cui condivide gli spazi, il tempo con altri pazienti con livelli di patologia
generalmente elevati (in comunità) oppure più o meno omogenei nei gruppiappartamento.
Quanto più è sano (consapevole, contrattuale?) tanto più il suo desiderio
di autonomia aumenta.
Questo assunto giustifica in una certa misura il fatto che la necessità, talvolta la
richiesta di situazioni più protette da parte dei pazienti, risponda a un momento di
maggiore disorganizzazione del pensiero che un istituzione più chiusa, riuscirebbe a
contenere:
“Sei comunque contenuto in una struttura e per questi ragazzi purtroppo non avrei mai
pensato di dirlo visto che io ho lavorato in comunità di tipo A e ho odiato lavorarci perché
non esiste secondo me un progetto decente, in qualche modo stanno lì, però in qualche
modo serve, è utile, mi sono resa conto adesso lavorando in un gruppo-appartamento che
ha una funzionalità in cui comunque loro richiedono un contenimento, hanno bisogno di
un contenimento più forte, quindi attività interne, anche la presenza dello psichiatra, di un
infermiere in struttura, per loro da molta più sicurezza” [operatore di Giuseppe, GA].
“paradossalmente, dal fatto che è un posto troppo libero …ci sono due o tre persone che
patiscono il fatto che [questa comunità] sia un posto molto di passaggio perché
comunque le dimissioni sono abbastanza…[lo sottolinea] non dico rapide, però c’è gente
nuova che arriva, c’è gente che va, che viene, è un posto comunque, che dà molti stimoli e
ci sono persone che molti stimoli non li reggono e quindi hanno bisogno di un posto
proprio più contenitivo, più chiuso, paradossalmente e quindi a volte è capitato che
facciano, oppure in preda a degli impulsi… c’è quella situazione, voglio andare via perché
devo risolvere quella situazione lì, allora basta me ne vado, poi in realtà sono persone che
sono sempre ritornate. […] Ma a volte è stato un passaggio sano per cui il fatto di essere
andato via gli ha, in realtà, gli ha permesso di capire che forse non era ancora il momento
e tutto questo però se il rientro è molto ravvicinato nel tempo perché ovviamente poi…
passano due o tre settimane e… anche possono rimanere un po’ come dire nel vuoto,
anche per questioni economiche e poi diventa sempre più difficile rientrare, perché poi
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vuol dire che hai saltato una tappa che era lo scopo del [nome comunità], magari renderti
più indipendente su alcune cose e renderti più in grado di gestire alcune situazioni e se
parti e salti il passaggio, poi diventa difficile… ripiombare in una situazione che non è
sicuramente come l’avevi lasciata prima e quindi si trovano sicuramente spiazzati”
[operatore di Laura, CO].
L’ambiente in cui vive il paziente non è, quindi, neutro, ma è pensato come un luogo di
messa alla prova delle abilità residue e della capacità di stare con gli altri in un modo
considerato adeguato:
“un progetto consiste nel valutare se la persona è o meno in grado di abitare in una casa
da sola o se la patologia è talmente grave da non permettere comunque di…” [operatore
di Serena, CI].
Il progetto terapeutico si caratterizza, generalmente, per la definizione di una finalità
comune a tutti i pazienti: il raggiungimento di una progressiva autonomia, che non
sempre coincide con la casa indipendente:
“Ma diciamo nel gruppo appartamento ci sono tutta una serie di indicatori legati al fatto
che è autonomo nella gestione dell’appartamento, quindi è in grado di fare le pulizie, è
in grado di prepararsi da mangiare autonomamente, di essere… e poi cosa più
importante è la motivazione che questa persona ha, perché pure ci sono le persone che
non si sentono di affrontare da solo questa cosa e quindi tendono a non fare la
domanda neanche la domanda per andare lì, però se sono motivati, si sa che per un
certo periodo si può seguire. Poi ci sono indicazioni più cliniche per cui ci sono alcune
persone che magari sono in grado di fare queste cose, però c’hanno una struttura
psichica, una gravità tale che è inconcepibile che possano andare, possano essere
completamente autonomi. Quindi ci sono su una bilancia su questi fattori da un lato le
abilità sociali e comportamentali, dall’altro lato la gravità clinica che appunto può essere:
sa fare tutto, però è in crisi ogni due mesi finché sta nel gruppo appartamento, poi un
altro aspetto è anche la compliance” [medico di Giovanna, CI].
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“tu vedi delle possibilità, delle capacità di esistenza nel tuo paziente e cerchi di guidarlo
al meglio, l’ideale è l’autonomia, però l’autonomia può essere un folle volo se sei
incauto, del resto vivere per proprio conto, vivere da soli come Elio non è, anche al di
fuori della patologia, non è da tutti, alcuni non ce la fanno: entrano la storia della
malattia, l’andamento di questa, i tratti della personalità, le condizioni economiche e
lavorative, entrano mille cose e allora bisogna pesarle tutte ma con una certa saggezza”
[medico di Elio, CI].
È interessante notare come, a fronte di patologie differenti (dalla depressione
maggiore, alla schizofrenia) il progetto terapeutico non mostra differenze rilevanti. Si
assume cioè che tutti i soggetti abbiano visto diminuire le loro abilità a causa della
patologia, sottovalutando o sopravvalutando, talvolta, le loro capacità pregresse.
Così Giovanna riesce a scivolare fra le pieghe del sistema del Transitional Housing
Paradigm seguito nella più ferrea ortodossia dall’Asl 3. La sua strenua opposizione alla
comunità le vale la possibilità di un percorso che salta questa tappa e la porta
direttamente dal repartino al GA:
“[lo psichiatra] mi aveva detto: «il percorso è comunità – casa alloggio». Dicevo: «Io in
comunità non ci vado, non ci vado, non ci vado». È uscito un posto in un gruppoappartamento
e lui mi ha tranquillizzata e mi ha detto «no, guarda che andrai in
gruppo appartamento e non in comunità»” [Giovanna, CI].
Il medesimo operatore di riferimento di Giovanna è consapevole che seguire
pedestremente il percorso prefissato, avrebbe rappresentato un’involuzione, una
regressione, per una madre di famiglia le cui abilità erano rimaste congelate dalla
situazione psicopatologica e dal contesto in cui si era trovata, ma non si potevano dare
per perse:
“l’idea era quella di non istituzionalizzare Giovanna in luoghi… fortemente
caratterizzati, ecco perché poi la scelta di non mandarla né in comunità né in casa di
cura, perché questo sicuramente, su questo eravamo tutti d’accordo, avrebbe
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rappresentato per lei un motivo di forte regressione quindi… non sapevamo come
avremmo potuto recuperare questo tipo di regressione qua” [operatore di Giovanna,
CI].
Di segno opposto la storia di Carmelo. Per lui si prevede un percorso di progressiva
autonomizzazione facendolo passare dalla comunità ad un gruppo-appartamento. Il
suo medico imputa il fallimento di questo tentativo all’incapacità di Carmelo di gestire
la terapia insulinica. Dall’intervista con Carmelo traspare, però, una variabile non
rilevata né dall’operatore né dal medico: il modello di vita considerato accettabile dal
paziente. È un uomo del sud che male si abitua all’idea di non avere una donna che si
prenda cura di lui, del cibo e della pulizia, elementi che lui giudicava eccessivamente
onerosi nel gruppo-appartamento e che invece in comunità fanno parte del servizio
alberghiero di base, anche se potrebbero essere migliorati:
“[nel GA] dovevo preparare da mangiare, dovevo, dovevo..[strascica] apparecchiare,
qua invece ci aiutiamo uno con l’altro, ci aiutiamo uno con… a mettere le sedia… io
poi, io son responsabile di portare il carrello del mangiare dopo che finiamo di
mangiare in cucina [in comunità bisognerebbe] mettere una donna di servizio, mettere
una persona che facesse i nostri, i nostri co/ i nostri riguardi… la nostra dignità
dell’uomo” [Giovanni, CO].
La funzione terapeutica dell’abitare è particolarmente evidente nelle situazioni più
protette, mentre sembra dissolversi nella casa indipendente, luogo del territorio in cui
la presenza del servizio-istituzione sfuma, in quanto il suo intervento appare quasi
paradossale, giacché è svuotato del suo significato di controllo, di verifica, impraticabili
in quello specifico setting:
“dunque noi lavoriamo, in genere, associando sia un infermiere al paziente, che viene
appunto, assegnato nell’ambito della riunione di équipe, sia assegnando delle ore di
educativa territoriale, cioè degli educatori che vanno a domicilio del paziente e lo
aiutano negli ambiti in cui ha difficoltà, eventualmente, oppure passano semplicemente
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a controllare che funzioni bene quanto meno nelle fasi iniziali, poi dipende, ovviamente,
dalla gravità: ci sono pazienti che di fatto sono in grado di essere autonomi. Io come
medico faccio comunque, periodicamente, delle visite domiciliari, in particolare nelle
prime fasi, poi quando la cosa è stabile passo due volte all’anno a trovarlo a casa, in
genere il paziente viene in ambulatorio, ma là dove soprattutto c’è un cambiamento, un
passaggio da un gruppo appartamento ad una autonomia abitativa individuale, viene
monitorato abbastanza da vicino da queste tre figure professionali sostanzialmente,
poi… consolidati i risultati, il paziente viene pian piano sempre più lasciato da solo, tra
virgolette insomma, alla sua autonomia per cui spesso il rapporto si riduce anche
semplicemente a dei colloqui medici perché ad un certo punto lui ha sviluppato delle
capacità per andare avanti da solo” [medico di Serena, CI].
“quando son venuta ad abitare qua per sei mesi son venuti degli operatori a farmi…
diciamo un po’ di compagnia ecco e poi non son più venuti quelli del gruppo
appartamento. […] si chiacchierava, si mangiava assieme… si prendeva il caffè assieme,
loro mi volevano aiutare a far la spesa, volevano aiutarmi in qualcosa in casa. Io gli ho
sempre detto che non ne avevo bisogno… così dopo sei mesi il dottore mi ha detto:
«non… forse non c’è più bisogno che vengono, cosa ne pensi?» E io gli ho detto: «va
bene»… e adesso faccio tutto come prima, faccio tutto da sola” [Barbara].
L’intervento a domicilio non scompare, ma si trasforma profondamente, acquisendo
alcuni caratteri del modello della Supported House in cui l’operatore accompagna la
persona nelle sue necessità quotidiane:
“lì è stata veramente una scommessa, devo dire che anche lì c’è stato un ottimo lavoro tra
l’agenzia, Asl, ecc, che lavoravano in ambulatorio e le persone che lavoravano, gli
educatori che andavano in gruppo appartamento. Perché loro da una parte l’hanno
accompagnata nel senso proprio letterale e fisico del termine, dall’appartamento all’altra
casa, alla sua casa, cioè per il trasloco, l’hanno supportata nella prima fase del suo
trasferimento. Anche adesso nel nuovo appartamento e la vedo un paio di volte la
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settimana, però anche l’altra équipe del gruppo appartamento che lavorava prima con lei va
a trovarla una volta ogni quindici giorni, per sincerarsi di come vanno le cose e quindi c’è
stato sempre questo filo, questa rete di protezione che si è creata attorno a lei. Devo dire
che lei è stata eccezionale, vuoi per il fatto che aveva questo desiderio grosso, vuoi per il
fatto che in quel periodo stava veramente bene, quindi ha tollerato anche e continua a
tollerare una notevole frustrazione perché avere a che fare con l’ATC è veramente…
avere a che fare con l’ATC… cioè lei praticamente inizialmente ha fatto tutto, ha
comprato i mobili ha fatto tinteggiare la casa, ha fatto riparare le porte, ha telefonato lei
all’istituto delle case popolari per far riparare delle cose che erano rotte nell’appartamento,
cioè tutte cose che per una persona che è strutturata nel mondo [ride] sono abbastanza la
consuetudine. Noi avevamo la forte preoccupazione per queste cose, lei invece è riuscita a
fare, ci ha smontato praticamente. Sicuramente gli aspetti della sua patologia pensavamo
che non riuscisse, cioè che la prima fase, l’avrebbe mandata in depressione, quindi
l’avrebbe mandata in una fase in cui non ce l’avrebbe fatta insomma in cui, invece lei è
riuscita a fare tutto da sola e non solo, si è scelta i mobili, ha fatto proprio tutto senza
chiedere consiglio, ausilio… a nessuno insomma lei aveva questa idea di questa casa qui,
che le è piaciuta appena l’ha vista” [operatore di Giovanna, CI].
“Ma anche perché mi sembra nel caso specifico di Elio comunque nel momento in cui lui
si è poi trovato questa casa sua tramite l’ATC comunque gli sia stato affiancato un
operatore, in questo caso l’infermiera., tutta una serie anche solo di connessioni che
generano ansia, contatti avere la certezza di poter contare su, è come un raddoppiamento
dell’Io, un Io ausiliario, insomma. Oltretutto una persona che conosci da tanto e di cui hai
fiducia. Queste sono le cose importanti, quelle che possiamo fare insomma” [medico di
Elio, CI].
“L’infermiera mi vuole molto bene, si interessa a me anche delle pratiche burocratiche, se
c’è da andare, fa dei documenti per il sussidio, oppure per telefonare, per vedere se sono
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arrivati, si interessa a me. Quando sono andato a fare la visita medica, è venuta anche lei”
[Elio, CI].
“la cucina, il letto, il frigorifero […] gli infermieri banalmente… fanno da autisti, vanno a
comprare i mobili con loro, vanno a fare i vari preventivi eccetera. Quelli che vivono in
alloggio son quelli che son seguiti di più. Quelli che vivono in alloggio da soli e che
rientrano in questa categoria chiamiamola grave, tra virgolette per cui è necessario un
vederli non dico quotidianamente ma, comunque settimanalmente, capire. Ecco, se non li
vede per una settimana dice: diamo un colpettino di telefono, andar a fare un salto, vedere
un po’ cosa succede” [medico di Francesca, GA].
“l’ho accompagnato poi in un momento successivo ad una visita, oggi mi sto occupando
di lui per la questione dei denti, stamattina siamo andati dal dentista” [operatore di
Anelmo, CI].
“se ci son poi dei problemi ti chiama sicuramente, di solito ti chiama, per cui consiste in
questo aiutarla a domicilio in tutte le cose che possono essere … non so dal vedere un po’
se hai dei soldi come li gestisce, come fare la spesa, pagare l’affitto…” [operatore di
Serena, CI].
Benché esista una finalità generale comune ai progetti (il recupero di abilità perdute),
non si può parlare di definizione di obiettivi, in senso proprio: per essere tale, infatti,
un obiettivo deve essere rilevante, deve focalizzarsi su un risultato e non su una
attività, deve essere specifico, misurabile, correlato ad un periodo di tempo e,
coinvolgendo curanti e assistiti, deve essere condiviso. Nessuno degli intervistati
riporta di aver stilato un progetto carta e matita con i propri pazienti. La flessibilità, la
possibilità di cambiare gli obiettivi è salutata positivamente dagli operatori:
“c’è una sorta di progetto che viene fatto con lui, per lui [ridendo] su di lui, insomma…
Non è ben, non è scritto, non è in forma scritta come dovrebbe essere in realtà ed è un
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lavoro che spesso ci hanno chiesto periodicamente di fare, con la nostra felicità, da un certo
punto di vista e con il nostro dispiacere perché, non essendo stata mai fatta [ride]
cominciare è sempre duro, ma il progetto generalmente è un progetto individuale
comunque che comunque viene discusso praticamente quotidianamente con i colleghi, con
lo psichiatra, con l’infermiere. […] con la persona diciamo che… in una maniera… implicita
lo si fa soprattutto con persone come Remo che hanno ormai, appunto, tra virgolette una
certa età…” [operatore di Remo, CI].
“viene concordato con il paziente e quindi viene portato avanti. E’ chiaro che c’è già una
collaborazione del paziente …perché se ci sono delle persone che comunque vedi che
sono ostili, tu fai il progetto però poi magari non te ne occupi più di tanto e in questo
caso specifico siamo stati proprio noi a voler portare avanti questo progetto. Magari poi la
signora tra due anni ci dimostra che non è in grado di stare in una casa e quindi tutto può
essere rimesso in discussione, menomale che poi tutto si può poi cambiare al momento
opportuno. Quindi il progetto sì, poi non è scritto nel senso che non è scritto nero su
bianco, il famoso contratto è scritto nella testa degli operatori …il famoso contratto che si
può fare con il paziente, anche perché poi quando una persona poi la vedi spesso quindi
non…” [operatore di Serena, CI]
In altri casi stilare un progetto viene giudicato inutile o impossibile per motivi legati
alla scarsità di risorse umane, che obbliga ad agire, piuttosto che progettare:
“A prescindere che noi qua siamo forse attivi un’infermiera a tempo pieno e tre parziali, io
stessa lavoro parziale. Metterci anche per ognuno a tavolino a fare i progetti vuol dire non
lavorare, vuol dire passar tutto il tempo a fare progetti… io quando mi sono trovata con
Elio sullo sfratto con chi facevo il progetto? Cioè, ho potuto supportarlo e fare quello che
ho fatto con lui perché lo conosco da tanti anni. Fosse stato un altro paziente non l’avrei
fatto” [operatrice di Elio, CI].
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VOLERE O POTERE?
La questione della definizione e della redazione del progetto implica direttamente
quella del potere e della presa di decisioni.
Se l’organizzazione delle collocazioni abitative necessita di un certo grado di
strutturazione, funzionale al mantenimento della struttura stessa, altro è considerare il
margine di contrattazione dell’intervento terapeutico e il grado di condivisione di
quest’ultimo fra paziente e terapeuti.
In generale, a guidare le decisioni all’interno dell’équipe è lo psichiatra, che detiene la
responsabilità del processo terapeutico in tutti i suoi aspetti. Per ciò che concerne la
collocazione abitativa, si interfaccia con l’assistente sociale per l’individuazione delle
risorse disponibili e con gli operatori di riferimento dell’Asl (educatori ed infermieri) e
in seguito con quelli del gruppo-appartamento e della comunità (talvolta di cooperative
esterne all’Asl).
È possibile evidenziare che “le pratiche dei medici spesso comportano messaggi sottili
ma significativi che contraddicono i principi dell’empowernent” (Paterson, 2001, p.
579). Se cioè da un lato la terapia è tesa a migliorare alcune componenti
comportamentali legate all’empowerment definibili come “l’acquisizione di abilità e
competenze che necessitano per raggiungere i risultati desiderati” (Fitzsimons e Fuller,
2002, p. 483), dall’altra il paziente non sempre è agente primario delle scelte
terapeutiche, ma viene perloppiù indirizzato dal medico che agisce evidenziandogli
quale sia, secondo lui, la strategia abitativa migliore in quella fase della sua vita.
È possibile leggere i risultati alla luce del contributo di Hickey e Kipping (1998), sul
continuum della partecipazione che va dal consumismo alla democratizzazione. La
relazione di potere è complessa ed è difficile immaginare di assegnare un’appartenenza
fissa dei singoli Dipartimenti di Salute Mentale ai modelli, essi infatti sembrano più
spesso essere adottati come stili personali (o della cooperativa, o della divisione,
équipe… a cui si appartiene) di approccio al recovery, che specchio di una politica
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condivisa ad un livello più generale. Si può più appropriatamente parlare di
appartenenze fuzzy15, o di oscillazioni sul continuum. Indubbiamente nelle situazioni di
casa meno autonoma da noi incontrate (Carmelo o Laura), il livello di condivisione
delle scelte con gli interessati, appare più basso, rispetto a quello adottato in situazioni
di maggiore autonomia abitativa, denotando come ad un determinato setting si associ
anche un differente grado di controllo sulle attività. I segnali che il potere sia distribuito
in modo asimmetrico si colgono nell’uso dei termini, nel linguaggio, strumento non
interamente mediato direttamente da un esercizio volontario di scelta. Gli operatori
utilizzano termini come dimostrare e mostrare (di aver raggiunto un certo grado di
autonomia) e controllo esercitato nei confronti del paziente per verificarne i progressi16:
“Ci sono alloggi dove c’è una presenza fisica all’interno dell’alloggio degli educatori per
molte più ore al giorno, quindi, in un certo senso da quel punto di vista dell’autonomia
sono persone che vengono un po’ premiate o comunque gli si da questo livello di fiducia
e la possibilità di rimettersi in gioco da questo punto di vista” [medico di Giovanna, CI,
Asl 3].
“e quindi si è pensato appena c’è stata la possibilità, in virtù proprio di prove date da lui
anche in comunità, dal tipo di collaborazione che sapeva fornire anche nel preparare
alcune cose, alcuni cibi, quindi di provare a fare un inserimento nel gruppo appartamento
dove appunto ci sono quattro pazienti e c’è un livello di autonomia già importante con
pazienti che hanno dei compiti che si dividono, quindi attività quotidiane a cui devono
provvedere. Carmelo si è dimostrato abile in queste cose” [medico di Carmelo, CO, Asl
4].
15 Nella classificazione aristotelica, le appartenenze degli elementi alle categorie sono pensate in termini di
“totale appartenenza/non appartenenza” alla categoria. Nelle classificazioni basate sui “tipi ideali” ci si
basa sull’idea di prototipo ideale quale rappresentante che assume in sé le maggiori caratteristiche tipiche
della categoria medesima; i soggetti/eventi sociali si avvicinano a tale tipo ideale non per appartenenze
binarie identità/differenza, ma appunto per appartenenze sfuocate o fuzzy, assumendo cioè tutti i possibili
valori di appartenenza compresi fra 1 (massima rassomiglianza) e 0 (massima distanza dal tipo ideale),
(Cfr. Cardano, 2003).
16 Nelle citazioni sono state sottolineate le parole che denotano potere
50
Il linguaggio utilizzato dai pazienti evidenzia lo stato di dipendenza percepito nelle
decisioni dei terapeuti: “i nostri capi” viene usato da Francesca [GA, Asl 1 Sud] per
definire gli operatori del GA; “io mi sono già fatto due anni qua dentro” [Giuseppe, GA, Asl
2] sembra il linguaggio di un carcerato.
Alcuni segnali allarmanti di “istituzionalizzazione territoriale” sono presenti: pazienti
che dichiarano di aver appreso il comportamento ideale che gli operatori si aspettano
che loro adottino, altri che parlano di sistema a cui si adattano e l’emergere di regole
informali che consentono l’accesso ad informazioni altrimenti loro negate (in
comunità ad esempio la fuga di un paziente è oggetto di interesse dei suoi compagni
che cercano di avere informazioni in merito):
“Ero preparato al tipo di ambiente, perché comunque avendo fatto tanta gavetta alla fine
poi uno sa come comportarsi, sa come rapportarsi agli operatori, sa come rapportarsi ai
compagni di sfiga diciamo così… Son sempre stato uno che ha saputo essere
adeguato[…] per me è andata bene perché comunque io ho sempre, sono sempre stato…
adatto, adeguato e discreto” [Giuseppe, GA, Asl 2].
“mi adatto all’ambiente, al sistema” [Carmelo, CO, Asl 4].
“è proprio difficile, adesso c’è un bel gruppo perché ovviamente sono abbastanza
coetanei, però è difficile creare un gruppone e a volte gestire le cose, in gruppo, a volte è
più funzionale aggiustare le cose con la singola persona, poi ovviamente le informazioni
tra loro circolano, c’è proprio un mondo sotterraneo, di comunicazione… trasversale per
cui in realtà, poi ne parlano… altri vengono a chiederci spiegazioni, perché, motivazioni,
allora magari un momento che può essere, non so, la cena, in cui ci siamo tutti, cioè tutti i
ragazzi e gli operatori presenti e… non so, si ritira fuori un’ argomento” [operatrice di
Laura, CO, Asl 1 nord].
Dalle parole degli operatori e medici intervistati, emerge una tendenza preminente all’
utilizzo dei primi tre gradi del continuum (informazione/spiegazione; consultazione;
51
partnership), mentre non abbiamo rilevato alcun caso di controllo da parte
dell’utilizzatore. Come sottolineano Hickey e Kipping (1998) nel considerare le
motivazioni che inducono i terapeuti a non ridistribuire il potere decisionale ai pazienti,
non è possibile ignorare alcuni vincoli rilevanti, non ultimo il rapporto costi-benefici
nel legittimare le scelte di una persona con problemi psichici, senza considerare gli
effetti che la malattia ha sulla sua capacità decisionale (sia a breve termine in caso di
acuzie, sia a lungo termine per ciò che concerne i danni cognitivi delle crisi e dell’uso di
farmaci). Per tale motivo, nel valutare la tendenza ad utilizzare modelli basati sulla
mera informazione/spiegazione non si sono considerati episodi che riguardassero la
salvaguardia della stessa vita del paziente da intenzioni suicidarie, ma solo episodi in
cui il terapeuta si sostituisce al paziente nelle decisioni, considerando quella scelta
come l’unica immaginabile per il benessere della persona. Implicito in quest’ottica è il
ritenere, non solo di possedere gli strumenti più idonei a decodificare la situazione, ma
anche di essere in grado di conoscere cosa significhino benessere e qualità della vita
non per lo specifico paziente, ma in generale (secondo un modello medico classico
anziché bio-psico-sociale, Cfr. Hall, 1996):
“adesso, non credo di averla presa io [la decisione di mandare Laura in comunità], ma
nel senso che l’abbiamo presa poi insieme, in équipe, mentre la proposta che avevano
fatto proprio nei primi colloqui con la comunità, credo che avesse diciamo approntato il
tutto il medico precedente, neanche mi ricordo perché è avvenuto veramente talmente
in automatico. Proprio perché la signora non poteva rientrare a casa. Aveva ancora delle
situazioni ortopediche particolari [a causa di un tentato suicidio], poi tra l’altro con una
bambina… è diventato automatico la decisione, credo che non ci son state neanche più
di tanto riunioni per questa cosa” [medico di Laura, CO, Asl 1 nord].
“Anche perché, probabilmente perché ho la testa da infermiera, forse meno da educatore,
che insomma è più sulle regole, io penso che sia importante il risultato. Quindi, se il
paziente… faccio sempre l’esempio dell’igiene. Io voglio che sia pulito …e a questo punto
che faccio, non vuole, non capisce perché deve lavarsi, è inutile, ho provato a spiegarlo in
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tutti i modi, allora provo: «Se tu ti fai una doccia, io, che ne so, ti regalo una sigaretta». Lo
so che per qualcuno può sembrare «e va beh, sì, si laverà, ma si è lavato perché tu gli hai
offerto la sigaretta» sì, ma io quel giorno ho il paziente pulito, profumato che
probabilmente la sensazione che le dà essere lavato di benessere, lo farà anche la prossima
volta” [operatore di Carmelo, CO, Asl 4].
“Per esempio [nome di una paziente] che è questa ragazza di Giuseppe, lei non ne voleva
sapere di andare in una struttura e in quel caso, invece io ritenevo che dovesse andarci e
avevo tutta la famiglia contro, ho chiesto il parere del giudice tutelare e il giudice tutelare
ha fatto in modo che io avessi l’ascolto della famiglia prima e poi anche per un processo
di interdizione” [medico di Giuseppe, GA, Asl 2].
“nei vari… colloqui che fa con lo psichiatra per cui a volte, come dire forse inizialmente a
lui il progetto sembra fosse poco chiaro. Sicuramente lo psichiatra fa un’ incontro gli dice:
«tu andrai a [nome comunità] perché, per queste motivazioni», ovvio che poi man
mano…non tutti sono così subito contenti di arrivare a [nome comunità] perché
ovviamente è sempre una situazione di cambiamento e… è comunque un posto dove un
minimo di regole, vengono date quindi dipende anche uno da che situazione arriva. Molte
son persone che tolte da casa, per cui non son particolarmente… il far assorbire,
metabolizzare che in realtà è fatto per il loro bene, non è sempre così immediato”
[operatore di Laura, CO, Asl 1 nord].
Come il precedente, il modello basato sulla consultazione assume in sé l’idea che gli
operatori (la medicina in quanto scienza) siano detentori delle conoscenze necessarie
a rispondere alle esigenze del paziente. Rispetto al precedente, però, le opinioni di
quest’ultimo sono prese in considerazione e, a discrezione del terapeuta, utilizzate nel
processo decisionale:
“Ma, io credo… che dipende dalla relazione che si riesce a strutturare con il paziente, nel
senso che io non ho mai come politica, ma son le cose che mi hanno insegnato, non è
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che me le son inventate io, dico sempre la verità ai miei pazienti per quanto spiacevole
essa possa essere. Questo però fa sì che si strutturi un rapporto di fiducia perché che
poi voglio dire, anche quando stai male io ti devo ricoverare e magari fare un brutto
TSO però ci sono io che ti faccio il TSO, ci sono io che ti vengo a vedere in reparto,
quindi possiamo poi elaborare il perché ho dovuto fare questo farti sedare o farti portar
via male, così. E quindi all’interno di questo, se ci può stare, se può essere superabile
una roba violenta quale un ricovero coatto può essere, possono essere superabili anche
altre cose e con Barbara mi son trovato di fronte al fatto che lei diceva: «sì, ma io voglio
andare altrove» e io le ho detto «no! [reciso], tu altrove non ci vai perché altrimenti…»
all’inizio potevo dirle «ti ricovero perché non rispetti, non rispetti gli accordi e quindi
non, se non fai le cose che abbiam concordato, torni a G., piuttosto torni a S., piuttosto
che ti ricovero e cose così». Successivamente ho anche detto: «non sono d’accordo» e in
qualche modo, come dire, le ho passato il messaggio che ci poteva essere una rottura tra
noi e lei non lo regge e questo è stato un volano positivo, non immagini che Barbara sia
passiva, aderisca passivamente alle cose [sorride] però per lei è un legame fondamentale,
con me e con le due operatrici, fra l’altro lei sceglie a chi dire cosa, per cui con A. che è
l’educatrice ed è la più giovane ha un’alleanza più sulla quotidianità, sui problemi con il
fidanzato eccetera. Lorenza che è l’infermiera più anziana ed io siamo appunto mamma
e papà, e non si scappa da lì. Però secondo me siamo stati fortunati perché lei
finalmente ha trovato come dire le figure genitoriali di riferimento sane, e quindi era
quello di cui aveva bisogno, ovvero dire, con fortuna perché io quando me l’hanno
presentata non è che mi son posto l’obiettivo ‘devo fare il papà’. S’è strutturata ‘sta roba
qui ed ha funzionato benissimo” [medico di Barbara, CI, Asl 3].
“difficile capire se, insomma, non lo so se [alcuni passaggi nelle diverse collocazioni
abitative] potevano essere saltati. Io li ho fatti, c’è chi come me ha avuto più difficoltà
magari nel crescere e allora ho dovuto crescere un po’ in psichiatra, ecco con il dottor
[nome psichiatra], i dottori prima, gli infermieri che mi seguono tuttora. […] Tante volte
mi sono arrabbiata. Tante volte addirittura pensavo che fossi veramente molto sfortunata.
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E sono stata molto sfortunata! Perché comunque non c’erano molte possibilità” [Barbara,
CI, Asl 3].
“proprio questa mattina parlavo con un ragazzo, che attualmente è a [nome comunità] in
una struttura residenziale, una comunità, il quale, in modo assolutamente poco critico, fa
richiesta di casa per conto suo e non accetta assolutamente l’idea di una convivenza
prima, di un processo, di una convivenza prima con altri. Lui ha partecipato alla
commissione Emergenza Abitativa, gli verrà assegnata una casa tra qualche mese, ma io
non lo vedo così pronto a vivere da solo. Non è che andando a vivere in casa vengono
abbandonati, però viene meno anche la dimensione della relazione, lo sguardo, le
dinamiche e per qualcuno è stato un passo, altri bisogna un po’ mediare su questo, poi per
carità, quando viene assegnata una casa è anche delicato valutare prima insomma che
perdano questa opportunità di mettersi alla prova anche in casa singola…” [medico di
Remo, GA, Asl 1 Sud].
“nascono da una conoscenza, ripeto, minuta con il paziente, della sua psicologia, del suo
passato, il tipo di feeling che hai con lui quindi, poi chiaramente c’è il tipo di rapporto
che si crea col paziente che è importante, che lui si fida di te, se è un rapporto
costruttivo il paziente ti segue esattamente come un bambino potrebbe seguire un
genitore credibile… in un percorso educativo, per cui è tutto molto, molto complesso
non c’è un caso uguale all’altro, diciamo. Quindi, ogni giorno si può dire di questi
progetti possono andare a monte… ogni giorno rischiano di franare perché basta aver le
crisi, bastano degli aggravamenti della malattia, intrusioni da parte di parentele, estranei,
avvenimenti negativi, malattie fisiche, delusioni rispetto ad eventuali inserimenti
lavorativi fatti male” [medico di Anselmo, CI, Asl 1 Sud].
Alcuni contributi evidenziano uno sforzo a considerare non solo l’opinione del
paziente, ma a favorirne la partecipa attiva al processo:
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“Ma se è il paziente comunque a far mettere a fuoco le proprie difficoltà, a valutare
quando queste difficoltà possano interferire con quello che normalmente viene richiesto
nel momento in cui c’è uno spostamento da una struttura più protetta a una struttura
meno protetta e quindi a delle responsabilità maggiori [è meglio]. Si cerca di far arrivare il
paziente stesso alla consapevolezza che le proprie difficoltà attuali non gli
consentirebbero…” [medico di Laura, CO, Asl 1 nord].
“il progetto è un progetto che è più o meno condiviso e ne viene ovviamente coinvolto in
prima persona il paziente anche perché se no non potrebbe poi diciamo partecipare in
modo attivo e produttivo soprattutto nella cura. All’interno del gruppo appartamento se il
paziente fosse all’oscuro di quello che si pensa rispetto a lui, di quello che si vuole ottenere,
rispetto a lui, ovviamente non ci sarebbe partecipazione per cui il paziente è coinvolto
ovviamente in prima persona, che poi ci siano delle linee d’intervento che poi sono diciamo
più di tipo come dire tecnico che vengono valutate ed elaborate dall’équipe di lavoro e che
non necessariamente vengono spiegate al paziente, ma si tratta di cose tecniche che
riguardano poi l’intervento che si fa sul paziente, però il paziente è al corrente o per lo
meno dovrebbe esserlo e dovrebbe sapere perché si trova in un determinato gruppo
appartamento e qual è l’obiettivo per lui da raggiungere […]Alcune cose vengono decise
appunto dagli operatori, altre vengono decise insieme con i pazienti e concordate con loro,
dipende appunto da che cosa si tratta. Se si tratta di andare a comprare il pane o se si tratta
di un’altra cosa più o meno grossa, a seconda di come si reputa e si valuta che sia
importante per il paziente una determinate cosa, allora si lavora in quella direzione ecco”
[operatore di Lucio, GA; Asl 2].
“Beh quando abbiamo visto che la situazione dal punto di vista proprio psicopatologico
un pochettino era migliorata, e comunque c’era, cominciava ad esserci un po’ di
insofferenza da parte sua a questa grossa struttura dove stava in camera con altre
persone, dove significava non avere i suoi spazi per studiare… lei dice che in quel
periodo faceva l’infermiera lei, l’educatrice lei, perché guardava due pazienti moto gravi,
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era reale perché quando andavo a trovare probabilmente lei era la più sana. Quindi
accogliendo un po’ questa sua richiesta, perché del resto, essendo come dire, la struttura
comunitaria, come dire volontaria, dove non puoi obbligare nessuno a starci, e siccome
lei poteva, da un momento all’altro dire: «non ci sto più, me ne vado», accogliendo un
po’ questo suo disagio legato al fatto di non volerci più stare, il fatto comunque che
secondo me erano già maturi i tempi che c’era stata una stabilizzazione del quadro
clinico, con le terapie […] è stata sicuramente una mossa vincente perché ha cominciato
a dare degli esami, a studiare. Speriamo che ce la faccia a riprendere” [medico di
Francesca, GA; Asl 1 sud].
“Poi nel suo caso in modo particolare nel senso che è lui che ci pone delle richieste in
base alle sue difficoltà in base a dove deve essere supportato, poi certo si valuta se è il
caso o meno di supportarlo e come, perché comunque è autonomo ed è bene che lo
sia” [operatore di Anselmo, CI; Asl 1 Sud].
È possibile cogliere la propensione a favorire la partecipazione del paziente, nel modo
con cui gli operatori si pongono nei confronti di quest’ultimo. Rispetto al trattamento
si cerca di non imporre un modello di vita, di salute e di comportamento considerato
ideale (o unico), ma si propone al paziente un modo nuovo di agire, se ne rispettano i
tempi e le modalità:
“normalmente si apparecchiano il tavolo così [alla rinfusa], invece, ogni tanto li faccio
provare, [preparo] il tavolo apparecchiato con l’antipasto le cose così, faccio più cose di
questo genere, più affettive, a stimolare anche questi aspetti, nella speranza che a loro venga
voglia di apparecchiare, in modo attento il tavolo, di fare la stessa cosa e di mangiare
insieme, però è una cosa che una volta loro non facevano una volta mangiavano sempre,
andava una, apriva il frigo e mangiava, poi arrivava l’altra apriva il frigo e mangiava, magari
in piedi o cosa, invece adesso rigorosamente mangiano insieme” [operatore di Francesca,
GA, Asl 1 nord].
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“C’è lo scambio, c’è un dialogo, però tengo sempre presente che comunque è un paziente
cronico e che va curato in ogni caso, non posso perdere di vista il fatto che deve prendere
una terapia in maniera regolare, a volte non la vuole fare ma stiamo sempre sul chi vive,
insomma, aspettiamo una settimana perché non lo forzo mai oggi, però se mi dice: «Ma la
fiala la faccio domani» dico «va bene, domani», dopodomani, poi, se invece vedo che è il
momento che proprio sta andando fuori anche con le brutte mi sono trovata a fargli della
terapia in maniera impositiva, però l’accetta queste cose se ha fiducia” [operatore di Elio,
CI, Asl 4].
Alcuni terapeuti, nonostante le difficoltà dovute a vincoli oggettivi (la penuria di
collocazioni abitative) e alla complessità del trattamento, nonché alla rigidità di alcuni
modelli, mostrano ancora una certa fiducia nella capacità di recupero dei loro pazienti,
elemento giudicato fondamentale nel processo di recovery:
“occorra avere, innanzi tutto la correttezza, è chiaro che non si può dire a una persona hai
una malattia o un disturbo psicotico e quindi non puoi andare ad abitare da solo, così poi
salutarlo, arrivederci. Si dice la verità e poi si sta accanto al paziente per aiutarlo pian
piano ad accettarla. Il modo, ovviamente, può essere diverso a seconda del tipo di
persona con cui ho a che fare, delle risorse che ha per comprendere la situazione, dello
stato anche di salute, è chiaro che, di fronte ad uno scompenso, appunto, lo ricovero
punto e basta perché se è delirante, allucinato non c’è spazio per una comunicazione. Là
dove c’è però un discreto compenso, il paziente è abbastanza tranquillo, rimanda a
difficoltà di funzionamento legate alle sue condizioni di salute, è mio dovere dirgli
esattamente come secondo me stanno le cose, prepararlo al fatto che stare, andare a
vivere da solo, eventualmente, non sarebbe in questo momento… lasciando sempre,
però, come obiettivo, quello di raggiungere questa autonomia, io credo che anche di
fronte al un paziente più grave, per quanto sia sfiduciata anch’io in partenza, ma perché è
difficile ottenere dei risultati, però se uno si arrende, comincia a dire adesso questo smetto
di curarlo perché più di tanto non ottengo, allora forse il mio mestiere non avrebbe più
senso” [medico di Serena, CI, Asl 1 nord].
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“a qualcuno che proprio non sa nulla di psichiatria può sembrare assurdo e banale che io
sia contenta che lui si è lavato, che io sia contenta che Carmelo abbia preso da solo, che
ne so, il pullmann e sia andato che so dove e quelle per una persona cosiddetta normale e
che non ha mai lavorato in psichiatria è difficile, tanti non capiscono: «Come fai a gioire
di questa cosa qua?»” [operatore di Carmelo, CO, Asl 4].
“Perché non è che si hanno le formule magiche o la predizione di quello che saranno i
rapporti tra le persone in una casa. È un vivere, è un viversi, è uno sperimentare, è
[sorride] è un andare avanti magari avendo capito certe cose però, dovendone ancora
risolvere altre. Quindi certo non è un’operazione comoda, anche per gli operatori, cioè
richiede abbastanza energie, risorse, richiede in primo luogo anche il crederci. Perché è
chiaro che se io penso che inserisco in un alloggio, che so, tre, quattro pazienti gravi e il
risultato è solo la somma delle loro patologie non vado tanto avanti, non ha molto senso,
ecco. Chiaramente le cose sono pensate in modo diverso” [medico di Anselmo, CI, Asl 1
sud].
“Intanto perché non sono psichiatra e ne so poco di psichiatria e…[esita] perché… faccio
in modo che loro… siano in grado di far valere la propria parte sana, il discorso torna
sempre lì perché comunque è quello il mio lavoro, nel senso che nessuna di queste
persone o comunque la maggior parte di loro nulla è tutto perduto. C’è un qualche cosa
che sanno fare, che però viene soffocato, che sanno fare che però riescono a dire, che
però viene soffocato dalla patologia e spesso da chi sta intorno a queste persone e quindi
il mio lavoro è proprio quello di cercare di capire dov’è quella parte che la malattia non
ha, non ha intaccato” [operatore di Francesca, GA, Asl 1 sud].
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VIVERE O ABITARE?
Lo STUDIO B è dedicato a ripercorrere le “carriere abitative” dei 12 pazienti che hanno
partecipato allo studio, attraverso le loro testimonianze e quelle dei loro referenti
psichiatri e operatori per la domiciliarità. In particolare si evidenzieranno vincoli ed
opportunità delle differenti collocazioni abitative e le esperienza del “vivere altrove”
ossia fuori dalla famiglia di origine o costituita, a causa della malattia.
VIVERE ALTROVE
Vivere in casa propria, in gruppo-appartamento piuttosto che in comunità abbiamo
visto, non è indifferente, sotto diversi punti di vista, non ultimo per le condizioni
minime richieste per abitare in quel luogo, per la definizione delle regole di convivenza
e del modello di coabitazione che li caratterizza.
Le regole non sono però così differenti fra i GA e le CO conosciuti mediante la ricerca.
In entrambi vige la regola “niente droga – niente alcool” (sul fumo la deroga è concessa,
anche se, se si coabita nella medesima stanza, gli operatori intervengono per ridurre il
più possibile questa abitudine, spesso molto radicata).
A conferma del fatto che la comunità o il gruppo-appartamento rappresentano talvolta
un mondo separato (rispetto a quello “reale”) in cui le regole sono funzionali ad una
necessità di ordine ed organizzazione, è che queste regole sono derogabili all’esterno.
Ad esempio “dentro” non è possibile bere alcolici, ma questo è concesso, con la dovuta
moderazione, “fuori”:
“non bere vino a tavola, semplicemente perché ci sono problemi, a volte è capitato che
qualcuno arrivasse e avesse avuto dei problemi rispetto all’alcol quindi per evitare… è
una regola che vale per tutti, poi quando invece andiamo fuori a mangiare la birretta
insomma… ci sta assolutamente. […] il rispetto per, per gli altri, il fatto che non devono
esserci atti violenti, che non ci sino mercificazione di qualsiasi cosa, scambi di favore,
sembrano cose banali però alla fine della fiera… Bisogna dirle e, è proibito l’uso di
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droghe, di sostanze. Poi quello che diciamo noi, fuori di qui la vita in fondo è la vostra,
possiamo dirvi quello che è meglio, che non è meglio, suggerirvi, però… perché non è
la funzione nostra….questo è un gruppo appartamento dove comunque serve
d’appoggio, serve da supporto, ma non serve da controllo” [operatore di Giuseppe,
GA].
Un esempio parallelo anche se di segno opposto lo si può avere con il grado di
tolleranza verso comportamenti violenti:
“Loro son ben consapevoli del fatto che alcune cose che accadono in comunità sono
concesse, fuori sarebbero inammissibili. Dalla scazzottata, al fatto che uno provoca e
l’altro non risponde. I furti, si valuta se fare la denuncia o no: fuori si fa, loro ce l’hanno
ben chiaro: passa quest’informazione…” [operatrice di Laura, CO].
L’altra proibizione riguarda il sesso, tassativa in comunità anche se “lo fanno anche in
comunità, a volte basta girare un occhio” [operatrice di Laura, CO] e da gestire con il consenso
degli altri ospiti in GA. La questione sessuale è molto delicata: anche Barbara
ricordando una sua esperienza in comunità, sostiene che la sessualità sia un problema
quando si fa vita in comune17. La sessualità è indubbiamente una componente rilevante
dell’esistenza ed essa non trova una collocazione adeguata nella vita di chi abita in
comune, ma va gestita fuori, inducendo persone adulte ad adottare un comportamento
simile a quello adolescenziale (il sesso fuori casa) oppure clandestino. Se una
concezione salutistica si può condividere nel non approvare comportamenti
potenzialmente dannosi per la salute (le dipendenze), non si comprende questo
atteggiamento verso la sessualità, se non in termini di necessità organizzative, ossia di
problema la cui gestione all’interno della CO/GA appare complessa dal punto di vista
dei modi, degli spazi e dei luoghi.
17 In particolare Barbara ricorda una ragazza che si appartava in bagno e allude a masturbazione di altri
ospiti nella sala comune.
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A questo problema si somma, una più generale difficoltà dei terapeuti a trattare la vita
personale dei loro pazienti, che è fatta anche di progettualità di vita di coppia, di
famiglia propria:
“ha conosciuto [il fidanzato] che è stato il suo fidanzato ed è adesso attualmente il suo
convivente, e questa storia su cui che noi abbiamo vissuto all’inizio, noi operatori,
come un momento perturbante, e temevamo che, come dire, che [il fidanzato] potesse
in qualche modo, cioè che potesse essere un… un elemento competitivo rispetto
all’alleanza con noi anche perché è un altro paziente, quindi con i suoi disturbi, con i
suoi modi di, di essere e così via. In realtà… infatti questo ci ha portati
immediatamente a contattare il medico [del fidanzato], a vedere di far delle, di tenere
un po’ sotto controllo tutta quella, tutta quella situazione. Però devo dire che anche
qui Barbara ci ha stupito” [medico di Barbara, CI, Asl 3].
Gli “stili di conduzione” che caratterizzano le due comunità incontrate sono
comparabili. In entrambi i casi si tratta di comunità aperte, da cui cioè è possibile
uscire ed entrare liberamente. Tale libertà è però soggetta ad un controllo: le uscite
prolungate vanno contrattate e decise con l’assenso del gruppo terapeutico; è previsto
inoltre il rientro la sera.
“È obbligatorio nel senso che c’è gente che sta fuori due o tre giorni ma su, ovviamente su
accordi presi prima, per cui non so… ‘sto due o tre giorni dalla mamma’, noi ovviamente
riceviamo, telefonata dalla mamma che lo invita a casa per due o tre giorni, valutiamo la
situazione e si dice sì o no, in base a…, però è già un lavoro che si fa con le famiglie…
tendenzialmente, già noi le famiglie sappiamo se è il momento o non è il momento […]
ovviamente è tutto basato sulla relazione, per cui in quel senso si contratta: «dove vai, cosa
fai»” [operatrice di Laura, CO].
Si richiede e si caldeggia la presenza ai pasti, considerata momento educativo:
“A mezzogiorno c’è il pasto del pranzo, quindi si va tutti insieme agli educatori
distribuiamo il pranzo, il pasto. E’ anche lì un momento che appunto si sta insieme con i
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pazienti mentre mangiano, quindi anche lì…sai è un momento educativo più che: «Che
cosa stai facendo? Forse è meglio che tu mangi questo…», quindi educativo in tanti sensi
sia all’alimentazione che al modo di alimentarsi” [operatrice di Carmelo, CO].
La somministrazione della terapia è, nella maggior parte dei casi, sottoposta al
controllo degli operatori che spesso si occupano anche della gestione del denaro, che
viene distribuito secondo quote fissate.
I vari gruppi-appartamento si differenziano fra loro per il grado di strutturazione delle
attività a cui si richiede la partecipazione, questo dipende, almeno in parte,
dall’intensità della presenza degli operatori nel corso della giornata e dal livello di
autonomia raggiunto progressivamente dagli ospiti. Nel GA di Giuseppe, dove gli
operatori turnano sulle 24 ore, questi ultimi influenzano più direttamente l’andamento
delle attività della giornata:
“hanno tre volte alla settimana, quattro volte alla settimana la gestione del bagno, ognuno
di loro pulisce il bagno, e poi invece una volta alla settimana tutti insieme mettiamo a
posto la casa, gli spazi comuni. Anche per quanto riguarda i pasti, la preparazione dei
pasti la fanno loro, hanno dei turni, sia per il pranzo che per la cena e i turni lavaggio
piatti, noi abbiamo la lavastoviglie quindi non è che si chiede però fase inserimento piatti
nella lavastoviglie, riassettare la cucina.[…] si cerca di capire un attimino cosa si vuole
mangiare a mezzogiorno, si decide più o meno anche per la sera da scongelare carne, in
modo che l’operatore abbia già pronto più o meno l’idea di quello che è poi la giornata”
[operatore di Giuseppe, GA].
Nei gruppi-appartamento, quindi, la situazione, benché meno rigidamente normata da
orari, è abbastanza simile a quella nelle comunità. Le buone regole di una vita regolare,
simile a quella che i genitori impongono a figli adolescenti, sembrano vigere come
modello implicito:
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“ci sono delle soglie di sopportazione, insomma nel senso che stare fino alle undici a letto
non fa bene, diciamo per la parte educativa non è che sia un gran che, ecco. Dopo di che
giornate…di domenica li lasci dormire in santa pace, noi abbiamo degli orari per le terapie
teoriche 9.00, dopo di che se andiamo un attimino… se sono le 10.00 è lo stesso se sono
le 10.30 è uguale, se sono le 8 pure tanto poi si può anticipare quella del pomeriggio,
quella della sera, su quello siamo anche… e poi non riteniamo tanto giusto legarli agli
orari come in ospedale […] quello che diciamo è che funziona come una famiglia. E’
l’unico modello che ci viene in mente, sulla fiducia reciproca… tutti possono uscire,
andare, fare, basta che venga concordato con l’operatore” [operatore di Giuseppe, GA].
Anche qui il pranzo, le terapie e il denaro sono gestiti dagli operatori in tutti i casi in cui
la persona sia giudicata ancora non del tutto autosufficiente.
In gruppi-appartamento in cui la presenza degli operatori è meno assidua,
l’autodeterminazione è favorita:
“tendenzialmente come lavoro io, fare in modo che ci sia un’equa suddivisione delle
incombenze, ma senza la rigidità dei turni, non è che tu devi andare a fare la spesa lunedì,
tu il martedì, tu qua, tu fai questo il giovedì perché in una casa non succede così. Oggi
stiro io e domani visto che magari ho stirato io magari un po’ stiri tu. Se oggi devo uscire
allora fai la spesa tu ecc. però è molto, è molto difficile questo equilibrio perché poi
facilmente c’è quella che dice: «ma io sono andata a fare la spesa due volte lei invece..
mai», per cui il mio compito è un po’ quello di mantenere un equilibrio in questo…”
[operatore di Francesca, GA].
Un importante requisito per stare in GA, laddove questo aspetto non sia presidiato
costantemente da operatori (come quello in cui vivono Giuseppe ed Elda), è
l’autonomia nella auto-somministrazione dei farmaci. Proprio questo requisito diviene
critico e strutturante il modello adottato nella Asl 3. Se il paziente non ha raggiunto
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questa autonomia, non può passare in GA, dove non c’è un controllo adeguato,
garantito invece dalla comunità:
“La cosiddetta compliance alla terapia farmacologica, cioè il paziente che è in qualche modo è
affidabile nell’assumere la terapia perché chiaramente in questi pazienti che sono in comunità
prendono terapie farmacologiche e, per la maggior parte dei casi, la sospensione del farmaco
potrebbe avere, direi con una quasi [sorride] assoluta certezza, l’approssimarsi della crisi in
breve tempo e quindi è importante l’atteggiamento del paziente nei confronti del farmaco se in
qualche modo è accettante del comunque del curarsi in generale, se è accettante o no e questa
appunto una buona compliance alla terapia è favorevole all’ingresso, al cambiamento anche
perché ovviamente tutto ciò che serve a farlo stare bene, lo facilita rispetto a tutto ciò che deve
fare, ai compiti che avrà” [operatore di Carmelo, CO].
“i gruppi appartamento hanno una dimensione non dico completamente autonoma, ma
quasi, […] nel senso che puoi fare tutto quello che vuoi. Questo è il problema: visto che
puoi fare tutto quello che vuoi, lì ci devono stare appunto persone che sono capaci di
un’autonomia medio-alta e quindi ad esempio la cosa fondamentale è che si sappiano gestire
le terapie da soli perché ci sono degli infermieri che girano nei gruppi appartamento però,
preparano le terapie con il paziente e poi il paziente se la deve prendere da solo e quello è un
fattore importante, perché se noi sappiamo che il paziente non prende la terapia avrà il
settanta per cento, l’ottanta per cento di possibilità che gli venga una crisi insomma e per
quanto noi si possa monitorare […] e qual’ora questo grado di autonomia non c’è in
comunità non è che il progetto del gruppo appartamento fallisce, ma si cerca di strutturarlo
stando in comunità proprio perché la comunità ha un’équipe strutturata di persone che
lavorano lì, ha una cadenzialità, una temporalità che completamente differente da quella dei
gruppi appartamento cioè molto più cadenzata di quella dei gruppi appartamento, questo
permette di strutturare un’autonomia minima insomma nelle persone anche soddisfacendo
dei compiti che possono essere banali: da mettere a posto il letto, mettere a posto il
guardaroba, apparecchiare il tavolo nel soggiorno cioè tutte queste cose che possono
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sembrare banali, però un paziente con diagnosi di schizofrenia non ce le ha o le ha perse,
bisogna fargliele riacquisire” [operatore di Giovanna, CI]
COME SI VIVE “ALTROVE”?
Accomuna i pazienti in molti casi la valutazione negativa della vita in comunità, in cui
sono frequenti episodi di violenza oppure lo stato di disagio di altri pazienti è fonte di
profonde fatiche emotive. Le paure (reali perché provate in precedenza o immaginate
a partire da racconti di altri) fanno sì che spesso i pazienti si oppongano alle proposte
dei loro terapeuti di andare in comunità o che vivano come un calvario doloroso,
necessario per raggiungere la propria meta, il lungo passaggio attraverso domicili
progressivamente meno protetti:
“io ho fatto diciotto mesi di comunità, in cui io ho raggiunto una certa indipendenza. Se
tu vedi, dietro di te [indica dei panni all’intervistatrice], c’è la biancheria sporca che io
devo lavare. Allora, praticamente, io ho una certa indipendenza, io voglio preservare la
mia indipendenza [Lucio, GA].
“C’è una fase che può durare dai sei mesi a un anno in cui si nota decisamente un
miglioramento, non appena entrati in comunità ma anche poi, insomma, persiste per
fortuna e poi invece insomma c’è un po’ un plateau e poi una fase un po’ di stallo e a
volte insomma, diciamo, il ciclo si chiude nel senso che non solo non si vede più un
miglioramento, ma si vede anche un peggioramento” [operatore di Lucio, GA]
“Perché avevo incontrato delle persone che erano state in comunità, me ne avevano
parlato non bene, che cioè c’era ad esempio un signore che era in comunità, era molto
strano, cioè se si svegliava bene ti toccava il sedere se si svegliava male ti tirava calci
nelle ginocchia” [Giovanna, CI]
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“Era difficile quella comunità perché comunque c’erano degli uomini che non si lavavano,
c’erano delle situazioni brutte, perché […] C’erano delle ragazze molto malate che mi
facevano molto soffrire perché […] c’era una che era molto malata, accendeva e spegneva
le luci, sbatteva le porte… lì non si poteva dormire. Ce n’era un’altra che di notte ci veniva
a strangolare… e c’erano degli uomini che facevano i porcellini mentre guardavano la
televisione… e c’è stata per un periodo una ragazza che aveva… dei rapporti proprio nelle
comunità, nei bagni, nelle cose… insomma cose proprio brutte […] Ma sì, c’era un ragazzo
che… non so cosa avesse alla gamba, comunque rischiava di essere, avere una gamba
amputata… che era molto violento e non potevi mai dirgli [sospiro] niente e una volta mi
ha inseguito per tutta la struttura che mi voleva mordere, c’era un ragazzo che stava
abbastanza bene, un altro, un certo X, una volta abbiamo avuto una discussione e mi son
dovuta chiudere in bagno perché mi voleva menare, per dire; poi c’era invece un ragazzo
down, che era dolcissimo poverino…però la cosa positiva è che c’erano tanti ragazzi e
ragazze giovani e per cui con qualcuno riuscivi anche a parlare un pochino, però era
sempre un ospedale per cui regole d’ospedale, orari di ospedale, mangiare da ospedale…”
[Barbara, CI].
Alcune difficoltà incontrate in comunità si riscontrano anche nei gruppi-appartamento,
in quanto, anche qui la convivenza non è scelta, ma imposta dalle circostanze. Il
passaggio progressivo verso l’autonomia coincide, infatti, con la collocazione in GA,
collocazione che, come abbiamo visto, risponde spesso a logiche di
necessità/opportunità logistica, o terapeutica (ad esempio creare GA omogenei per
età/interessi, presso l’Asl3), ma non abbiamo indicazioni che si basi sulle
scelte/preferenze del paziente. Può quindi accadere che, anche qui, il contatto con gli
altri che stanno male, generi sofferenza:
“figuriamoci quando hai dei problemi anche di notte, non riesci a dormire, quindi uno dei
punti fermi fondamentali della vita comunitaria è il rispetto degli altri che parte appunto
dall’insonnia notturna che alcuni hanno, altri non hanno, però se quella che si alza
accende la televisione e sveglia quella che è riuscita ad addormentarsi che poi nel
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momento in cui è svegliata non riesce più a dormire, insomma… e il problema del fumo,
sono persone molto… che fanno fatica a… non lo vedono proprio il problema, per loro
vivere col nuvolone così… però c’è a chi da fastidio, per cui ci sono tutte queste cose che
si fa molta attenzione. Questo rischio è tanto, perché poi altrimenti la convivenza salta”
[operatore di Francesca, GA].
“Sicuramente non è una situazione piacevole, io spesso mi chiedo, nei loro panni come
mi sentirei e sicuramente non è una situazione facile quella di trovarsi comunque in casa
con delle persone che, soprattutto inizialmente, sono degli sconosciuti, che comunque
rimangono tali con cui devi condividere tutto: si condividono anche delle cose molto
intime, compresi i panni del bagno, e comunque con la condizione che si condivide anche
la sofferenza” [operatore di Remo, GA].
“C’è un signore, che si chiama [nome coinquilino] che praticamente è intrattabile, piange,
urla, batte i pugni sul tavolo e la convivenza è un po’ difficile con lui” [Lucio, GA].
“C’è uno che grida [nome coinquilino] grida sempre. Io gli grido, lo faccio star bravo, mi
fa venire mal di cuore” [Remo, GA].
Anche gli operatori sono consapevoli del fatto che talvolta il contatto con la sofferenza
può generare problemi seri ed essere causa di disagio anche grave, per gli altri:
“[i rapporti fra coinquilini] sono stati difficoltosi effettivamente, c’è stata subito molta
competizione, molta gelosia tra i due uomini, c’è stata forse una crisi anche iniziale della
signora, che poi è un pochino rientrata, e poi a volte capita che quando qualcuno va in
crisi o le cose si aggiustano proprio per questa capacità riparatrice anche proprio di
compensazione [sorride] che tirano fuori gli altri e a volte invece vanno tutti in crisi e
nel giro di qualche mese è un pochino successo così, almeno in questo momento, nel
senso che Lucio ha già subito fin dall’inizio espresso il suo disagio nel senso che non
trovava simpatico, trovava poco simpatico e anche proprio pesante – è l’aggettivo che
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usava di più – l’altro suo compagno e diceva che questa cosa lo metteva in tensione e
non gli consentiva di stare bene, di studiare nella casa, di fare le cose che desiderava fare
e l’altra persona diceva che era, insomma era gelosissimo di Lucio, anche perché lui non
ha parenti che lo vanno a trovare. Alla fine Lucio aveva delle crisi di tipo conversivo
che attiravano l’attenzione di tutti i componenti, insomma di tutte le persone presenti
nell’alloggio e queste si ripetevano spesso. […] In contemporanea mi sembra ci fosse
anche la signora, che non era stata bene, con delle idee anticonservative per cui
insomma dei ricorsi anche alla Guardia medica, al Pronto Soccorso e complessivamente
è risultato un gruppo appartamento difficile ecco per tutti quanti noi e quindi adesso,
insomma, per farla breve Lucio ha fatto due tentativi anticonservativi dimostrativi,
[sospira] forse son anche un’alternativa a queste crisi conversive però insomma […] c’è
anche stata la scorsa settimana, in seguito al secondo tentativo anticonservativo la
richiesta da parte dei genitori di spostarlo, quindi insomma, verrà valutata in modo
approfondito questa richiesta anche, ma comunque insomma proprio aldilà della
richiesta dei genitori l’opportunità di cose altre. Ci spiace perché comunque un percorso
è stato fatto, poi io credo che anche le cose che sembrano negative, magari non subito,
però poi possano riconvertirsi in modo positivo, in modo utile, magari ritornano con
dei rimandi utili [sorride] in un futuro. Io la vedo così, perché in fondo anche il nostro
mestiere è una ricerca di senso. In quello che si fa e quindi non credo che comunque
Lucio debba buttare via questa esperienza, anche se lui in questo momento la vive
come negativa” [medico di Lucio, GA].
Al contrario altri operatori sono convinti che il gruppo possa essere in qualche misura
terapeutico, ossia che gli altri intervengano a compensare momenti di difficoltà dei
loro coinquilini, in una forma di auto-aiuto. È il caso dell’operatrice della Cooperativa
Alice nello Specchio che promuove la costruzione di reti sociali a tutti i livelli e di
un’operatrice che ha evidenziato una spiccata tendenza a promuovere la partnership e
che considera lo stare in una casa come vivere assieme, e non solo come coabitazione:
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“la cosa positiva del nostro gruppo appartamento, per esempio quello di quattro
persone, è proprio questo, questa caratteristica dell’auto mutuo aiuto che è un modello
pesato, pensato e supportato nei giusti momenti, è un livello che funziona moltissimo
che crea indipendenza allontanandola dalla dipendenza, dalla dipendenza dall’operatore,
l’indipendenza per esempio del fatto che se ho un supporto dei miei coetanei posso
rivolgermi a loro e insieme si cresce, e questo è una caratteristica fondamentale
supportato poi da noi e da tutte, da tutte le attività” [operatore di Elda, GA della Coop.
Alice nello Specchio, Asl 4].
“Eh i momenti difficili: la signora che non c’è era in clinica perché non stava bene,
aveva avuto anche un battibecco con una di noi e stava male e allora hanno deciso di
portarla in clinica, mentre era lì è mancato suo figlio, l’unico figlio a 29 anni e poi è
rientrata, questa signora, è stata qui neanche una settimana… ed è andata di nuovo in
clinica… perciò, di fronte a una cosa così cosa puoi fare… puoi… restare vicino,
coccolarla eccetera, ma il dolore è un dolore, questi tipi di dolore non te li toglie
nessuno” [Francesca, GA, Asl 1 sud].
“sono quindici anni che faccio questo lavoro, non è mai successo che in un gruppo
appartamento, una comunità, stiano male, in un gruppo piccolo naturalmente, stiano
male due persone contemporaneamente, quando sta male una le altre stanno bene e
intervengono e anche questo è molto importante, comunque che si sviluppi questa…
inizialmente ho visto che succedeva questo, ma in modo inconsapevole. Poi è diventato
consapevole perché ogni tanto veniva fuori: «ma Francesca non va a fare la spesa è una
settimana che è a letto non ha voglia di fare niente», ma allora aspetta, pensa un attimo
a quando stai male tu, questa cosa man mano è diventata consapevole per cui c’è
proprio questa solidarietà e le crisi devo dire crisi grosse non ce ne sono nel senso che
una volta che si è creata, si è sviluppata questa solidarietà per cui il gruppo fa fronte alle
crisi di ognuna… poi le crisi che possono esserci sono legate alle difficoltà di
convivenza, direi che se c’è qualcosa che non va in questo gruppo ecco, però
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normalmente viene accettato, si impara a conoscere, ogni membro del gruppo impara a
conoscere… i problemi, le difficoltà, i punti deboli degli altri e li accetta” [operatore di
Francesca, GA, Asl 1 sud].
Quest’ottica determina anche la composizione del GA:
“Le interazioni tra le persone sono [ride] le più svariate, nel bene e nel male e quindi
questa era una cosa un po’ da sperimentare. Non c’è la formula magica, nel senso che si è
visto che magari affiancando pazienti tra virgolette disomogenei tra loro per patologia, a
volte funziona, funziona meglio che non mettere pazienti più o meno sulla stessa
lunghezza d’onda. Si può fare un gruppo appartamento di giovani, un gruppo
appartamento di anziani, [sorride] tutto quel che si vuole, però una certa disomogeneità
sviluppa poi quelle dinamiche anche di aiuto, di supporto, di complementarietà e di
stimolo, che sono importanti per crescere” [medico di Lucio, GA, Asl 2].
Alcuni pazienti prediligono però il supporto qualificato al semplice consiglio personale
o condivisione di esperienze con altri pazienti:
“con gli altri io mi trovo bene, anche loro si trovano bene con me, tra di noi insomma,
c’è abbastanza affiatamento chiaramente io personalmente faccio più riferimento
all’operatore che non a un compagno di stanza per mia scelta e poi comunque perché
comunque è il mio bene perché con l’aiuto dell’operatore posso fare progressi, con
l’aiuto di una persona che sta male come me, due ciechi cadono nella stessa buca”
[Giuseppe, GA].
Il gruppo-appartamento, essendo un passaggio intermedio fra due situazioni una più
protetta (la comunità) e una più autonoma (la casa) assume in sé i vantaggi di una
maggiore autonomia rispetto alla precedente e gli svantaggi rispetto alla successiva:
“non è la Ghestapo qua, nel senso che non è una comunità, ci sono degli orari però
non è che sono così fissi, se uno vuol mangiare, se uno…voglio dire: c’è un certo tipo
di vita che è quella della casa per cui chiaramente non è della casa ma, forse mi sono
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spiegato male, una vita di casa, per cui non c’ è, non so come dire, non è una comunità
in poche parole, quindi chiaramente, c’ è mooolta più elasticità”[Giuseppe].
“[In una casa indipendente] se ho voglia di farmi un uovo mi faccio un uovo, se ho voglia
di dormire dormo, se ho voglia di guardare la televisione guardo la televisione, se ho
voglia di fare l’amore con la mia ragazza faccio l’amore con la mia ragazza: tutto qui”
[Lucio, GA].
“comunque posso vivere con il mio ragazzo…in casa mia, fare quello che voglio quando
vengono i miei famigliari io ho una casa dove poter… diciamo accoglierli e insomma avere
una casa è una bella cosa perché ti dà anche più sicurezza e io da quando vivo in questa
casa… non ho avuto ricoveri… son sempre stata bene… sì, sono andata ogni tanto al day
hospital per magari un… cambio di terapie, queste cose qua” [Barbara, CI]
Non tutti i pazienti sono concordi nel sostenere che la casa autonoma sia però il
modello ideale di vita, avendo trovato nella collocazione abitativa attuale alcuni
vantaggi. Carmelo in comunità ha il comfort di una situazione alberghiera, Francesca
sostiene di non riuscire a vivere da sola e di preferire il gruppo-appartamento (visto
che non ha un marito o un convivente) perché soffrirebbe la solitudine. Entrambe le
situazioni sono il riflesso di una rete sociale deprivata, in cui la famiglia d’origine non
è fonte di supporto. Le reti sociali delle persone intervistate sono infatti molto
rarefatte, quasi nessuno cita amici ed amiche con cui ha rapporti costanti, se non
persone conosciute in istituzioni psichiatriche. Questo aspetto è molto evidente
nell’uso del tempo che appare desolatamente vuoto anche per persone giovani:
“visto che è un periodo che: non lavoriamo, non studiamo, non facciamo un tubo tranne
che fare i malati, almeno che ci sia qualcuno che ci venga a trovare” [Francecsa, GA].
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Per questo il gruppo-appartamento diviene talvolta un surrogato (sic!) della famiglia,
sempre meglio della solitudine:
“Se non c’è un affetto, se non c’è un qualcosa, però certo se lui trova un fidanzato o
una fidanzata, dice mettiamo casa insieme ma… questo non succede, per cui, quindi
voglio dire siccome la maggior parte è gente che appunto non ha famiglie dietro, che
possono dire io vivo a casa mia però poi so che posso andare un po’ dai miei, significa
che comunque vivere in [GA consente di vivere in un] gruppo dove non si deve far
fatica a trovare l’altro, insomma, è tornare a casa la sera e sapere che c’è qualcuno che ti
aspetta” [operatore di Francesca].
La rete psichiatrica talvolta supplisce alla necessità di un supporto, di un aiuto che
viene meno dalla rete informale, essendo accogliente rispetto ad una diversità che
spesso la società non tollera:
“Si, nemmeno mi danno il modo di far qualcosa, cioè di relazionarmi di uscire, perché
diciamo così non… ho perso un po’ così quel desiderio, della vita, di uscire, il piacere di
uscire, di comunicare con gli altri di… non mi interessa molto. Cioè vegeto, non è che
vivo, piacere, non so non riesco più… probabilmente non è che l’ho sempre avuto molto
questo piacere di vivere, adesso sto bene però non è che mi interessa la vita sociale, a me
non è che interessa ecco e quindi questo fatto che ci sono questi gruppi da fare, quindi
rapporti con altre persone mi aiuta a fare qualcosa, a vivere in pratica perché mi
abbandonerei qui, starei sempre in casa, non uscirei mai” [Elda, GA].
“Cioè non è che hanno una lieve nevrosi, cioè hanno una seria patologia per cui già
prendere in carico il fatto che non solo cronici e assisterli nel momento che non ce la
fanno a far fronte mi sembra già una grossa… convincersi del fatto che hanno bisogno
sia di terapia e anche proprio comunque di una figura, o il sapere che c’è qualcuno che in
quel momento può dare una mano, perché lui pur avendo una rete di amicizie, però la
rete di famigliari non può assolutamente far conto sui famigliari, perché non hanno né la
risorsa, ma poi non lo capiscono, cioè se lui comincia con le pietre, i cristalli, meditazione,
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è proprio questo discorso i famigliari non lo riescono a capire, mentre invece io lo
ascolto, tante volte lo critico, critico un pochino quello che dice, cioè comunque c’è
comunicazione e lui sa che è ascoltato, sa anche che magari è criticato, sa che tante cose
non le condivido, però ci sono” [operatore di Elio, CI].
Nella rete di supporto psichiatrica c’è anche chi cerca di insediare stabilmente col
territorio un rapporto stretto, d’integrazione, adottando un modello “ecologico”. In
particolare la cooperativa Alice Nello Specchio, oltre a gestire una serie di GA, ha aperto
un negozio equo e solidale, ha concesso l’utilizzo dei propri locali per le riunioni
condominiali e organizzato cene a cui ha coinvolto gli abitanti del quartiere. La filosofia
d’intervento si basa sull’attivazione di una rete complessa e articolata, che vuole non
solo intersecarsi con il territorio, rendendo permeabile il tessuto di entrambe le parti in
gioco, ma vuole essere un paracadute di sostegno a tutto tondo delle necessità del
paziente. Il lavoro, faticoso e intenso, prevede che le maglie del tessuto siano strette ma
fragili, ossia frangibili, al fine di facilitare il cambiamento (la crisis) e sostenere la
persona attraverso questi passaggi:
“cerchiamo di creare rete in continuazione e a qualsiasi livello. La rete con i servizi, che è
molto difficile perché tendenzialmente le ASL hanno un po’ questa cosa che, come
fossero un po’ all’interno di una bolla, molto chiusi tra di loro, noi combattiamo in
continuazione contro la chiusura, la chiusura del ragazzo, la chiusura dell’ASL, la chiusura
nostra, cioè tutti dobbiamo collaborare a questo, è molto difficile. A volte ti sbatti
veramente contro dei muri di gomma, perché la tendenza dell’ASL è un po’ quella di ‘va
bene, adesso il ragazzo è inserito in questa situazione, in questa cooperativa, chiusa la
storia’, non può esser così, perché se no si trasforma in una sorta di parcheggio ed è per
questo che noi comunque per esempio in alcuni casi abbiamo una retta iniziale che è più
alta, mano a mano che il tempo passa ci autotassiamo con una retta che va diminuendo,
perché anche per noi ci sia lo stimolo a creare autonomia nei suoi confronti, questo vuol
dire farsi veramente un gran mazzo, se posso dirlo, [sorride] perché bisogna creare questa
rete. […] Ogni utente ha un progetto cucito intorno a lui, per lui è come fosse una giacca,
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deve stare bene a lui [con enfasi]. E’ un modello in linea generale ma poi per ogni
situazione viene veramente fatto un lavoro di sartoria, un lavoro artigianale, questo è una
situazione che poi ha un risvolto molto ecologico all’interno anche della società, perché
più persone sono inserite a livelli sempre più di autonomia nella società, meglio tutta la
società sta, questo è a livelli veramente molto, molto ampi però davvero la situazione può
funzionare, spingiamo verso l’autonomia perché non sono dei parcheggi, questi, perché
dobbiamo allontanarci il più possibile dall’istituzionalizzazione, che è deleteria nei loro
confronti e perché abbiamo riscontrato con mano che questa cosa funziona e i ragazzi
stanno meglio ed è normale che l’autonomia porti a star meglio le persone, ognuno nella
propria forma, ed è chiaro, cioè l’autonomia che ha questa persona che noi seguiamo
interdetta è sicuramente diversa dall’autonomia che ha il ragazzo che si prende i farmaci
addirittura senza la nostra presenza. Il modello funziona, ma funzionerebbe ancora di più
se la società fosse più pronta a essere più elastica mentre ci si scontra continuamente con
situazioni di poca flessibilità perché la flessibilità richiede sicuramente più impegno,
mentre il modello unico -faccio un esempio stupido- come la comunità dove la comunità
è fatta di questi operatori che fa da quest’ora a quest’ora a quest’ora più il notturno, ed è
un continuo così, ventiquattrore su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni su
trecentosessantacinque, non porta all’autonomia. Porta ad una situazione eventualmente
di benessere, di equilibrio, ma statico, mentre noi a volte cerchiamo di creare proprio
dopo aver creato un equilibrio, dei momenti di crisi, pensati, voluti, dove noi siamo pronti
a sostenere questa crisi. Sarebbe molto più facile per noi come lavoro dire ‘no, no tu non
vuoi prendere l’appartamento che ti hanno dato della casa popolare, no, non prendertelo’
sostenere su la loro paura, perché ci toglierebbe un grande lavoro, mentre adesso sta
richiedendo un lavoro immenso proprio, ma non ha senso [fare diversamente], non è il
nostro progetto” [operatore di Elda, GA].
“quando c’era stata quella situazione in cui i vicini di casa proprio a livello pratico erano
venuti a romperci le scatole un paio di nostri utenti si erano molto spaventati e si erano
anche detti ‘non ci vogliono perché siamo matti’ che era vero. Hanno dovuto
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confrontarsi con la realtà: «sì! Non, non ci vogliono perché siamo matti». Impegniamoci
perché si possa pensare diverso: «Tu ti senti così matta da non, da poter essere
esclusa?». Al di là della paura iniziale e quindi risposta: «sì, mi sento così matta, voglio
andare, tornare in repartino» perché è una situazione protetta, ma non è una situazione
autonoma e non è aderente alla realtà, per quelli che ce la fanno. È normale che poi la
comunità esista e deve esistere perché ci sono persone che son adatte a questa
situazione, ma per quelle che non sono adatte a questa situazione, vuol dire che sono
adatte ad altre e possono essere adatte a questo nostro modello di autonomia”
[Presidente Coop. Alice nello Specchio, presente all’intervista con l’operatice di Elda
GA].
Una delle possibili motivazioni che spiegano la difficoltà dei pazienti a mantenere
rapporti con la propria rete sociale, è senz’altro la difficoltà a gestire la relazione, sia
per la famiglia che talvolta contribuisce al malessere della persona o che adotta
meccanismi espulsivi quando il congiunto è in crisi, sia per la rete amicale che
progressivamente si dirada. Altro aspetto non secondario è lo sradicamento dal
proprio territorio e da un ambiente familiare come la propria casa, a seguito del
ricovero e della conseguente collocazione in comunità o gruppo appartamento:
“qui i problemi sono sempre i cani e i gatti perché non solo dobbiamo … cioè tra
virgolette occuparci delle persone ma ci dobbiamo occupare anche di tutto il seguito che
hanno cani gatti e cose varie, bambole, bamboline” [operatore di Serena, CI].
“Ambientarsi in un ambiente nuovo non è mai facile. Con nessuno, era che.. mi trovavo..
fuori di casa all’improvviso da solo e la cosa mi ha spaventato” [Lucio, GA].
“quando mi son trovata in questa casa cioè, non è che me la sentissi mia questa casa.
Poi è piccolina e allora e all’inizio mi sentivo… mi sembrava di soffrir di gastrofobia…
perché il gruppo appartamento era grande, casa di mia mamma è molto più grande, le
comunità sono grandi, ecco c’è molto spazio e trovarmi in questa casa piccolina mi
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creava dei problemi perché mi sembrava che non fosse abbastanza grande […] e mi
affacciavo alla finestra e dicevo: «ma dove sono? Mah… »… insomma non ero… ero un
po’ spaesata, sì perché poi non conoscevo appunto i commercianti allora… non
sapevo i prezzi delle cose… dovevo un po’ anche organizzarmi su quanto spendere a
settimana… però, poi mi sono ambientata sia con la spesa, sia con la gestione
appunto della casa…e adesso va tutto bene” [Barbara, CI. Lo psichiatra ha fatto in
modo che le assegnassero una casa popolare sul territorio di competenza della ASL].
“Allora succedeva che magari quando avevo la possibilità compravo qualche oggetto
per la casa futura che avrei avuto perché quella che avevo non era mai quella che io
volevo e adesso non ci tengo più tanto come ci tenevo una volta alla casa devo dir la
verità, non ci tengo più tanto alle cose; però io ho una casa, sono talmente abituata a
non averla, non cioè sempre di qua, di là, sai come peggio che una zingara, che non ci
tengo più tanto, non lo so poi se più in là mi viene il desiderio…” [Elda, GA].
“Quindi in un certo senso le cose mi sono… fin qui mi sono andate bene. Solo che è
stato un percorso, un tragitto da fare molto, molto pesante perché richiede molta
energia questo modo di spostarsi da una casa all’altra, perché devi prendere tutta la
tua roba, devi trasportare, devi traslocare, devi ambientarti, devi abituarti e quindi ci
sono state dei… arrivati ad un momento, mi son trovato proprio da solo e quindi ho
anche sofferto un po’” [Elio, CI].
Un elemento rilevante per il benessere personale è quello di sentirsi a proprio agio nei
luoghi in cui si vive, percepirli come propri e appropriarsene:
“Però chiaramente erano solo i primi tempi, poi piano piano abbiamo comprato altre
cose per cui… piano piano la casa comincia ad avere l’aspetto di una casa normale.
Siamo entrati che la casa non era a posto e ha bisogno ancora di qualcosina e
abbiamo fatto in modo, di volta in volta, di colmare le lacune. La mia prima
impressione è un po’ di confusione, un po’ di disordine, un po’ di… ma perché non
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c’erano ancora gli armadi, le cassettiere… perché era una casa appena attivata”
[Francesca, GA].
“non lo so, per la gente forse. Qui, la gente è più brava. [Nel vecchio GA] non mi
piaceva la zona, c’erano i scarafaggi, topi…” [Remo, GA].
“in questa casa mi sentivo… era una casa. Non è che c’era qualcosa che non potessi
fare o che potessi fare in più, perché comunque era sempre un gruppo appartamento,
però era una casa, era più accogliente, secondo me era …era più intimo, mi piaceva di
più ecco [rispetto alla comunità]” [Barbara, CI].
“poi siamo andati a vedere questa e in effetti questa è una casa che lui ha subito
amato, perché è carina, si presenta bene anche la scala, poi le piante, nel caseggiato
abbastanza sano e poi lui è una persona che riesce a fare subito amicizia con gli altri,
ha fatto, è entrato in buon rapporto con quello che più o meno fa, diciamo, il servizio
di portierato” [operatore di Elio, CI].
“Beh, io sono stato uno tra i pochi fortunati perché ho fatto domanda per la casa
popolare, e me l’han data, nel giro di poco tempo e per di più, una casa che è vivibile,
si sta bene. Non è lussuosa, però mi va bene, anche perché io mi accontento molto
facilmente. Non è che desideri avere… basta avere un giaciglio, dove mettere i miei
cristalli, i miei abiti, per farsi un caffè e poi per me la vita va bene. Quindi devo dire
che sono stato molto fortunato, anche perché… questa unità sanitaria mi ha già
aiutato a trovare questa sistemazione, nel giro di qualche mese ho avuto una casa
popolare abbastanza carina. Anzi più bella di dov’ero prima” [Elio, CI].
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Il giudizio dei pazienti sulla situazione abitativa non è né omogeneo, né scontato. Coloro
che hanno trovato una relazione umana ed empatica con il proprio medico o con gli
operatori, considerano questo aspetto importante, per il loro percorso di recovery:
“Parliamo con gli educatori, ci aiutano tanto gli educatori, sono degli educatori splendidi,
ci stanno molto vicino, ci aiutano tantissimo, sia la coordinatrice e anche il
coordinatore… è una comunità bellissima” [Laura, CO, Asl 1 Nord].
“direi che il Servizio per me è positivo, ma oltre tutto oltre che positivo è fondamentale
come dicevo prima, non ci fossero queste persone che mi seguono io non so come avrei
fatto in determinate situazioni e nei confronti di alcune persone del Servizio, oltre tutto,
mi sono anche affezionata. Non avendo più nessuno praticamente attorno, praticamente
sono un po’ loro la mia famiglia, quindi, poi comunque lo vedo positivo, lo psicologo da
cui sono seguita, che conosco da maggior tempo, perché è dall’inizio che mi segue, con lui
ho instaurato un rapporto di totale fiducia, proprio e mi trovo molto bene devo dire con
la psichiatra la conosco da meno tempo perché prima ero seguita da un altro psichiatra,
però mi trovo molto meglio con lei che non con l’altro che mi seguiva, poi comunque si
attivano molto, devo dire, penso anche che abbiano preso un po’ a cuore la vicenda… la
mia impressione e invece l’educatrice è un po’ quella che mi pungola, nel senso che mi
attiva” [Serena, CI, Asl 1 Nord].
“Però non so fino a che punto possono essere valide queste strutture che cercano di
curare la mente, perché in realtà io sono stato un individuo, sì, ma, anche nella mia
malattia, solo. I vari medici non sono entrati nel vedere quali erano i miei problemi. Il
perché ero così, come sono diventato così, ma non fanno altro che darti dei psicofarmaci,
e questi sono dei palliativi. Una volta che lo psicofarmaco finisce la funzione, tu ricadi di
nuovo nello stadio che eri prima. Quindi sono delle stampelle, che possono aiutare,
possono, però non so fino a che punto. Però le strutture che ci sono adesso sono valide,
anche perché se non altro, se non altro sono puoi incontrare delle belle persone, anche.
Io ho incontrato una persona validissima, cioè mi ha aiutato moltissimo. Sempre
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un’infermiera di questo distretto, che mi è stata vicina per tanto tempo, mi ha capito, ma
al di là di quello che è lo psicofarmaco. Io vedo gente che sta male, viene qui, si
imbottisce di psicofarmaci e poi il problema rimane lo stesso. Forse ci dovrebbero essere
delle comunità, delle grosse comunità, con delle strutture proprio a livello curativo, ma
che ci sia psichiatra, che ci sia psicologo, che sia il chirurgo, ma soprattutto dovrebbe
essere un discorso. L’uomo si ammala perché non ama più. Ecco perché si ammala. E
questa è l’era dei psicofarmaci18, è l’era dei psichiatri, perché l’uomo si è totalmente
allontanato da Dio” [Eio, CI, Asl 4].
Anche l’aiuto a riprendere in mano aspetti della propria esistenza che si erano
congelati e che sono stati riacquisiti grazie all’intervento degli educatori, è giudicato un
elemento importante del proprio percorso terapeutico:
“[soddisfatto] pienamente sia per quanto riguarda gli operatori, sia per quanto riguarda gli
altri che stanno con me e per carità non ho niente da dire su questo, sono operatori
preparatissimi, insomma nel momento del bisogno mi hanno aiutato, nel senso che
comunque grazie a loro ho fatto dei passi da gigante, io ero qua che non riuscivo neanche
a prendere il pullman, perché comunque ero in comunità chiuse” [Giuseppe, GA, Asl 2].
“è stato molto positivo [il passaggio in GA]: prima di tutto mi ha riabituata a fare le cose
che avevo un po’ dimenticato, cioè, riprendermi cura di una casa, riprendere a far da
mangiare, riprendere ad andare a far la spesa, socializzare con le altre persone,
condividere le cose con gli altri è stato molto utile! [lo sottolinea, molto sicura] Avevamo
delle educatrici che venivano due volte la settimana per le cose più difficili, a volte ci
aiutavano a far la spesa, a volte chi aveva bisogno di una visita ti accompagnavano”
[Giovanna, CI, Asl 3].
18 Come nel libro di David Healy, The antidepressant era.
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SUPPORT(ED)IVE HOUSE
Lo STUDIO C19 è dedicato ad esplorare le caratteristiche del modello di sostegno nella
casa adottato da Casa Bordino, attraverso le testimonianze di persone supportate e
dei loro volontari di riferimento e alcune fonti documentali.
CHI E’ CASA BORDINO?
L’analisi del materiale empirico ci consente di capire chi era (alla sua fondazione) e chi
è Casa Bordino, sia nel dichiarato che nelle pratiche.
Casa Bordino (CB) è nata nel 1995, ma le attività di supporto alla casa sono a pieno
regime a partire dal 1998. Così viene presentata al pubblico:
“La scelta del nome non è stata casuale, ma ha una precisa motivazione. Perché Bordino?
Perché come fratel Luigi Bordino, laico cottolenghino nato a Castellinaldo d’Alba (di cui è in
corso la causa di beatificazione), per vent’anni ha donato gratuitamente la sua assistenza,
l’aiuto e l’ascolto ai sofferenti e ai disabili del Cottolengo e non, così oggi i volontari di Casa
Bordino cercano di offrire come dono gratuito e spontaneo, interventi concreti di ascolto,
sostegno e solidarietà per tentare di dare significato e dignità di vita a quelle persone che
pregiudizi, deriva e segregazione hanno portato all’emarginazione sociale e alla sofferenza
morale ben più grave e profonda di quella fisica”. [Presidente, Convegno “Marginalità e
sofferenza”].
19 Questa sezione è stata aggiornata nel 2006.
“Proprio il lavoro di Penelope, insomma: una volta tu fai, un’altra
loro nel giro di niente disfano […] tornano indietro nel cammino,
quindi ci vuole una grossa dose di pazienza e disponibilità”
Gaspare, volontario di Casa Bordino
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“Casa Bordino vuole svolgere una funzione di riferimento per la difesa dei diritti, talvolta
calpestati, e di sostegno per individuare, insieme ai pazienti, rispettando il loro punto di vista,
soluzioni ai problemi pratici della vita quotidiana, per consentire loro di vivere nella propria
casa, partecipando alla vita sociale con i diritti e i doveri che questo comporta. Ma Casa
Bordino vuole anche offrire un luogo di scambio, di incontro, di dibattito sulle questioni della
salute mentale, un luogo dove associazioni di auto-aiuto, di famigliari possano trovare la
possibilità di dialogare” [Responsabile Scientifico, Convegno “Marginalità e sofferenza”].
“Casa Bordino, alla luce delle profonde trasformazioni della Psichiatria, vuole essere
promotrice di iniziative che non rispondono più ad esigenze di ordine e controllo
sociale, ma a forme d’intervento che promuovano l’inserimento e l’integrazione sociale
delle persone che soffrono di una disabilità psichiatrica, nel rispetto dei loro diritti e del
loro punto di vista” [Fiorentino et al., Convegno Nazionale sull’inserimento
eterofamiliare di adulti sofferenti di disturbi psichici (I.E.S.A.)].
“Si propone di fornire risposte concrete ai bisogni di cura, di assistenza e di sostegno ai
disabili psichici e alle loro famiglie, soprattutto nel momento in cui le strutture
pubbliche territoriali terminano il loro servizio, al fine di garantire una continuità di
sostegno. L’Associazione, inoltre, si pone l’obiettivo di permettere ai disabili psichici di
acquisire o condurre una vita dignitosa nelle loro case, soli o in piccoli gruppi e
favorirne l’inserimento sociale nelle comunità di appartenenza affinché essi siano
considerati non più oggetti della psichiatria ma al contrario protagonisti della loro stessa
vita” [www.casabordino.com].
“Lo scopo è permettere alle persone colpite da disagio psichico di acquisire le abilità
necessarie a condurre una vita dignitosa nelle loro case, soli, in famiglia, o in piccoli
gruppi” [www.casabordino.com].
La posizione di CB è dunque politica nel senso etimologico del termine, nella polis e a
favore del cittadino. Elementi fondanti sono la complementarietà rispetto ai Servizi di
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Salute Mentale esistenti, complementarietà garantita dalla presenza di volontari che
agiscono in qualità di non professional:
“Casa Bordino è un’associazione apartitica, senza fini di lucro, composta da Volontari.
Nasce in seno alla Confraternita del SS. Sudario a distanza di circa 160 anni dalla
chiusura dell’Albergo dei Pazzarelli. Opera a Torino dal dicembre del 1998 in
collaborazione ed integrazione con il Dipartimento di Salute Mentale ASL 1 di Torino,
in applicazione di una convenzione tra l’Associazione e l’Azienda Sanitaria”
[www.casabordino.com].
“ci sono almeno sette otto pazienti per cui, se non ci fosse Casa Bordino, sarebbero
ricoverati, che sicuramente non potrebbero stare a casa da soli e che, comunque, di
per sé l’ambulatorio non potrebbe seguire come segue, cioè, alcuni di questi pazienti,
che ti dico, la colf, per esempio: tenere i libretti della colf, pagare la colf, vedere che
faccia l’orario, vedere che controlli le medicine, vedere che lavi bene per terra, ma
che nel contempo gli faccia anche da mangiare. Cioè son tutte cose che se non ci
fosse un volontario che segue impossibile pensare che un infermiere, o un assistente
sociale possa occuparsi di tutti questi pazienti in questo modo” [Margherita,
volontaria di Teresa].
“Mah il sostegno all’ utente in qualche modo noi non siamo autonomi in questo, perché
siamo di supporto all’Asl quindi il supporto, diciamo, è qualcosa che già qualqun’altro ha
programmato, l’Asl poi, logicamente, per fare questo sostegno ai loro utenti ha bisogno
di un certo numero di persone… che non sempre ci sono, e quindi ecco che ci
immettiamo noi, quindi noi siamo di supporto a un qualcosa che è stato già
programmato a monte, da qualcun altro quindi il sostegno all’utente è un sostegno che
poi, logicamente, concordiamo con le Asl, con le assistenti sociali, con gli operatori delle
Asl, i quali sono ben contenti di lasciarci spazio” [Luca, volontario di Giorgio].
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“Ai volontari di Casa Bordino si può estendere il concetto di non professional descritto
nella letteratura americana: sviluppano una competenza nell’ambito della riabilitazione
psichiatrica senza avere una formazione specifica. Ognuno opera in piena autonomia
con la supervisione e la verifica da parte di personale professionale e di tutto il gruppo
operativo. Il ruolo che i volontari rivestono è infatti complementare a quello dei
professionali: così adempiono ad una importante funzione di ponte fra i servizi e la
popolazione, di sostegno nella soluzione di problemi di vita quotidiana e di riferimento
per la difesa dei diritti” [www.casabordino.com].
Fanno parte del gruppo anche psicologhe e psichiatri che utilizzano la competenza
professionale al servizio del ruolo di volontario. Essi si occupano anche della
supervisione e supporto ai non professional per la gestione delle dinamiche relazionali
con le persone supportate, in ottica paritaria, secondo cui ciascuno utilizza le proprie
competenze a beneficio delle finalità dell’organizzazione:
“Casa Bordino è un gruppo di persone che ha disponibilità, non si fanno, non ci
sono dei grossi schemi, quindi c’è un ambiente molto, direi, fraterno, quindi cordiale,
nessuno si sente superiore. Le ragazze stesse per dire che sono tutte, se non già
laureate, o laureande [in psicologia] sono disponibili a darti dei consigli, o ad aiutarti.
È un modo di avere un punto di riferimento, un aspetto di grande libertà” [Gaspare,
volontario di Felice e Natale].
Essere in contatto con la sofferenza dell’altro provoca disagio e spesso i volontari
provano un senso d’inadeguatezza rispetto al loro agire, si chiedono se ciò che fanno è
appropriato. Dalle interviste emerge che esiste, sia uno spazio di condivisione
codificato (le riunioni del lunedì), sia lo spazio dell’errore; si percepisce, cioè, che non si
richiede loro l’infallibilità dell’agire, ma di seguire la filosofia di fondo che si basa sul
rispetto delle modalità, dei tempi e delle esigenze della persona che si supporta:
“son disponibile, sono qui, i miei mezzi sono molto limitati, prendetemi come sono
e insomma accettatemi come sono, e spero anche di non, così, ecco, di non fare dei
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danni… nessuno viene lasciato allo sbaraglio, quindi il fatto stesso di avere un primo
referente […] A un certo punto uno può anche avere ansie: «Mi sento, mi sento
affogare, datemi una mano», oppure «Ho un compito più grosso di quello, ho avuto,
così, ehm, un po’ di presunzione nelle mie forze e quindi, fermatemi un momento!».
Questo direi che è la, diciamo il modo forse migliore per queste cose, perché non
puoi partire né con schemi né…” [Gaspare, volontario di Felice e Natale].
“A volte proprio la capacità magari di cercare di stimolare che l’altro ti dica piuttosto
di che cosa ha bisogno! Quello sì. Però non di pensare, che però può venire
spontaneo quando vedi una persona che magari non sta tanto bene, non riesce tanto
a gestire le cose, soprattutto se ti trovi in contesti di casa. Di non pensare che puoi
sapere tu meglio di lui che cosa è meglio per lui. Questo non è assolutamente facile,
non è che venga richiesto a un volontario prima di entrare di fare, di compilare un
test per verificare se è così. Io penso che si impari e non si smetta neanche mai tanto
di impararlo, cioè, uno sbaglia in tutti i settori, anche in questo. Col confronto con
gli altri, confronto con quella persona che tendenzialmente te lo fa capire se hai
invaso, capisci che…” [Loredana, volontaria di Alice].
“almeno settimanalmente c’è la presenza di uno psichiatra, di uno psicologo. Quindi,
questo fatto di sapere che qui c’è qualcuno, oltre che chiaramente seguire gli ospiti
che sono qui, con i loro problemi, che ti possono domani dire: «Beh, allora, tu stai
seguendo XY, guarda che in questo momento è meglio un atteggiamento piuttosto
che un altro», quindi sicuramente un supporto, perché un volontario, inizialmente ti
trovi un po’ sprovvisto, nel senso che non sai…” [Gaspare, volontario di Felice e
Natale].
Casa Bordino mantiene un’organizzazione orizzontale: è libera da schemi organizzativi
rigidi, ma questa libertà può anche essere fonte di disagio personale perché implica
esporsi sempre all’altro, dover mantenere sempre l’empatia verso l’altro:
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“non è che Casa Bordino sia precisamente diretta da qualcuno, ci sono dei ruoli
precisi, quello della presidente, del direttore scientifico che, in particolar modo il
secondo più che la prima, in forma teorico, dl modello di riferimento ha dato
l’impronta. Ci sono delle responsabilità che ognuno si prende e tendenzialmente io
una volta potevo essere, siccome più esterna, un po’ più critica rispetto a certe scelte,
oggi che è da tanto tempo che frequento Casa Bordino e verifico più precisamente
come vanno le cose, penso che non farei granché di diverso, di sostanzialmente
diverso. Forse criticavo alcune rigidità temporanee, alcuni momenti di rigidità o altre
volte mi sentivo a disagio perché invece c’era un grado di… apertura, – è
paradossale, no? – molto forte che io non riuscivo a sostenere, io come persona,
avevo magari un mio preciso mondo di regole, che erano messe un po’ alla prova”
[Loredana, volontaria di Alice].
HOUSE SUPPORT… OVVERO?
Dalle interviste alle persone che ricevono supporto da Casa Bordino emergono una
varietà di supporti alla vita quotidiana strettamente connessi alle esigenze individuali.
Si va dall’accompagnamento alla messa, allo svolgere pratiche burocratiche per
ottenere occhiali, dal sostegno fattivo alla famiglia (baby-sitting e conduzione della
casa) quando una persona deve subire un intervento importante, all’accompagnamento
a visite mediche non psichiatriche, fino alla spesa fatta insieme o per conto della
persona quando quest’ultima non è in condizione di farla autonomamente:
“un gruppo di persone che va sotto il nome di associazione di volontari e quindi che
è un gruppo di persone che si incontrano spontaneamente e che si occupano, al di là
di tutto, di disagio psichico, con formazioni diverse, età diverse, anche in qualche
modo competenze diverse, a un certo punto. E’ un luogo di accoglienza, su tutti i
fronti, cioè accoglienza nel senso di ‘ci prendiamo un tè insieme’ oppure accoglienza
di una domanda più specifica che può essere quella di avere una mano, appunto,
nella gestione della propria vita, intesa come casa, ma anche come progetto di sé:
«vorrei lavorare, non saprei tanto però da che parte incominciare». Son tutte cose
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che magari non vengono gestite in questo caso da Casa Bordino con un ordine
preciso, ma di cui parli, senti, in relazione con una persona che ha un’età media
lavorativa e che magari non lavora da dieci anni. Faccio l’esempio del lavoro per dire
che gestione della quotidianità non è magari sempre solo gestione della casa, anche
dei rapporti sociali, della rete amicale, della mancanza magari di un compagno o una
compagna, per cui può essere almeno espresso come problema. Quello della
solitudine, della mancanza di una progettualità di coppia, spesso e poi c’è anche
quello del lavoro” [Loredana, volontaria di Alice].
Non mancano poi vere e proprie situazioni d’indigenza, cui Casa Bordino sopperisce
talvolta direttamente, badando ad adottare un comportamento che non urti la
sensibilità individuale:
“Sono stata anche aiutata, insomma da Casa Bordino, quando non ho i soldi per la
spesa, loro mi fanno la spesa […] quando Elisa mi comprava, anzi saliva già lei con la
roba da mangiare, arrivava, andava a comprarmi il latte e il pane, insomma le cose che
potevano servire e me le portava su e invece quella volta lì sono… proprio venute, io
non so, le avrà accompagnate qualcuno perché avevano tanta di quella roba… mi
hanno anche lavato forse i piatti, una volta mi avevano messo su le tende” [Eliana].
Si tratta di una serie di supporti simili a quelli che potrebbe garantire una rete
parentale allargata e coesa, che per molte delle persone con problemi psichici è andata
perduta. Anche in questo caso le storie personali come quelle presentate negli studi A e
B, sono connotate da sofferenza, abbandoni. Le donne intervistate sono una madre di
49 anni sola con figlia adolescente, in situazione di difficoltà economica rilevante
(Eliana); una donna di circa 70 anni (Teresa) separata dal marito e sola, ma ben
supportata economicamente dall’ex-coniuge che si è sempre preoccupato di trovarle
una sistemazione in abitazioni autonome (residence o casa in affitto) e una donna di 37
anni (Alice) che dopo una lunga e tormentata storia di conflitti con la propria famiglia
d’origine, vita in strada e incontri con la devianza, si è sposata, ha due figli e vive in una
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casa propria. Due degli uomini intervistati (Felice e Natale) abitano in un gruppo
appartamento e hanno alle spalle una vita in comunità e in molte pensioni e vivono con
difficoltà con un assegno di mantenimento, mentre il terzo uomo, Giorgio, vive da solo.
Le loro reti sociali di riferimento sembrano rarefatte e poco supportive, e soprattutto
Giorgio denuncia di soffrire molto la solitudine, nonostante gli sforzi – apprezzati – del
volontario che lo segue per stargli vicino.
“il fatto di riuscire a vivere, in qualche modo, in casa loro con un certo tipo di
pulizia, di stile, di agio, di non mancanza di qualche cosa. Poi insomma logicamente
il fatto anche di stare fuori, perché indubbiamente, non dimentichiamoci che queste
persone hanno alle spalle delle storie non sempre molto piacevoli, delle storie che
hanno portato che molte persone fuori – familiari o estranei – abbiano chiuse le porte
in faccia, hanno sbattuto tranquillamente le porte in faccia per cui il fatto di
reinserirsi in questo ambiente, che fino a poco tempo prima li aveva un pochettino,
così emarginati, non è facile e c’è sempre così un certo contegno a buttarsi
all’esterno, perché hanno paura di… che qualcuno li giudichi in un certo modo, che
li guardi in un certo modo. Quindi anche portarli fuori, bazzicare con loro ai bar, il
cinema, passeggiare normalmente e già anche quello vuol dire tornare un pochettino
alla normalità, poi indubbiamente sono tutte persone che hanno delle disabilità con
certe percentuali anche abbastanza elevate e come tali, fortunatamente il Comune di
Torino dà certe agevolazioni, dà un certo tipo di assistenza: che può passare dai
buoni pasto, che può passare al biglietto gratuito del tram, che può passare ai
contributi per l’affitto dell’ alloggio, però se non c’è qualcuno che li accompagna…
purtroppo sappiamo per esperienza che quando si va in questi uffici, è più quello che
noi normali ci incazziamo, che non quello che usciamo tranquilli e sereni perché ci
hanno aiutato, quindi anche portare queste persone, che molte volte non sanno
neppure cosa chiedere, non sanno come cioè è tutto un discorso che fa sì che queste
persone, piano piano, rientrino in un contesto, perché indubbiamente queste
persone si isolano parecchio dal mondo. Per loro quando riescono a conquistare la
loro casa, è la loro casa, e là dentro, è il loro regno, il loro mondo, per cui fuori sono
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cattivi, sono brutti, fuori non so quello che mi aspetta e allora a questo punto, il fatto
che fuori, per quanto siano cattivi e brutti e quant’ altro, però… dobbiamo
conviverci… fuori” [Luca, volontario di Giorgio].
“io ho sempre detto ai volontari è di avvicinarsi ai pazienti come ci si avvicina al vicino di
casa, che ha bisogno di qualcosa, non abbiamo mai parlato di diagnosi, di niente”
[Margherita, volontaria di Teresa].
Si può ipotizzare che questa rete costituisca un vero e proprio fattore protettivo verso la
ricaduta, o meglio verso la gestione istituzionale di momenti di crisi (intesi anche come
cambiamenti rilevanti nella vita personale) e che sviluppi le possibilità di recovery:
“peccherei di superbia dicendo che è il contributo di Casa Bordino [che ha fatto
recuperare Alice]. Posso sperarlo, nel senso che, secondo me, avere una rete, per una
situazione come quella di Alice, in cui i fattori esterni avevano una grossa incidenza
nel causare una crisi, può essere un grosso aiuto, perché tu prima di sentirti
disperata, hai modo di chiedere una mano e anche solo di confrontarti” [Loredana,
volontaria di Alice].
Il recupero descritto dagli utenti di Casa Bordino appare del tutto simile a come lo
descrive Ron Coleman: “Esistono altri requisiti essenziali per un viaggio verso il
recovery; uno di essi è l’abilità di navigare verso la meta desiderata. In questo sono
stato fortunato perché ho avuto più di un condottiero. […] Mike è stato la persona che
mi ha condotto verso il mio primo contatto sia con le mie voci sia con la società. Mi ha
incoraggiato ad andar fuori e a socializzare con le persone che non avevano nulla a che
fare con il sistema psichiatrico. Mi ha anche portato in posti come il cinema e concerti
classici che hanno risvegliato il mio amore per l’arte. Mike non è stato solamente il mio
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condottiero sociale, ma è anche una delle persone che mi hanno aiutato a focalizzarmi
sulle mie voci in un modo che mi ha consentito di esplorare la mia esperienza”20
“Natale: Sì, siamo molto migliorati..
Felice: anzi stanno facendo di tutto per… per guarirci” [Natale e Felice].
“allora era abbastanza… così, era lì [esita] non faceva nulla, si faceva fare più o meno
tutto, aveva un sacco di grossi problemi che lo angustiavano, le voci, che sente ancora
adesso, però effettivamente queste voci, che adesso in qualche modo, visto il rapporto di
amicizia, che si è creato, io lo sfotto parecchio per cui insomma prima invece erano per
lui vincolanti, erano per lui… diciamo, indirizzi di vita, […] aveva [esita] chiamiamola
violenza, anche se il termine forse è eccessivo, una violenza nel modo di parlare, nel
modo di muoversi, per cui entrare in casa sua, voleva dire entrare in un mondo che lui
chiudeva che poi, infatti e non era forse neanche manco tanto piacevole entrare in casa
sua, sentire lui che chiudeva a doppia mandata. All’ inizio provi anche il fatto di far
spesa, ad esempio, far spesa era ti do i soldi, l’elenco, vai a comprare e di lì a passare:
andiamo a comperare, infatti adesso andiamo a comprare, il fatto di pulire casa, ok
pulisci, fai, adesso puliamo, tante piccole altre cose da un: ‘faccio io’, era un: ‘vedi come
faccio’, impari, facciamo, ecco è stato questo poi il passaggio” [Luca, volontario di
Giorgio].
SUPPORTO: COME?
Il modello adottato da Casa Bordino è supportive e prevede una presenza e un
intervento differenziato a partire dalle diverse esigenze che si manifestano nel ciclo di
vita delle persone:
“cioè il fatto di andare così spesso a trovare Alice era proprio una richiesta da lei
espressa e da noi condivisa, perché era evidente che aveva bisogno di una mano con
una costanza temporale molto elevata. Mano a mano che le cose vanno
sistemandosi, uno si ritira un po’ da parte perché non risulterebbe poi invadente
20 Tratto dalla prefazione al libro di R. Coleman (1999). Recovery An Alien Concept. Gloucester: Handsell
Publishing, pubblicata sul sito http://www.roncolemanvoiceS*co.uk/Default.aspx?tabid=660 (traduzione
mia).
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andare a pulirgli una casa già che lei ormai si pulisce da sola” [Loredana, volontaria
di Alice].
“La filosofia di fondo di Casa Bordino, a parte che è un misto di filosofie individuali,
tendenzialmente è quello, secondo me, di incontrare altri con profondo rispetto, che
non sempre si riesce, perché comunque tutti, pur mostrandoci così adeguatamente
volontari, siamo persone, con antipatie, simpatie, momenti in cui magari siamo un
po’ più direttivi, o educativi, che è il peggio che possa capitare [perché] non è una
prospettiva buona in cui mettersi in relazione con una persona; è: ‘tu sei indietro, io
ti porto a un grado di educazione adeguata’. Se no, è educativo anche solo l’incontro,
lo scambio mi fa crescere; in questo senso può essere inteso in maniera positiva
come in alcuni casi, invece, può essere un po’ interpretato in quel senso lì, da
genitore a bambino: ‘questa persona ha bisogno di essere riabilitata, nel senso
rieducata’. Questa persona ha delle capacità tanto quanto me, può averle molto
meglio di me spesso in molti settori. Può averle in quel momento messe un po’ da
parte, può non averle utilizzate per un po’, può avere la capacità di fare alcune cose e
non averla mai sperimentata. Secondo me, una filosofia più orientata al pensare alle
abilità invece che alle disabilità. Quindi un incontro innanzitutto tra persone che
espongono le loro necessità, che vengono per un periodo aiutate in un momento di
difficoltà, per un periodo perché questo percorso dovrebbe, se inteso nel senso
proprio, non dovrebbe essere sequenziale tout court, quindi, non stabilirsi nella forma
di: ‘ci sarò sempre’, dato che parliamo anche di volontariato, il volontariato ha un
tasso di dispersione normale, dovrebbe essere la possibilità di un affiancamento per
un periodo di difficoltà e che poi questo periodo rientri un pochino, per tanti fattori,
che non sono solo il contributo del volontario e si rimanga magari in contatto, ma
non con la costanza e la frequenza che si è stabilita in quel periodo. Soprattutto per
quelle persone seguite da Casa Bordino già di una certa età, […] la situazione è
stabile in quel senso lì, il contributo è costante, perché la richiesta è costante. Però su
persone giovani e dinamiche, con magari situazioni familiari che stanno cambiando,
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non c’è bisogno di pensare che il contributo di Casa Bordino debba essere
decennale” [Loredana, volontaria di Alice].
“cioè ci sono degli alti e dei bassi per tutti i pazienti, ci sono dei pazienti che, magari,
per tre mesi basta la telefonata alla settimana, dire stai bene e ci sono dei momenti,
invece, in cui la tua presenza è necessaria” [Margherita, volontaria di Teresa].
“Casa Bordino può restituirgli, un certo tipo e un certo grado di autonomia, di
gestione del personale, cosa che le case protette ed altro non riescono a dargli, case
protette o supportate, comunque, è un gruppetto di persone che sono obbligate, fra
virgolette, a vivere assieme, che devono mangiare in certe ore, devono pulire quello
che fanno, devono pulire il piatto in cui lavano, devono vedere alla televisione quello
spettacolo più di altri, perché magari la maggioranza, quei quattro o cinque, vogliono
vedere lo spettacolo che tu invece non vuoi vedere, cioè è un po’ quello. A casa tua,
invece, fai quello che ti pare quindi a questo punto è fargli… capire che a casa sua,
vive molto meglio che non insieme ad altre persone… e si tratta solamente di
aiutarlo, logicamente stare a casa propria per un uomo, specialmente, che poi ha
avuto certe esperienze pregresse vuol dire, entrare un pochettino in crisi, perché la
casa vuol dire tutto, vuol dire: da gestire le bollette telefoniche, gas, luce ed affitto,
da gestire le spese, però in queste cose che possono sembrare, veramente, il grosso
ostacolo… siamo qui noi ad aiutarti ed ecco che, poi logicamente all’ inizio l’aiuto
sarà molto massiccio… mentre adesso io con Giorgio, appunto posso anche
permettermi il lusso di vederlo una volta alla settimana, se non anche due o tre, caso
mai lui ne avesse bisogno, però, mediamente una volta è più che sufficiente, all’inizio
si va, non diciamo tutti i giorni ma quasi, ci sono anche due volte al giorno, finché
piano piano, come dire alla persona che può chiedere, che aiuto può dargli Casa
Bordino, visto che lui viene qui a chiedere aiuto e l’ aiuto è questo, l’aiuto di fargli
riacquistare un certo tipo di autonomia, che lui decida quello che vuole fare, che lui
decida quello che si sente di fare, di mangiare, di vedere la televisione, o di andare a
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passeggio o non andare a passeggio, quello che infondo facciamo tutti quanti noi.
Logicamente visto che, ha alle spalle una storia, che tutte queste cose gli sono state
precluse, per un certo numero di anni, forse per molti anni, ecco che si tratta di
riacquistarla, piano piano… poi che sempre vada bene non è detto, anzi però in
qualche modo anche se va male, quando lo recuperiamo, da quel periodo, diciamo,
così transitorio, che non va bene, ritorniamo sempre su quella strada, che ogni tanto,
logicamente, noi siamo, siamo di supporto all’ Asl, la quale Asl fa un progetto su
queste persone, e dà anche delle terapie, noi non siamo dei dottori, dei medici, non
siamo, però certamente poi c’ è la crisi… gestita certamente non da noi, ma gestito
da qualcuno, che può essere il più delle volte i repartini. Poi escono e ci siamo di
nuovo noi, ecco, che recuperiamo il tutto ed anche quello, il vedere che quando si
esce c’è qualcuno… che ti accoglie” [Luca, volontario di Giorgio].
“magari adesso ci sentiamo per tranquillizzarla, una volta a settimana vado a prendere il
caffè per… però ci son stati dei momenti in cui, praticamente, dovevi star lì tutto il
giorno, adesso, per esempio, va in banca a prendersi i soldi da sola una volta al mese,
quando è su di giri devi andare con lei, cercare di non darglieli tutti in mano, ma di
darglieli in maniera che lei possa, in maniera di essere sicura, comunque, che si faccia la
spesa, che non li spenda tutti” [Margherita, volontaria di Teresa].
“paradossalmente fai bene non tanto quando finalmente va tutto bene e continua ad
andar bene, perché in quel momento tu ci stai di meno, quindi non fai. Fai come punto
di riferimento. Invece nel momento in cui devi far meglio è quello in cui la persona sta
peggio, che, da un punto di vista esterno, potrebbe voler dire: «Ma come? Una persona
sta male, vuol dire che non hai fatto bene!». E invece no, perché se vieni ricontattato e
richiamato a essere qui presente, vuol dire che hai costruito un buon rapporto di fiducia
e che ci sono le basi per poter risuperare un momento di difficoltà. Cioè poi non si può
prevedere… quando, se, come, però ci sono, cioè come per tutti. Ovviamente se uno
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ha una… una storia più delicata, un equilibrio meno forte…” [Elisa, volontaria di
Eliana].
Il rischio del modello, come in tutti i sistemi aperti, è la grande permeabilità dello
stesso e quindi la difficoltà a comprendere in quali momenti è indispensabile
sostituirsi alla persona (Cfr. Il rapporto tutorio suggerito da Henry, in Castelfranchi
et a, 1999) per promuoverne il benessere poiché in quel momento non è in grado di
partecipare, ma ha bisogno solo di essere guidata:
“una persona mi dice: «Mh, faccio fatica… a prendere con regolarità i farmaci»,
possiamo anche parlarne un attimo e vedere se riusciamo a trovare un’idea che ci
permetta di essere un po’ più costante. Oppure se uno dice: «Ah, vorrei ridurre, penso
di ridurre», a quel punto mi sento, ma per una responsabilità proprio… etica,
indipendentemente da chi me lo sta dicendo, di invitare a non… con molto calore, a
consultare bene il medico e a far presente che un calo non controllato e vistoso delle
terapie può portare delle conseguenze pesanti. Ma questo lo fai come persona, ma non
con il ruolo di: «Io ti controllo, se so che smetti di prendere la terapia, lo vado a dire al
medico!», questo francamente no. Poi lì dipende, perché magari ci son persone che…
che, su questa questione, hanno uno stile un po’ diverso. Io son sempre dell’idea che il
medico non lo sento se non mi viene chiesto dalla persona di sentirlo. Probabilmente è
limitata la mia prospettiva, altre persone qui non la pensano così. Per ora, però, non mi
viene naturale farlo, per cui non riesco. [gli altri volontari partono] dalla considerazione
che lo star bene della persona è primario rispetto… rispetto a tutto, che è una
considerazione corretta, per cui se io penso che quella persona sta rischiando… e non
riesco a convincerla… Io devo proprio essere certa…. [sorride] che la persona è fuori per
fare una cosa del genere, se no non… se ho il sospetto che, che rischi di… cioè l’alleanza
con la persona e la fiducia è il massimo” [Elisa, volontaria di Eliana].
“Con Eliana mi son trovata nella situazione di dire: «Eh, no, mi ha lasciato in mano i
suoi documenti medici, io ho una serie di prenotazioni che devo fare, eccetera, però ho
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sbagliato, devo spronarla a fare». A un certo punto mi hanno detto che forse stavo
esagerando [ride], perché ci sono dei momenti in cui è impossibile che una persona
riesca autonomamente a gestire tutto e anche a gestire insieme, per cui è necessario dare
il sollievo di una preoccupazione, di un impegno, un incombenza. Non l’ho fatto per
cattiveria, ma l’ho fatto perché in quel momento l’Eliana che avevo conosciuto all’inizio
stava un po’ evaporando e stava, era completamente sommersa dalle difficoltà, non
riusciva a gestirle come avevo visto che era in grado di fare in passato e il mio era un
desiderio di riportarla… a un livello più vicino a quello di quando l’avevo conosciuta.
Però mi è stato fatto notare in gruppo che forse [ride leggermente] in certi momenti
potevo anche essere un po’, come dire, clemente e aspettare” [Elisa, volontaria di
Eliana].
Se la “sostituzione temporanea” avviene, essa deve comunque sottostare all’idea che
si è fatta per conto e nel rispetto dell’essenza della persona, non cercando di
riprodurre un modello ideale personale di regolarità e normalità:
“la presunzione di voler cambiare delle cose, la stessa presunzione che hai quando
prendi un fidanzato: «è così, ma poi lo cambio». Non è vero niente, non cambi niente,
nel senso che non devi partire dal fatto di cambiarlo, poi lo puoi fare, ma non deve
essere il primo punto di partenza, dire: «adesso io prendo questa persona, la faccio
diventare normale, la sistemo». Io la prima cosa che avevo fatto, quando sono arrivata
nel ’95, avevo aiutato una persona, una paziente del dottor X, una paziente grave che
aveva avuto due tentativi anticonservativi. Il primo contatto come sostegno domiciliare,
era stato l’aiuto a questa persona ed anche un lavoro che avevo fatto con i primi
volontari che c’erano era stato quello di aiutare a mettere su casa a questa paziente che
era sempre vissuta in una pensione, in albergo… o cose di questo genere. Per cui aveva
avuto la casa dell’ATC, allora diamo il bianco, puliamo, compriamo le tende,
compriamo i mobili, compriamo questo, compriamo quello, facciamo questo, facciamo
quello, mettiamo questo, mettiamo quello. Dopo di ché, mi sono resa conto che a lei di
questo non gliene fregava niente! [risata], ma proprio nulla! Me la portavo dietro,
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perché lei comunque, veniva, perché glielo dicevo: «compriamo questo», «va bene»,
«compriamo quello», «va bene». Dopo tre mesi che abbiamo comprato, messo la casa a
posto, questa aveva i vestiti negli scatoloni, manco si è degnata di appenderli
all’armadio, lì mi sono resa conto che, appunto, io avevo messo su la casa come piaceva
a me, come ero abituata io. […] Allora questa è la cosa più sbagliata, perché tu fai prima
di tutto le cose che piacciono a te, ti aspetti che l’altra le accetti, ti dica grazie. […].
Quindi la prima cosa è quella di avvicinarti alla persona, senza volarle addosso e dire:
‘decido io per te’; perché questo, poi in alcuni casi devi fare anche quello, però… cioè
con la dovuta calma e, magari, dopo averne parlato con la persona” [Margherita,
volontaria di Teresa].
“comunque la base è sempre che tutto viene assolutamente fatto non solo col
consenso, ma si spera con la proposta [lo sottolinea] della persona interessata. Quindi
nulla che sia ‘sostituirsi a’ e questo è un punto come dire, teorico molto forte; poi ogni
tanto invece, nella pratica, scopri che ci stai cascando nel tentativo di ‘assistere’, invece
che ‘fare con’ e quello è un po’ un tranello, perché poi ci sono delle situazioni in cui
oggettivamente la persona non ce la fa, e quindi a quel punto se ti viene chiesto di fare
una cosa al posto suo, si valuta di farla, però deve essere una cosa temporanea e
ovviamente finalizzata poi invece a un recupero e a rispronare la persona a riprendersi
quell’area della sua vita. Ogni tanto è anche più comodo, magari sostituirsi… quando
viene richiesto; ogni tanto viene anche la tentazione di farlo quando non viene
richiesto, banalmente anche solo per problemi di tempo. Tipo: io mi trovo da quella
parte della città in quel momento, per me è più veloce fare quella cosa senza la persona,
può andar bene come eccezione, però bisogna stare attenti a controllare che non diventi
poi… un’abitudine” [Elisa, volontaria di Eliana].
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CHI TROVA UN AMICO…
“però un amico se viene [a casa mia], compatibilmente con il mio stato mentale, mi
capisce, è come trovare un tesoro… mi fa un regalo più grande…” [Giorgio].
Questa affermazione di Giorgio fa da comune denominatore a tutte le interviste
condotte con le persone seguite da Casa Bordino. Tutti, indifferentemente definiscono
amicale il rapporto con il volontario e nel caso di Teresa anche con lo psichiatra (il
responsabile scientifico dell’Associazione) per le visite domiciliari e il rapporto attento.
Tutti sono percepiti come amici e amichevoli nell’atteggiamento e la possibilità di
perderli è vissuta con grande apprensione:
“Ecco un carattere solare, disponibile, non so, io voglio un bene dell’anima
Margherita. Per qualunque cosa le telefono, quando ha più tempo passa, ma adesso
ha… è sempre indaffarata. Adesso mi spiace se va in pensione, beh, non mi
abbandonerà! [Se non ci fosse] sarebbe proprio una cosa…[lo dice con smarrimento]
eh… che mi… forse mi metterebbe anche in difficoltà” [Teresa].
Il valore aggiunto non è tanto rappresentato dall’aiuto pratico che è indubbiamente
percepito come rilevante, ma soprattutto per la relazione che s’instaura fra le persone,
che arricchisce anche la vita sociale spesso deprivata degli utenti:
“Ah beh diciamo che prima senza casa Bordino, senza l’affetto soprattutto, la mia
vita era molto più squallida perché poi c’era mia madre che veniva e allora la tutelava
un po’. Adesso mia madre non viene più perché non sta bene, è anziana e insomma.
C’era mia madre che veniva però facevo una vita tutta diversa e invece adesso…
quindi il mio giudizio è estremamente positivo” [Giorgio].
“Che è molto simpatico Luca [operatore di Giorgio, ma anche di Natale e Felice], un
signore serio, gentile, di buon cuore, a me è subito piaciuto” [Natale].
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“non so, è proprio un’amica. […] Mi trovo bene con lei, ecco. è proprio… [cerca la
parola] insostituibile. Almeno, per me è insostituibile” [Teresa].
“ecco, non è facile avvicinare, seguire e direi aiutare perché qui… [sospira] aiutare,
aiutare direi che è ascoltare, visto almeno la mia esperienza mi è parsa che in quelle,
sì, due o tre occasioni che ho avuto, anche andando a casa appunto di Natale, Felice
e Carlo [il terzo coabitante, N.d.R.], che hanno un estremo bisogno di comunicare
perché per loro è molto difficile. Infatti Carlo è molto chiuso, mentre Natale è più,
un bel temperamento, Felice è più timoroso, è venuto e mi fa: «Tu giochi a carte?», e
io, insomma, diciamo di sì, non che sia un giocatore, però comunque abbiamo
trascorso questi tre quarti d’ora” [Gaspare, volontario di Felice e Natale].
La relazione di amicizia, non è unidirezionale, ci dev’essere un feeling reciproco:
“Aiuto e amicizia. Oh, abbiamo un buon legame, con gioia, con gioia, di essere ben
accetti, bisogna, da ambo le parti piacersi. Piacersi, giusta la parola” [Teresa].
“Gli amici, sì, ehm… a me non piace chiamarli né pazienti né… sembra subito di
mettere un’etichetta, non dico negativa, ma certamente un po’… discriminante”
[Gaspare, volontario di Felice e Natale].
“abbiamo, diciamo, intessuto dei rapporti [schiarisce la voce] non solamente così di
volontario e utente, ma veramente, rapporti di amicizia, anche perché,
indubbiamente, entrare in rapporti con queste persone, che hanno avuto alle spalle
delle storie non sempre molto simpatiche e piacevoli, vuol dire anche veramente,
entrare nella loro amicizia” [Luca, volontario di Giorgio].
“La maggior parte delle persone che ho conosciuto mi piacevano moltissimo, sto
bene con loro, mi piace passare il tempo con loro, e quello è il valore aggiunto che
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vorrei dare; cioè non è soltanto che dobbiamo fare delle cose, che tutto è un peso,
cerchiamo anche di provare un minimo di piacere” [Elisa, volontaria di Eliana].
La strategia adottata da Casa Bordino due volontari/e è quella di affiancare quando si
supporta una persona nuova, sopperendo così a due necessità: una di carattere
relazionale ossia individuare con chi la persona si trova meglio e viceversa e una di tipo
organizzativo per avere a disposizione un sostituto del volontario di riferimento, che
abbia comunque un rapporto di conoscenza consolidata con la persona supportata.
La dipendenza che si crea non è quindi legata ad un processo di revolving door o
d’incapacità di affrancamento da parte della persona supportata, ma ad un legame
negoziale la cui intensità, comparabilmente a quanto avviene nelle reti naturali, è
variabile a seconda delle esigenze della persona stessa. Il rispetto dovuto all’essere
ospiti della casa altrui, pone in una condizione più equilibrata il potere fra chi aiuta e
chi è aiutato, questo perché la casa è assunta come luogo in cui la persona abita, vive,
ha le sue relazioni affettive significative, è il suo territorio, ma non è un luogo per
curare:
“perché indubbiamente, una persona estranea che si apre e che apre e che suona il
campanello e che entra in casa… insomma diciamolo io ‘normale’ dico: «sta fuori
dalla porta e poi ne riparliamo», quindi vuol dire veramente entrare in un certo tipo
di… per cui diciamo il grosso del lavoro è proprio entrare, è il rapporto di fiducia…
così che quando si raggiunge il rapporto di fiducia, poi allora si aprono in tutto,
anche se poi magari telefonano a mezzanotte, che può anche… però insomma si
instaura questo rapporto di amicizia, per cui veramente, c’è un tipo di simbiosi fra
colui che si presta a fare questo tipo di servizio e colui che in qualche modo lo
accetta” [Luca, volontario di Giorgio].
Ciò che sembra giocare un ruolo cruciale è il modo con cui ci si approccia alle esigenze
della persona che si va a trovare. Il fatto di entrare nella casa dell’altro e di farlo solo se
e come lei vuole, ristruttura di per sé, la relazione che si instaura:
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“caso mai gli si chiede, li si invita a non avere certi tipi di contatti, o a evitare certe
cose o però insomma diciamo a riaccompagnarli, come si fa con un bambino
piccolo, solo che non è più il bambino di due anni a cui insegno: a camminare, ad
andare a comperare qualche cosa [usa un tono simile a una cantilena], il chiedere
scusa, il permesso e le altre cose, ma è una persona di quarantacinque/cinquant’anni
che deve recuperare, in qualche modo, qualche cosa, che ha abbandonato… per
mille motivi: per malattia, per… e quindi è quello, insomma che, in fondo, Casa
Bordino fa ecco…” [Luca, volontario di Giorgio].
“se vogliamo dare una regoletta, è inizialmente non pretendere che loro ti ascoltino
più di tanto; diciamo è in qualche modo, è attendere che loro si facciano vivi,
attendere che loro esprimano le loro idee piano piano, che loro si facciano
conoscere… perché il rapporto in fondo è lì che poi nasce una volta che hanno
acquistato quella fiducia per cui, oltre che a dirti quello che sono, entrano anche
nelle parti più intime, più segrete, ecco che allora veramente il rapporto poi è
sbocciato” [Luca, volontario di Giorgio].
Il volontario deve essere spoglio da valutazioni preconcette aprendosi all’altro:
“necessita di una disponibilità direi senza limiti, quindi spoglia di qualsiasi
pregiudizio, di qualsiasi fede o paternalismo o qualcosa del genere. Quindi se vuoi
dedicarti nell’avventura di quel tipo lì, dare consigli, a parlare, a cercare di entrare
nell’io di questa persona che chiaramente è turbata e per dargli dei punti di
riferimento perché si possa trovare così più tranquillo e ne ha bisogno e nello stesso
tempo non ti devi neanche sostituire, altrimenti è finita, cessa lo scopo, perché se
non ci sei più tu…” [Gaspare, volontario di Felice e Natale].
Ed è colui che lo ospita che valuta e decide se ciò che riceve gli è utile oppure no:
“sapere se effettivamente hai dei riscontri in cui vedi che questa persona ha
accettato, diciamo, la tua presenza, ha accettato il fatto che tu ti sei interessato a loro
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e quindi ritieni, diciamo pure ritieni, di aver fatto qualcosa che gli sia utile. Poi, sarà,
saran, saran loro a dire: «Effettivamente mi hai aiutato» oppure: «Questo qui non mi
è servito a niente!»” [Gaspare, volontario di Felice e Natale].
Il motivo che consente ai volontari di essere così empatici è da rintracciare nei principi
e nei valori morali che guidano il volontario nella sua opera:
“Sono gente buona, gente che si sacrifica, si dà da fare, corre, va, viene, sono gente
ancora che ha dei principi, sono sensibili, sono molto buoni. Poi hanno mille cose da
fare, non è gente che si mette in pensione e non fa niente, si siede su una sedia e
guarda tutto il giorno paesaggi. La pensione la prende come una vocazione:
guardano i nipoti, guardano i figli…” [Giorgio].
“i volontari che fanno questo perché indubbiamente c’ è un impegno veramente
sentito, massiccio, convinto… e questo è il punto di forza, poi il fatto che forse
siamo gli unici in Italia a fare questo perché penso che Casa Bordino, così come
esperienza in Italia, non sia tanto imitata. Poi effettivamente la forza di Casa Bordino
sono i volontari, quello che loro sono capaci di fare e quello che hanno tempo di
fare e quello che hanno voglia di fare, in questo caso veramente c’è un superamento
del termine volontario [cioè] è: ‘faccio le cose quando voglio io, se voglio io, quando
ho tempo io, è tutto un se’ invece qui siamo a un qualcosa di più, a
un’immedesimazione, di me nella persona che aiuto” [Luca, volontario di Giorgio].
In effetti Luca, il volontario che supporta Giorgio (ma anche Felice e Natale), si occupa
da sempre delle persone ricoverate al Cottolengo ed è impegnato nello scoutismo ed è
chiaro che la sua fede cattolica si riflette sul suo impegno sociale:
“il termine servizio che sostituisce [cambia il tono come evidenziare la parola
servizio], quindi, la parola volontariato, per cui per noi è normale, siamo abituati fin
da lupetti, da piccolini” [Luca, volontario di Giorgio].
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Altre volte motiva i volontari la possibilità di accostarsi, per interessi legati agli studi e
alla professione, alle persone con problemi psichici, da un punto di vista non clinico,
come nel caso di Elisa e di Loredana, entrambe alle prese con gli studi di psicologia
quando incontrano Casa Bordino e di Margherita:
“frequentavo psicologia come Facoltà… e quindi, avevo deciso che mi serviva fare
qualcosa che non fosse soltanto leggere i libri e mi sembrava che una formula che
[ride lievemente] comprendesse in qualche misura un inizio di contatto con il
mondo del disagio psichico potesse essere quello del volontariato, perché
comunque non avevo nessuna esperienza per potermi proporre invece in contesti
lavorativi” [Loredana, volontaria di Alice].
NOI E LORO O NOI TUTTI?
L’organizzazione di Casa Bordino è tendenzialmente orizzontale. I confini però ci sono:
alla riunione del lunedì non si parla collettivamente dei problemi della singola persona
a cui si da supporto:
“Casa Bordino è, intanto, una casa che non fa distinzioni tra pazienti e volontari, nel
senso che sono all’ inizio si facevano riunioni con pazienti e volontari insieme, senza
nessun tipo di distinzione, poi è ovvio che alcune cose te le dici a parte, però
comunque ha accolto dei pazienti, che poi si sono trovati bene, sono diventati anche
volontari… una casa a tutti gli effetti” [Margherita, volontaria di Teresa].
I confini fra ruoli non sono però né chiusi, né statici. Ad esempio Alice, al momento
dell’intervista, non usufruisce più da alcuni anni di alcun supporto alla casa, ma al
contrario partecipa attivamente ad un progetto di supporto per pazienti con problemi
psichici:
“Poi, a Casa Bordino, spesso accade che una persona che si presenta come utente
diventa, a sua volta, volontario e quindi non c’è una distinzione dei ruoli così precisa,
che ti tiene, magari, in certi casi, anche un po’ costretta, ad essere magari molto
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empatico, ma a non uscire da un certo confine che va rispettato e che è anche quello
che ha l’altro come aspettativa nei tuoi, nei tuoi confronti, dal momento che tu
ricopri quel ruolo. In questo caso, è un rapporto molto più libero, più sciolto. Tu
dici quello che ti senti, ritenendo in quel momento che sia adeguato dirlo. Non è che
uno entra qua, racconta tutti gli affari suoi, o, andando a trovare qualcuno a casa, lo
invade di propri problemi. Però c’è una possibilità di confronto, che, almeno io ho
sempre sperimentato, in molti casi e in molte case [ride leggermente] aperta, per
cui… anzi, forse, spesso una formula che posso aver adottato per dare una mano è
stata anche quella di parlare di cose mie, ritenevo che fosse un modo per far sentire
la persona non tanto… non diversa da quella che è la normalità, cioè da quello che
può accadere e di accorciare anche un pochino le distanze dove magari una persona
in difficoltà pensa che tu che vai ad aiutarla, hai una capacità di gestirti la vita e le
cose molto equilibrata, come se fossimo, tutti, da questa parte tutti sani e dall’altra
parte, invece, tutti con problemi” [Loredana, volontaria di Alice].
Il passaggio di ruolo da utente a volontario non è sancito da alcun rituale, ma si basa
sul desiderio manifestato dalla persona di partecipare attivamente alla vita
associativa:
“per un periodo ci si è chiesti se c’era, come se fosse [ride leggermente] un rituale di
una tribù, che dici: ‘supero quella cosa e arrivo’. Non è così, cioè una persona
diventa… prima di tutto c’è un modo molto chiaro e diretto che è ‘io prima sono
stato aiutato, adesso sto meglio e voglio dare una mano anch’io’. Oppure ‘adesso ho
una situazione personale più chiara, più definita, più tranquilla e sono disponibile a
dare una mano’. Questo è il modo, è la domanda che farebbe una qualsiasi persona
che vuole fare volontariato qui. C’è un modo meno diretto, che però è altrettanto
importante, che è quello delle persone che più abitualmente frequentano Casa
Bordino nel pomeriggio, che, inizialmente, la frequentavano, appunto, come cultori
di un habitat [ride leggermente], chiamiamola così, che poi ne sono entrati a far parte
e che, quindi, si sono dichiarati [enfasi] anche soci e volontari dello stesso. Magari
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non vanno sul territorio a dare una mano, non perché non gli sia stato proposto, ma
perché non è tra le attività che loro hanno voglia di svolgere, ma questo non riguarda
solo persone che sono anche utenti dei servizi psichiatrici, ma riguarda anche molti
volontari di Casa Bordino” [Loredana, volontaria di Alice].
MA ANCHE NELL’EDEN C’ERA LA SERPE TENTATRICE…
Le organizzazioni si trasformano e cambiano le loro dinamiche interne, l’aumento del
numero di volontari ha obbligato a trovare altre forme e modi di confronto più
individualizzati:
“perché all’epoca, cosa che si fa anche adesso, in forma meno costante, potrei dire,
nei termini della riunione del lunedì, perché all’epoca si era in un numero inferiore, la
maggior parte delle persone seguite erano anche pazienti del direttore scientifico e
quindi c’era un’integrazione coi servizi più diretta, perché lo psichiatra era lì, la
terapista della riabilitazione psichiatrica era lì e i collegamenti con i pazienti erano
inerenti soprattutto alla ASL 1, col distretto” [Loredana, volontaria di Alice].
“La realtà è che da quando Casa Bordino è diventata più grande, questa riunione del
lunedì è diventata più problematica, per diversi motivi, nel tempo si è trasformata in
un momento di incontro e di organizzazione di cose che riguardano l’associazione in
generale, non più le singole persone. Intanto perché è più complicato con trop… con
tanta gente riuscire a fare un discorso organico, però questo secondo me si poteva
superare, nel senso che è ovvio che tante persone che si conoscono, tendono a
chiacchierare, [ride leggermente], però siccome tutti hanno un obiettivo comune che
li spinge a ritrovarsi a Casa Bordino, l’attenzione, se sollecitata, poi alla fine si
ottiene” [Elisa, volontaria di Eliana].
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La lettura dei “Resoconti morali delle attività di Casa Bordino” conferma la progressiva
fatica di tenere insieme un’organizzazione in costante espansione sia numerica, sia di
attività:
“Dai 70 incontri che hanno riguardato n. 40 persone suddivise tra utenti e famigliari,
siamo passati a circa 1015 ad oggi, senza contare il supporto telefonico che ognuno
di noi ha dovuto sostenere con l’utente o i famigliari di cui si occupa” [2000].
“a tutt’oggi 10452 interventi per 25 utenti gravi […] non solo di supporto
domiciliare, ma sono rivolti a tutti quegli aspetti che coinvolgono la rete sociale del
soggetto.[…] Un altro obiettivo raggiunto è stato l’inserimento lavorativo di un
utente” [2001].
“dai 10452 dell’anno precedente ai 16081 attuali.[…] I volontari di Casa Bordino
sono aumentati, la “famiglia” è cresciuta (ancora troppo poco per la mole di lavoro
da svolgere!) mentre aumenta la voglia di fare. […]. È stato ed è ancora un gravoso
impegno trovare le soluzioni più opportune alle problematiche incontrate, come la
gestione del periodo natalizio: la soluzione tuttavia è stata trovata, grazie alla
presenza attiva di Casa Bordino anche in tale periodo e, da non dimenticare, grazie
alla disponibilità dei volontari sempre reperibili” [2002].
“un totale di 24152 passaggi. Gli utenti che attualmente sono assistiti a domicilio,
unitamente alle loro famiglie, sono 40 di cui 36 in carico all’Asl 1 e n. 4 in carico
all’Asl 4. […] la collaborazione attiva di volontari psicologi, ha permesso il percorso
propedeutico all’inserimento lavorativo di due utenti. Casa Bordino partecipa con la
sua attività di House Support e ricerca sul ‘sommerso’. Tale progetto è stato
denominato ‘Il Bandolo’ ” [2003].
“25583 passaggi. Gli utenti che attualmente sono assistiti a domicilio, unitamente alle
loro famiglie, sono n. 48 di cui 41 in carico dell’Asl 1 e 7 a carico dell’Asl 4. […] Di
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questi utenti si fa carico con un impegno orario notevole; l’intervento non è solo di
house support, ma accompagnamento presso i servizi, ambulatori medici, disbrigo di
tutte le pratiche, nonché nel periodo del ricovero, assistenza ospedaliera” [2004].
Il modello proposto da Casa Bordino appare estremamente efficace e, benché stimolate
in tal senso, le persone supportate, hanno avuto difficoltà ad individuare delle criticità.
Saranno gli stessi volontari e fra loro anche Alice, divenuta ormai tale a pieno titolo, a
muovere delle (auto)critiche interessanti.
La più aperta è quella di Elisa la quale sostiene di non apprezzare la sempre più ampia
compresenza e compenetrazione fra professional e non-professional, dovuta
all’introduzione di progetti che sembrano un poco aver spostato il focus dall’obiettivo di
parificazione delle voci in campo, caratterizzante Casa Bordino alla sua nascita:
“forse sarebbe meglio trasformare il nome in ONLUS, perché adesso cioè tenere
soltanto ONLUS a limitare la questione volontariato, perché ultimamente di
volontari ce ne sono pochissimi e quindi… per alcune persone è diventato un lavoro
e, di fatto non poteva che essere così, nel senso che dopo anni, anni e anni che passi
a fare determinate cose, senti che questo veramente fa per te e ti piace… o lo fai
diventare un lavoro in qualche modo oppure poi devi cercare un lavoro che ti
costringe ad avere pochissimo tempo per [Casa Bordino]. Vuol dire che Casa
Bordino sta passando un momento di trasformazione profonda, perché adesso ci
sono diversi borsisti e pochi volontari. E quindi… c’è un’ambiguità anche nella
presentazione, mentre, dal mio punto di vista, non c’è nulla di male a dire che è
un’associazione senza scopo di lucro. Tra un po’ ci siederemo a un tavolo e vedremo
che farne di questa parola [volontariato], perché ci sono anche i volontari, ma non
sono più la maggior parte delle persone” [Elisa, volontaria di Eliana].
Simile, anche se con una differente coloritura è l’affermazione di Alice, la quale
auspicherebbe che i volontari professional coltivassero un rapporto amicale oltre che
professionale fra loro:
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“Secondo me dovrebbero solo frequentarsi di più ancora le ragazze che lavorano…
tra di loro, conoscersi di più anche al di fuori del lavoro, perché… aiuta, aiuta a
maturare tutti quanti. Io parlo delle persone che sono specialisti, perché, secondo
me, si impara a conoscersi magari di più tra di loro e trovarsi dei punti in comune
più facili. Si dedica più tempo ai pazienti forse, diciamo, quasi, tra parentesi, che tra
di loro stessi” [Alice].
Se per Elisa il problema è evidente e lei lo esplicita chiaramente, esso rappresenta un
modo comune di percepirsi e di essere percepiti condiviso, trasversalmente, tra
volontari e utenti. È possibile coglierlo nei termini usati per definire (e definirsi) dalle
persone intervistate21:
“la mia prima impressione di questo lavoro… di questo lavoro, di questo impegno,
ecco, non chiamiamolo lavoro. Insomma quindi è proprio per scambiare anche un
po’ le impressioni, chiamiamole, di lavoro, se vogliamo dare.. [scoppia a ridere],
un’etichetta a questa, a questo tipo di volontariato [Gaspare, volontario di Felice e
Natale].
“sono due ragazze che sanno comunque capire i problemi di una persona che ha dei
disagi anche se magari è il loro lavoro, per carità, però anche solo il loro carattere
tranquillo…” [Eliana].
“Diversi volontari di Casa Bordino seguono più di una persona, seguono è un verbo
non adeguato,che uso perché si mischiano cose lavorative con cose di volontariato.
e c’è una de… semideformazione professionale che porta a parlare di prese in carico.
Quando non sono prese in carico, seguire, come se fosse un rapporto medicopaziente,
non è corretto. Diciamo affiancano, danno una mano, insomma per certi
versi nel senso che può far presumere ad una persona che ascolta e che non è
informata direttamente delle attività che si svolgono, che l’attività di un volontario
possa essere paragonata a quella di un operatore socio-sanitario, di uno psicologo, di
21 Nelle citazioni sono sottolineate le parole significative.
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uno psichiatra, cosa che può accadere, nel senso che si possono instaurare delle
relazioni in cui la dinamica dall’aiuto è presente, tanto quanto nelle relazioni come
può essere quella di un operatore che segue un paziente. Però l’ottica di Casa
Bordino e potenzialmente di una persona che fa volontariato qui non è tanto quella
di incontrare una paziente, quindi un compito che è un obiettivo lavorativo, per
quanto sia un obiettivo lavorativo di relazione umana, ma è di incontrare una
persona che viene a chiederti una mano per qualcosa che tu [lo sottolinea] decidi se
ti senti di fare, quindi non è neanche un mandato iniziale, che in qualche forma ti
obbliga a eseguire quel compito perché quello che… non vieni pagato, in qualche
misura. E quindi si stabiliscono le premesse per un incontro, in cui la possibilità che
tu dia una mano a quella persona, di norma, [ride leggermente] secondo la mia
esperienza, ma secondo quella di molte persone che conosco qui, attua poi in
realtà… uno scambio, cioè, tu vai a dare una mano su una cosa, ma poi si intesse una
relazione che tendenzialmente è amicale e quindi, se il rapporto diventa confidenza,
trasferito sulla simpatia, e insomma, eccetera, si scambiano anche dei contenuti, che
sono poi di aiuto reciproco, in fondo. [Loredana, volontaria di Alice].
“perché io ti dirò che dovessi fare un bilancio di quello che ho dato e di quello che
ho ricevuto, forse è più quello che ho ricevuto, tant’ è vero che non posso dire di
non fare questo lavoro con fatica, ma…” [Margherita, volontaria di Teresa].
“comunque… diciamo, si sono dimostrati con molto affetto, proprio… non è stato
solo forse da parte loro un lavoro, non lo so com’era… se era un lavoro o se era
volontariato io non lo so. Io so che comunque con me, si sono dimostrate molto
calorose” [Alice].
“è ovvio che, insomma, chi ha un’ esperienza come me, non puoi dire che sei uguale
al volontario che è appena arrivato, se no cavolo la professionalità dove la
mettiamo?” [Margherita, volontaria di Teresa].
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Le competenze professionali specifiche vengono talvolta percepite come un fardello che
crea degli schemi mentali che, come tali, si finisce per usare inconsapevolmente e che
risultano disfunzionali all’obiettivo associativo:
“sull’aiuto della competenza psicologica mi viene da dire di no [che non serve] di
primo acchito, in realtà poi alla fine certe cose che hai studiato, le hai elaborate, le
hai fatte veramente tue per cui non ti ricordi neanche che forse stai facendo una cosa
anche perché una volta hai pensato a quella cosa e l’hai guardata con attenzione.
Però molte volte è il buon senso proprio… banalissimo [ride leggermente], quello
che dovremmo avere un po’ tutti” [Elisa, volontaria di Eliana].
“Per cui secondo me un pochino [le competenze psicologiche] ingombrano, che un
minimo di lettura delle cose puoi averla più approfondita perché hai anche quella
formazione, ma non è affatto indispensabile. [Il rischio è] di non incontrare mai
nessuno se non i tuoi schemi, o di utilizzare le forme esterne, gli stimoli esterni per
rinforzare i tuoi schemi. Addirittura di chiudere, cioè di dire: ‘ho visto tre o quattro
cose, ho incontrato tre o quattro persone che mi hanno confermato quello che io
presumevo e quindi non vado neanche più perché ritorno a dire che quello ha quella
diagnosi, quell’altro quell’altra e che son malati, prendono tanti psicofarmaci e con
un supporto costante perché da soli non possono’… Cioè sono proprio cose del
medioevo! Dopo di che, non bisogna neanche banalizzare nell’altro verso, perché
certe volte sembra di parlare di sciocchezze mentre si parla anche magari di tassi di
sofferenza molto elevati in certi momenti e uno per far sembrare che tutto è
normale, tutto è ovvio, tutto è condivisibile, rischia quasi di disconoscere che l’altro
sta veramente male [con enfasi], che non stiamo parlando di una preoccupazione per
una bolletta, ma di una sofferenza molto grossa, però, secondo me, il rischio è quello
che… che uno non incontri, non apprenda dalle esperienze un granché” [Loredana,
volontaria di Alice].
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“se sei un operatore, a qualsivoglia titolo, secondo me, è fondamentale che tu non ti
dimentichi di questo lato umano e di questa relazione che prescinde da quelle che
sono poi le competenze tecniche e il lavoro che ti viene richiesto. Però hai
l’occasione di non avere un ruolo che ponga delle distanze particolari e di entrare in
una confidenza che è proprio differente dal tipo di relazione imposta quando tu hai
una funzione e un ruolo specifico che è tuo a prescindere dalla persona che stai
incontrando” [Elisa, volontaria di Eliana].
IO VORREI…
Gli utenti supportati da Casa Bordino esprimono delle richieste che riguardano in
generale alcune necessità personali, su aspetti che percepiscono carenti nella
psichiatria in generale:
“Casa Bordino ci son tanti psichiatri, perché si appoggia all’Asl 1 e poi alle altre Asl. Se
potessi permettermi, se avessi la bacchetta magica, se potessi fare qualcosa, direi: «Ma non è
possibile fare anche un po’ di ricerca per trovare dei farmaci» [Giorgio].
O relative alla propria condizione di sostentamento:
“diciamo che io accetto quello che loro mi danno lo accetto volentieri e per me comunque è
tanto è ovvio che se loro… se io potessi chiedere un posto di lavoro a loro” [Eliana].
Gli operatori (e la ormai volontaria Alice) esprimono esigenze relative
all’organizzazione, auspicando che le trasformazioni in corso, non snaturino
l’assocazione:
“diciamo ci sono delle cose che vorrei che non avvenissero e comunque non sono
mai avvenute, tipo il fatto che si strutturino attività pomeridiane fisse, con orari fissi.
Abbiamo sempre cercato, tutti eh… non soltanto un gruppo dirigenziale [ride
leggermente] di evitarlo perché non si trasformi in un centro diurno, di
intrattenimento, che ci sia comunque sempre in qualche modo la spontaneità per chi
viene di fare delle cose perché ne ha voglia, non perché in quell’ora c’è arte-terapia, e
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chi viene qua lo deve fare per forza. Non perché non vada bene ma perché ci sono
altri posti in cui questo si può fare” [Loredana, volontaria di Alice].
“Quello che mancano sono i volontari” [Luca, volontario di Giorgio].
“La chiamerai ONLUS e non associazione di volontariato. Soprattutto per
l’ambiguità dei ruoli, anche per presentarti: «salve, sono una volontaria di Casa
Bordino» e invece sono un’operatrice. Non è corretto [lo sottolinea] sembra voler
vendere una per… una cosa che non è. Ripunterei sulle riunioni di tutto il gruppo,
pensando a una persona che le possa coordinare e che possa individuare i contenuti.
Sono dell’idea che se una persona se ne incarica per 3 mesi – 4 mesi in modo
intensivo, poi possa sparire, le cose si rigenerano. Le linee generali vanno valorizzate
e vanno estese ad altri contesti operativi” [Elisa, operatrice di Eliana].
“Cioè esiste un rapporto ‘Ognuno per sé’. E’ quello che ho capito quando si esce di là, io
vado a casa mia, ho finito di lavorare e bon e invece la cura, appunto, forse dell’amore, di
volersi bene, di curarsi i rapporti anche dopo il lavoro, un’amicizia, perché dato che è un
ambiente che non è proprio il posto dove timbri il cartellino… è un tipo di lavoro diverso”
[Alice].
111
CERCARE CASA A TORINO
Lo STUDIO D ha la finalità di evidenziare le barriere d’accesso alla casa e le relative
strategie adottate nelle transizioni fra gli agenti immobiliari e la persona in cerca (in
modo fittizio) di casa, accompagnata dal volontario di Casa Bordino. Considerando gli
esiti delle transazioni fra agente immobiliare e coppia di sperimentatori22, desunti dai
resoconti etnografici e dalle verifiche di controllo, si sono rintracciate quattro categorie
principali di esiti, la cui distribuzione è riassunta in tabella 3.
Tab. 3. Distribuzione dei quasi-esperimenti per esito della transazione
DIMENSIONE AGENZIA/
RISULTATO TRANSAZIONE
RIFIUTO
ESPLICITO
RIFIUTO
IMPLICITO
DISPONIBILITÀ
ESPLICITA
DISPONIBILITÀ NON
VERIFICABILE
LOCALE 1 3 4
FRANCHISING 3 1 4
RIFIUTO ESPLICITO
L’agenzia che ha manifestato apertamente di non ritenere opportuno affittare case a
persone con problemi psichici, è di tipo locale ed è stata visitata dalla sperimentatrice
Lorenza e dalla collaboratrice in cerca di casa, Sara.
Resoconto (a cura di Lorenza)
Arriviamo in prossimità dell’agenzia, all’interno, piuttosto buio e piccolo, scorgo una
sola persona, un uomo che è al telefono. Io e Sara decidiamo quindi di temporeggiare
facendo finta di guardare gli annunci di case. Mi accorgo che dentro l’ufficio, a sinistra,
nascosta dietro la vetrina tappezzata di offerte, c’è una signorina. Entriamo e diciamo
buongiorno. Il locale è lungo e buio con un alto bancone uso reception alla sinistra
22 Hanno condotto esperimenti Ilenia e Lorenza e Ottavio e Michele in collaborazione con soggetti-target
che fingevano di cercare casa Sara e Cesare, Emilia ha collaborato svolgendo la funzione di controllo.
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dell’ingresso dietro cui siede la signorina, mentre il signore sta al telefono dietro una
bassa scrivania in legno, di fronte alla porta, in fondo alla stanza.
Mentre salutiamo, il signore termina la telefonata. Io precedo Sara, che riamane,
discosta da me e verso la porta, quasi a voler fuggire. Il posto non sembra affatto
accogliente e il fatto che sia necessario stare in piedi lo rende ancora meno tale. In
ogni caso, mi presento un po’ impacciata, dando la mano alla signorina, attraverso il
bancone. Lei mi guarda con una certa diffidenza e non sembra accogliere bene il fatto
che io le dia la mano. A questo punto spiego chi sono e presento Casa Bordino ‘è
un’associazione che offre supporto alla casa a persone con problemi psichici, in
particolare nei momenti di transizione, di cambio e di ricerca della casa, come nel caso
della signora [cognome di Sara] che sta cercando casa in affitto a Parella. Inoltre,
laddove la persona lo richieda si offre anche supporto alla gestione della casa, spesa,
pulizie, ecc…’.
Non ancora terminato il discorso, l’uomo (che è con ogni probabilità il titolare) si
sposta velocemente verso il bancone, accanto alla collega e, ancora mentre transita
dalla scrivania, dice concitatamente che non sono i privati a doversi far carico di certi
problemi, che dovrebbero essere gli istituti a sistemare queste persone… non i privati,
che potrebbe dare l’appartamento che ha in via M., “ma poi la padrona di casa… e poi
c’è la questione economica…”.
A questo punto lo rassicuro dicendogli che la signora [cognome di Sara] lavora… lo
dico guardandola, lavora a tempo pieno presso una cooperativa e che non ha problemi
di solvibilità. Per rassicurare ulteriormente, preciso che Casa Bordino, non si fa
garante, ma accompagna alla casa solo persone che effettivamente si possano
permettere di prendere una casa in affitto…
Il titolare che aveva alzato la voce e sembrava veramente piccato del fatto che
qualcuno si fosse permesso solamente di pensare d scaricare il problema sui privati, si
è ormai seduto alla scrivania, la faccia rimane contrariata, ma prende in mano la
situazione la sua assistente, la quale dice che non in quel quartiere ma altrove, è
possibile cercare.
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Cita un appartamento in corso U.S., ma qui le spese di riscaldamento sono molto alte,
giacché è grande e c’è qualche lavoro da fare, ripiega poi su via G.. La signorina tiene a
sottolineare le doti dell’appartamento, che è camera e cucina, in un condominio
modesto, ma decoroso, ci sono in totale 3 famiglie per piano, uno dei condomini fa il
tuttofare, l’appartamento è visitabile nel pomeriggio, alle 17.00. Chiedo del
riscaldamento che è centralizzato e preciso che non volevamo la stufa a gas, il titolare
dice: “sì perché se non poi è da gestire”; non si capisce a cosa alluda.
La signorina, al contrario del titolare, guarda sia me sia Sara, alla quale da istruzioni su
come spostarsi da Parella, quartiere in cui lavorerà, a via G.. La dovizia di particolari e
l’attenzione che pone sembrano denotare una maggiore apertura, mostrata già
precedentemente. Quando il titolare all’inizio dell’incontro aveva “sbottato” e io gli
avevo chiesto spiegazioni, invitandolo a chiarire quale fosse il problema, giacché quelli
economici non esistevano poiché la signora [cognome di Sara] lavorava, lui sottolineò
nuovamente che sono gli istituti a doversi occupare del tutto… affermando che non
poteva offrire l’appartamento di via M., perché alla padrona non si potevano procurare
problemi. A questo punto la signorina propose altre alternative e io la sollecitai
chiedendole se in quel caso non si trattasse di privati… implicando che se il problema
non erano i soldi, ma “avere il matto in casa”, questo valeva per tutti. Lei rispose: “ma
vale la pena provare!!”.
Il titolare si chiude in un certo mutismo, guardando verso – presumibilmente – un
monitor di computer che, però, è nascosto alla nostra vista. Spesso la sua faccia è
interdetta mentre la signorina ci illustra le possibilità.
Riemerge la questione della solvibilità ed entrambi gli agenti, affermano che è
necessario un garante, io rispondo che forse la madre di Sara potrebbe farlo e che
ritengo che non ci saranno problemi, ma che in realtà non ci aspettavamo che
necessitassero ulteriori garanzie, che avremmo chiesto a casa.
La signorina ribadisce che anche i liberi professionisti che non hanno uno stipendio
stabile devono portare una fideiussione.
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Il titolare conclude dicendo che già una volta si è trovato scottato con altri due ragazzi,
affittuari in via L., che lavoravano per una cooperativa e che avevano pagato solo la
prima rata, per cui si era dovuto sobbarcare personalmente l’onere della spesa.
L’agente si sposta da una sedia all’altra della scrivania mentre la sua assistente ci da
indicazioni in merito alla casa di via G., consegnandoci un bigliettino e ci accordiamo
per una telefonata nel pomeriggio. Il titolare chiede nuovamente a che titolo Casa
Bordino è lì, ossia chiede: “Cioè la signora è seguita perché ha un’interdizione?”. Io
dico di no e ribadisco le finalità dell’Associazione, lo chiede a me e abbassa lo sguardo
quando incrocia quello di Sara.
Ci congediamo. Ci soffermiamo ancora a guardare annunci per sbirciare dentro e
vedere se i due si scambiano battute. Non si vede granché e ci allontaniamo,
confidandoci quanto sia stata tremenda l’esperienza. Ci appartiamo in un altro bar e
conforto e ringrazio Sara. Sara non mi smentisce, tiene opportunamente il gioco,
anche se appena uscite mi dirà che sua madre, per problemi di salute, non è in grado di
garantire niente, che questo può rappresentare un problema, ma che può chiedere alla
sorella, ma deve chiederglielo. Mi dirà anche che non avere una madre che può
garantir per lei l’ha fatta soffrire. Io la rassicuro, dicendole che in realtà nessuno dovrà
garantire per nessuno, che faceva parte della finzione, di un imprevisto a cui abbiamo
fatto fronte su due piedi ed opportunamente.
Da notare che il titolare non si rivolge mai a Sara, è come se non esistesse, non si
preoccupa di ciò che dice, come se pensasse che è incapace di comprendere ( come se
soffrisse di ritardo mentale, la questione dell’interdizione potrebbe spiegarsi anche
così).
La signorina invece sembra irritata dal comportamento reciso del titolare e a più tratti
parla sia con me, sia con Sara. Io stessa a più riprese guardo Sara, anche perché parlare
al poto suo sembra un po’ innaturale.
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Resoconto (a cura di Sara)
Oggi mi sono recata con Lorenza in un’agenzia immobiliare, per cercare un appartamento in
affitto in zona Parella.
Il titolare, appena ha saputo che Lorenza è una volontaria ed io una socia di Casa Bordino (e
che quindi sono seguita da codesta struttura, a causa di problemi psichici e per facilitare la
ricerca di una sistemazione abitativa) , è sbottato dicendo che per persone con problemi ci
vogliono degli istituti e non è giusto rivolgersi a dei privati cittadini e che perciò non ci poteva
affittare l’appartamento sito in via M. (zona Parella).
[…] Ho percepito una sorta di muro nei confronti delle persone che come me, hanno problemi
psichici, una grande paura e diffidenza verso di noi e il desiderio di scaricare i nostri problemi
ed esigenze a istituzioni totalizzanti che oggi, grazie al cammino che si è fatto in psichiatra, non
esistono più, o hanno assunto nuove modalità. Tutto ciò mo ha fatto sentire bloccata, senza vie
d’uscita nella mia anche potenziale ricerca di autonomia abitativa (attualmente infatti abito in un
gruppo appartamento).
Ho notato che la prima agente si è impegnata un po’ di più per metterci a nostro agio.
Da questo primo esperimento risulta un’evidente diffidenza da parte di alcuni agenti
immobiliari nei confronti dei pazienti psichiatrici e anche verso chi lavora in cooperativa o è
lavoratore autonomo.
Spero, proseguendo la ricerca, di incontrare persone più disponibili e accoglienti.
Rapporti con l’agenzia successivi all’esperimento e controlli sulla disponibilità di
appartamenti e sulle condizioni di locazione.
Verifica (a cura di Lorenza)
Nel pomeriggio ho ritelefonato per dire che la casa di via G. era in un quartiere non di nostro
interesse.
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La persona che mi ha risposto, che a me sembrava assolutamente la signorina di stamattina, ma
potrebbe non esserlo, mi ha chiesto molto sgarbatamente cosa volessi e chi fossi e perché mai
non poteva parlarmi direttamente la persona per cui telefonavo.
Dopo aver ricapitolato la questione ho detto che la casa di via G. non era di nostro interesse,
ma pregavo di ritelefonare laddove avessero offerte in Parella, 450 euro, ecc…
Infine ho richiamato dicendo che avevo dimenticato di dire che un familiare della signora
[cognome di Sara] era disponibile a garantire per lei, cose di cui stamattina mi avevano chiesto
conto.
Telefonate di controllo (a cura di Emilia)
A 1 giorno dall’esperimento Emilia telefona all’agenzia: «mi viene offerto un appartamento in
via M.. Devo richiamare per mettermi d’accordo su quando andare a vederlo».
A 29 giorni dall’esperimento: «vado a vedere l’appartamento in via M. ed è davvero carino e
spazioso. «Per rifiutarlo, trovo la scusa che è un po’ scomodo per i mezzi per andare a
lavorare». A 37 giorni dall’esperimento: «chiamo e mi viene offerto un appartamento in via F.,
zona Parella». A 39 giorni dall’esperimento: «mi contatta l’agenzia e mi propone un
appartamento in via R., 3° piano con ascensore bagno, camera, cucina, 370 euro più spese.
Anche per questo temporeggio dicendo che chiamerò la settimana successiva». L’appartamento
viene poi rifiutato, secondo procedura.
Verifica (a cura di Lorenza)
Al telefono riconosco l’impiegata alla quale ricordo che sono la volontaria di Casa Bordino.
Dopo un attimo d’incertezza, afferma: “ah sì, mi ricordo”. Detto ciò, mi passa il titolare. Mi
ripresento, lui ha un tono molto scocciato. Dice che ha chiesto alla signora di via M., ma dice:
“la proprietaria tendenzialmente…[sembra cercare il modo più netto per scaricarmi] facciamo
ricerche… la signora vuole due persone” ribadisce che la signora vuole una famiglia composta
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da due persone. A quel punto chiedo se hanno altre proposte e faccio presente di contattarmi,
lui dice che non hanno proposte e dal tono è chiara l’intenzione di non richiamarci più.
La forza del pregiudizio del titolare è evidente senza dubbio come, del resto, il fatto che
egli abbia dato indicazioni precise alla sua addetta a rifiutarci ulteriori offerte (ci viene
infatti passato il titolare). L’esito delle verifiche ulteriori da parte di Lorenza era quindi
scontato, giacché era sin da subito evidente che il titolare non aveva alcuna intenzione
di affittare casa a Sara, mentre ne ha offerte tre a Emilia.
RIFIUTO IMPLICITO
Fra le agenzie in cui la transazione è terminata con un rifiuto implicito e che hanno
adottato la strategia di ritrattare le condizioni economiche di base richieste dal
padrone di casa per negare, di fatto, l’accesso a quell’offerta alla persona con problemi
psichici, rientra l’agenzia in franchising in cui si sono recati lo sperimentatore Michele
e il partner Cesare, per cercare una casa in zona Parella.
Resoconto (a cura di Michele)
Entriamo nell’agenzia attorno alle 17:45 (saremo fuori alle 18:05). Ci accoglie una signora
corpulenta che, con lo sguardo e le movenze ci indirizza a un bancone che funge da reception
dove troviamo un’altra collega alla quale rivolgo la mia richiesta: “cerchiamo una casa in
affitto”. La signora corpulenta ci invita ad accomodarci su due sedie nell’ingresso e di li a
poco si presenta R, una ragazza di circa 25 anni, con modi garbati. Dapprima ci fa sedere a
un tavolo rotondo, poi, poco dopo, ci invita a spostarci poco più in là per prendere posto di
fronte a una scrivania sulla quale troneggia lo schermo di un computer con il quale è possibile
fare le ricerche on-line di appartamenti. Quanto accaduto, in specifico le difficoltà a trovare
una scrivania libera, unito alla considerazione della giovane età di R, fa pensare che la Nostra
non ricopra un ruolo di primo piano nell’agenzia. […]
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Dopo esserci accomodati – Cesare sulla sedia dietro l’ingombrante video del computer – mi
presento come un volontario di Casa Bordino “un’associazione di volontariato che si
occupa di fornire sostegno e supporto alle persone che hanno problemi di salute mentale.
Quello che noi facciamo è offrire soprattutto sostegno nell’ambito della casa”.
“Uh-uh” Risponde R.
“Che vuol dire facciamo visita ai soci della nostra associazione nei momenti di difficoltà,
comunque non forniamo assistenza sanitaria (…) in questo momento io accompagno il
signor [cognome di Cesare] che cerca una casa in affitto”.
Al mio discorso R risponde mostrando interesse, forse “comprensione”. Il contatto oculare,
in questa fase come nelle successive, tende a privilegiare me. R guarda Cesare quando parla,
ma poi rivolge a me lo sguardo come per cercare conferma di quanto ascoltato. Quando
parlo io, osserva anche Cesare, un po’ per cortesia, un po’ per cercare conferma ed elementi
di controllo a quanto le racconto.
Conclusa la presentazione R chiede a Cesare (e non a me!): “Cosa sta cercando lei?”. Cesare
precisa i termini economici della propria richiesta. Vuole una casa in affitto e in zona. R,
dopo aver orientato il video del computer che ha sulla scrivania, in modo che anche noi lo
possiamo vedere, inizia la ricerca sul sito dell’agenzia precisando che gli affitti sono pochi,
che per ora ci mostra quel che c’è, ma che poi, comunque, la nostra richiesta entrerà nella
loro banca dati e non appena salta fuori qualcosa “glielo propongo” (rivolta a Cesare).
Ripensando al colloquio il tono garbato di R scivola talvolta nei modi impiegati dagli adulti
con i bambini, quando intendono spiegare loro qualcosa di difficile. R chiede se vogliamo
una casa arredata o no. Cesare fa presente che l’aspetto rilevante è il costo: se sta nella cifra,
va bene anche arredato. R chiede conferma della zona nella quale cerchiamo l’appartamento,
Parella, e io ne approfitto per dire che l’appartamento serve in zona perché Cesare lavora
qua. Mentre il computer, a fatica, fa apparire le informazioni che ci occorrono preciso che
non vogliamo una casa con un ballatoio con passaggio perché “vogliamo stare tranquilli”.
R – mentre il computer guadagna millimetro dopo millimetro la videata – ci chiede se ci
sono problemi per appartamenti collocati su piani alti, senza ascensore. Cesare la rassicura:
“no va bene, [sorridendo] faccio ginnastica..” R restituisce il sorriso e torna al computer.
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R ci propone una casa in via S., piano terra con ampia camera da letto, bagno, cucina, tinello
e cantina, libero subito, per il quale la richiesta è di 400 Euro trattabili. R dice “devo solo
controllare se c’è ancora o se nel frattempo hanno sospeso l’incarico”. R procede con
l’illustrazione dell’offerta: 660 Euro di riscaldamento l’anno. Chiedo conto delle spese
condominiali: 20 Euro. R fa il conto del totale: “arriviamo a una cifra di 470 Euro,
naturalmente trattabile”. Con “ naturalmente trattabile” sembra che R intenda mostrare la
propria piena disponibilità nei confronti di Cesare. Diciamo a R che il prezzo va bene,
procediamo con ulteriori ricerche on line, che non portano altre offerte di appartamenti in
affitto in zona. Ci concentriamo dunque su via S., appartamento di cui R cerca di controllare
la reale disponibilità. A questo scopo R ci lascia, entra in un corridoio “sento direttamente la
collega e le dico se c’è ancora”. Poco dopo torna da noi con un cordless e ci rende partecipi
della conversazione telefonica: “via S. c’è ancora? Mi sai dire qualcosa in più rispetto a
quello che c’è qui sul sito”. La conversazione prosegue con R che chiede “è un po’ trattabile
la cifra?” (…) “se fosse una persona sola?” (…) “Per vederlo eventualmente ?”. Aggiungo,
per inciso, come il fatto che R si debba consultare con una collega non depone a favore
della sua autonomia.
R ci dice che l’appartamento è ancora disponibile ma “l’unica cosa è, per quanto riguarda,
loro chiedono dei redditi un po’ particolari, nel senso loro volevano due persone con due
redditi (…) io ho spiegato che la persona è da sola “e come reddito?” -chiede rivolgendosi a
Cesare-.
Cesare dice di lavorare part-time “sono sugli 800, 850”. R dice “Ho capito. Io dico questa
cosa alla mia collega, dei redditi …”. Suggerisco l’opportunità di controllare la disponibilità
del proprietario ad affittare la casa a una persona sola, per capire se il proprietario “richiede
maggiori garanzie di reddito”. R approfitta per dirci che, nel caso questa disponibilità ci
fosse, potremmo mostrare le buste paga a garanzia del reddito. “Io comunque propongo
questa cosa al proprietario”. Approfitto per precisare che il contratto verrà intestato al
signor [cognome di Cesare] e che Casa Bordino non può offrire garanzie economiche.
“Chiaro! (…) sì, sì, sì io mi informo solo su questa cosa [allude al reddito e all’affitto a una
persona da sola] visto che i proprietari sono un po’ particolari…”. R, molto garbatamente,
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ridefinisce la situazione a vantaggio di Cesare: non è lui che dà poche garanzie, ma sono i
proprietari che hanno esigenze “particolari”. (A meno che R usi l’aggettivo “particolare” in
un’accezione diversa da quella comune). Ci accordiamo sui giorni e sugli orari nei quali ci è
possibile vedere la casa. Si decide per la settimana successiva e R si impegna a controllare la
disponibilità dei proprietari della casa di via S. e a vedere “se, nel frattempo, esce qualche
alternativa”. Ci accordiamo per il tardo pomeriggio della settimana successiva e – come da
copione – lascio il mio nome e il numero di cellulare. Chiedo se devo chiamare io o lei, R si
impegna a chiamarmi appena possibile, ci accompagna alla porta e con un sorriso ci
congeda.
A casa mia, poco più tardi, commento con Cesare la nostra prima uscita. Ad entrambi R è
apparsa molto gentile e disponibile. Cesare temeva che, con la telefonata alla collega, R
volesse prendere tempo, ma non è stato così: ha telefonato sotto i nostri occhi e ha
costantemente mostrato disponibilità. Cesare sottolinea un solo momento di imbarazzo,
quando R gli ha chiesto conto del reddito, guardando prima lui e poi me, per avere
conferma delle cifre dichiarate. Conveniamo sull’andamento del contatto oculare.
Resoconto (a cura di Cesare)
Grande agenzia, accoglienti, disponibili. Dopo la presentazione, l’attenzione si rivolge più
verso Michele, forse perché mediatore dell’“Associazione Bordino”, mi sento non del tutto
autonomo, (mi sento un passeggero, nella mia storia), forse si rivolge più a Michele, per
evitare sguardi di un “malato mentale”? Solo ipotesi, non pone apparentemente accenti sul
disagio mentale, quanto più sulla busta paga, che con 850.00 euro, contro i 1100.00, richiesti
dai proprietari del appartamento risulterà essere l’ ostacolo maggiore.
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Rapporti con l’agenzia successivi all’esperimento e controlli sulla disponibilità di
appartamenti e sulle condizioni di locazione.
Verifica (a cura di Michele)
Il giorno successivo all’esperimento, ricevo una chiamata. R mi dice che il proprietario
richiede un reddito un po’ più elevato, “almeno 1200 Euro”. R – questa volta un po’ meno
accogliente – dice che il proprietario ha stipulato un contratto del tipo secur-affitto (almeno
così ho capito) che prevede il versamento in anticipo di tre mensilità (1200€). Inserendo con
ciò, in modo obliquo – almeno così ho inteso – un legame fra l’importo della cauzione e il
reddito minimo richiesto. R dice comunque che ha inserito i nostri dati nella banca dati e
che ci segnalerà altre opportunità non appena si presenteranno. Chiudo la telefonata
ringraziandola e ribadendo il nostro interesse e l’attesa di una sua chiamata.
Telefonate di controllo (a cura di Lorenza)
A 16 giorni all’esperimento Lorenza viene contattata da un collega che lavora presso un’altra
agenzia del gruppo: ha a disposizione una casa in via C. che corrisponde alle richieste
avanzate. La casa non viene proposta a Michele, che non viene contattato dall’agenzia. A 28
giorni dall’esperimento Lorenza visita la casa di via C. per la quale la richiesta è di 450 € più
30 € di spese. L’appartamento è molto grande e arredato. Lorenza dice subito che
l’appartamento non corrisponde alle sue aspettative, giacché la spesa si rivela superiore a
quella prevista e data l’ampiezza dell’appartamento anche le spese di riscaldamento
sarebbero state elevate. Conferma però la sua disponibilità per altre visite. A 34 giorni
dall’esperimento Lorenza riceve una telefonata dall’agenzia: “mi propongono un
appartamento a 380 €, camera tinello e cucinino, in via B., libero subito non arredato”.
Dopo aver fissato l’appuntamento, secondo procedura, darò la disdetta.
Verifica (a cura di Michele)
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A 49 giorni dall’esperimento Michele: ho parlato con l’agente di cui R è la segretaria. Non
sono certo che il mio interlocutore avesse ben in mente la situazione, comunque io gli ho
ricordato il mio status di volontario di Casa Bordino e la proposta – non andata a buon fine
– della casa in via S. per Cesare. Il Nostro mi ha detto che al momento non ci sono case in
affitto, che l’agenzia si occupa soprattutto di compravendita. Gli ho chiesto se aveva ancora
i miei dati, utili nel caso si presentasse in futuro una casa in affitto, mi ha risposto di sì
(storpiando però il cognome), anche se molto del tono e delle modalità dell’interazione mi
hanno fatto pensare a una bugia…. In ogni caso, per le nostre finalità, ha detto che case non
ce ne sono, anche se noi sappiamo che le cose non sono proprio così.
A Cesare – di fatto – è stata negata la disponibilità di appartamenti in affitto. Alle
medesime condizioni sono stati proposti a Lorenza due appartamenti. (che dichiara un
reddito pari a quello di Cesare e che afferma di voler occupare da sola, senza un
partner, l’appartamento).
Anche l’agenzia (locale) visitata da Lorenza in collaborazione con Cesare adotta la
stessa strategia della precedente: ritratta la contrattazione di base, per evitare di offrire
casa a Cesare.
Resoconto (a cura di Lorenza)
Io e Cesare ci avviamo verso l’agenzia che si trova alle spalle della stazione. L’agenzia non è
in strada, ma al primo piano di un palazzo signorile. Al portone ci chiedono chi siamo.
Saliamo e ci accoglie una signora gentile, che ci da la mano, io mi presento e lo stesso fa
Cesare. Ci fa accomodare in un ampia stanza sita in un grande appartamento adibito ad
uffici. La signora si accomoda dietro una scrivania e ci guarda invitandoci con lo sguardo a
dire perché siamo lì. La possibilità di sedermi mi mette maggiormente a mio agio e mi
presento: “buonasera, allora io sono una volontaria di Casa Bordino, un’associazione, non
so se l’ha mai sentita, che si occupa di supporto alla domiciliarità…” la signora socchiude gli
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occhi attenta: “… per pazienti psichiatrici”. A questo punto la signora da una rapida
occhiata a Cesare, sembra cercare di capire i ruoli. “… in particolare supportando i momenti
di transizione come quelli della ricerca di una nuova casa oppure, laddove necessario con un
aiuto alla quotidianità… nello svolgere i lavori di casa insomma… (sorrido) e il motivo per
cui siamo qui è che il signor [cognome di Cesare] sta cercando una casa in affitto in zona
Parella” guardo Cesare e nel frattempo squilla il citofono, la signora si scusa e va ad aprire.
La signora si mostra estremamente cordiale: al mio invito ad occuparsi dell’altro cliente, lei
lo esclude dicendo che a noi sarà necessario un po’ più di tempo e che ce lo vuole dedicare,
affidando la questione ad un collega. Ritorna ed esordisce: “Dunque, ho bisogno di
sapere…” guarda me e poi si rivolge direttamente a Cesare, “… se lei ha un impiego…” “sì
lavoro, guadagno 850€ al mese, nelle pulizie”.
“Mh ecco, le chiedo questo… lei mi ha detto il reddito” dice per regolarsi sul tipo di
proposta da fare. Cesare precisa che voleva spendere sui 450€, io che l’appartamento può
essere piccolo…
La signora chiede se lo cerchiamo arredato e io dico che è indifferente, che possiamo
trovare il modo di arredarlo noi. La signora dice che verifica la disponibilità, ma ci anticipa
che se non avesse disponibilità, se ci è possibile di lasciare un nostro recapito, ci contatterà.
La signora verifica a computer, sottolinea se proprio Parella, noi rispondiamo che sarebbe
meglio giacché il lavoro di Cesare si sposterà lì. La signora risponde nuovamente al telefono,
noi chiacchieriamo per stemperare l’attesa e poi controlla e dice di avere qualcosa in via M.,
che sarebbe un po’ fuori zona, sui 380€, dicendoci che delle persone devono andare già a
vederlo e questo potrebbe già non esserci più domani. Si sincera della nostra urgenza e noi
la rassicuriamo dicendo che non è così urgente e possiamo risentirci. Inoltre le dico che il
tipo di affitto cercato sarebbe 4+4, quindi “non una cosa transitoria”. A questo punto lei
puntualizza che allora non vale la pena cercare arredati, perché i padroni di casa che li
mantengono arredati lo fanno per fare contratti più brevi e ritoccare più spesso i prezzi. La
signora dice che se si comprendesse anche San Paolo, sarebbe più semplice. Io le dico di
annotarsi pure entrambi i quartieri e che poi avremmo valutato. Dico guardando Cesare che
poi forse non sono nemmeno così distanti… Dico a Cesare: “mh, cosa dici?”. La signora
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dice a Cesare: “lei dove lavora esattamente?”, vedo un attimo di smarrimento di Cesare e lo
recupero al posto suo, dicendo, rivolta a Cesare, per evitargli di dovere sostenere lo sguardo
della signora ed imbarazzarsi: “ma adesso dovrebbero cambiarti la zona e, lavorando sulle
scuole, la zona non è così fissa”. Cesare guarda la signora ed assente, proseguo: “No?”
Come a cercare conferme. “Adesso stai lavorando negli uffici, in corso F. mi sembra no?”.
Cesare conferma annuendo verso di me e verso la signora che ci guarda, sento il suo
sguardo e cerco di non imbarazzarmi o contraddirmi. La guardo: “da poco… sta per passare
adesso,” la signora: “ho capito”, “però la ditta dice che verrebbe in questa zona qui per un
periodo abbastanza lungo…” interviene anche Cesare dicendo che deve fare delle scuole di
quelle zone lì. Il pericolo incongruenze sembra passato e cambio discorso, affermando di
lasciare il mio recapito, non quello di Cesare perché così è più comodo, giacché lui sul
lavoro non può rispondere.
Ribadisco il cognome di Cesare e poi il mio e il mio recapito e lei lo annota.
Ribadisco ancora alcune caratteristiche della casa: 450€ comprese spese condominiali. La
signora si accerta che il contratto di lavoro di Cesare sia a tempo indeterminato, glielo
confermiamo e lo annota insieme agli altri dati. Mi dice che mi ricontatta appena sa. Segnalo
ancora, altre caratteristiche, ma Cesare mi interrompe e le dice lui, facendo uno stretto
elenco: pochi lavori di ristrutturazione, “no ballatoio, no stufa”. La signora ci guarda
sottolineando con uno sguardo un po’ distaccato che quelle cose nemmeno le
propongono… sottolinea che con quella cifra si possono ottenere case già piuttosto
interessanti. Che il prezzo è di mercato, dice già che a 380-390€ si trova, sottolineando che
450€ è una buona disponibilità. Dico menomale e che allora forse abbiamo qualche
speranza di sentirci presto. Lei mi rassicura in tal senso. Chiedo il nome alla signorina, che lo
annota su un biglietto da visita che mi consegna. Ci accompagna congedandoci gentilmente
e dandoci la mano.
La signora è apparsa sempre molto gentile, professionale e accogliente. Una volta rassicurata
sul reddito e superato il primissimo momento in cui, guardando Cesare, sembra aver avuto
un momento di perplessità, procede tranquilla ed estremamente cordiale. La signorina ha
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una cordialità professionale, ma un fare indagatorio, insiste abbastanza sulla zona e anche
sulla disponibilità economica.
Resoconto (a cura di Cesare)
Ho l’impressione che oltre ad accoglierci con cordialità, l’impiegata faccia un mestiere che le
piace. Dopo le presentazioni (Lorenza mi farà notare con un accento visivo), si procede alla
ricerca….
Rapporti con l’agenzia successivi all’esperimento e controlli sulla disponibilità di
appartamenti e sulle condizioni di locazione.
Telefonate di controllo (a cura di Emilia)
A 1 giorno dall’esperimento: «l’addetta mi offre tre appartamenti: corso M., 2° piano, euro
380 già in trattativa; via B.P., euro 430 più 30 di spese mensili; via F., euro 450 più 25 di
spese mensili. Mi ricontatta lei la prossima settimana per andare a vedere quello in corso M.
(gli altri sono fuori budjet)». A 13 giorni dall’esperimento: «chiamo io prima di essere
contattata, ma l’appartamento in corso M. non c’è più e per il resto nulla di nuovo». A 20
giorni dall’esperimento: «mi viene offerto un appartamento in via F., 450 più spese e uno in
via V., medesimo prezzo, rifiutati. A 63 giorni dall’esperimento: «offerto appartamento in
via J., 400 euro. Mi ricontatta l’agenzia per andarlo a vedere non appena è possibile». A 70
giorni dall’esperimento l’esperimento viene chiuso da Emilia, secondo le modalità previste.
Verifica (a cura di Lorenza)
A 65 giorni dall’esperimento Lorenza su segnalazione di Emilia contatta l’agenzia, giacché le
avevano offerto casa in via J.. La sig.ra che avevo incontrato, alla quale mi presento come
volontaria di Casa Bordino, dicendole che avevo accompagnato [cognome di Cesare] che
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cercava casa sui 450 € in zona Parella. Di slancio mi offre la casa in via J.. Immediatamente
però sembra incerta e fa marcia indietro. Chiede se, eventualmente, [cognome di Cesare] ha
un garante, perché con quella cifra di stipendio… essendo la casa in via J. senza ascensore,
3° piano già a 400 €. La rassicuro e le dico che avrei contattato [cognome di Cesare] per
avvertirlo, in modo che si organizzasse con il lavoro per poter prendere un appuntamento.
La signora dice: “No aspetti… che verifico con la proprietà, non vorrei illuderlo, parlo con
la proprietà e vedo se ci permette di muoverci poi la contatto…”, non mi ha più richiamato.
A 80 giorni dall’esperimento Lorenza: ritelefono e la signorina mi dice che
quell’appartamento la padrona preferisce darlo a coppie piuttosto che a single. O. fa un
ulteriore verifica (Emilia aveva chiuso già l’esperimento, ma volevamo ottenere ancora una
verifica), a 82 giorni dall’esperimento: offrono casa in Via B. 450 più spese e Via R. 430 più
spese.
La disponibilità della signorina, era solamente apparente: non ci sono mai stati
ricontatti spontanei e, già dall’inizio, non ha offerto alcuna delle alternative proposte ad
Emilia. Inoltre era chiaro nella telefonata finale la sua intenzione di non offrire affatto
l’appartamento in via J., adducendo motivi economici inesistenti.
Le agenzie che adottano la strategia di dichiarare un prezzo più elevato rispetto a quello
offerto nelle telefonate di controllo, sono due. La prima è un’agenzia locale, visitata da
Ilenia, accompagnata da Sara.
Resoconto (a cura di Ilenia)
Entriamo, l’ufficio è composto da una grande stanza in cui ci sono due scrivanie, una in
primo e l’altra in secondo piano. Alla scrivana vicino alla porta è seduta una giovane signora,
occupata in una conversazione telefonica, che ci fa cenno con la mano di accomodarci e
così facciamo. All’altra scrivania c’è un uomo che sta lavorando al computer che ci fa solo
un timido saluto. La telefonata finisce subito e così ci presentiamo spiegando per filo e per
127
segno ciò che cerchiamo. L’agente ci comunica che per il momento in zona Parella loro
hanno solo un appartamento vuoto con un affitto di 410 € al mese più circa una ventina di
euro di spese e che però hanno una trattativa in corso. Non ci dilunghiamo quindi a
chiedere informazioni sull’appartamento. Oltre a questa proposta non ne hanno altre al
momento. La signora domanda se come zona va bene solo quella indicata e Sara spiega che
per motivi di lavoro preferirebbe Parella. Le domando prima di uscire se possiamo lasciare i
nostri dati per essere eventualmente ricontattati, ma lei ci spiega che loro non tengono una
banca dati dei clienti piuttosto possiamo richiamare noi ogni tanto. Le chiedo se va bene se
li contattiamo tra una decina di giorni, così rimaniamo d’accordo. Lascia ad entrambe il
biglietto da visita con il recapito telefonico. A questo punto ci alziamo, ci salutiamo
porgendo la mano e usciamo. La nostra permanenza nell’agenzia non è durata più di 5
minuti.
L’atteggiamento è cordiale e disponibile con entrambe anche se all’inizio tendeva a parlare
per lo più con me. Io ho cercato allora di coinvolgere maggiormente Sara, facendole
domande o ricercando il suo consenso a mie affermazioni e il discorso ha poi coinvolto
tutte e tre.
Resoconto (a cura di Sara)
Per entrare in agenzia occorreva suonare il campanello. Ci ha accolte un’agente immobiliare
molto gentile che ci ha fatte accomodare e non ha fatto commenti quando Ilenia ha spiegato
la mia situazione di persona con disagio psichico ed in cerca di una sistemazione abitativa; ci
ha detto che al momento non erano disponibili degli immobili da affittare in zona Parella,
fatta eccezione per un appartamento dal costo di 410 più 32 € mensili di spesa, che però era
in trattativa e per un altro appartamento, della stessa proprietaria e nello stesso palazzo, che
sarebbe stato libero successivamente.
Con sollievo sono uscita dall’agenzia pensando che tutto si era svolto bene, con gentilezza e
rispetto reciproco.
128
Telefonate di controllo (a cura di Ottavio)
A un giorno dall’esperimento a Ottavio viene offerto il medesimo appartamento in corso T.,
410 euro più 38 di spese, in cui sono in corso trattative. Passati 10 giorni, Ilenia chiama per
verificare nuove eventuali offerte: dicono che la trattativa per l’appartamento in corso T. si
sono concluse e che non hanno altre proposte. Restano intese che si sentiranno la settimana
seguente. Incongruentemente con quanto detto ad Ilenia ad Ottavio viene detto che
l’appartamento è ancora in trattativa. Ilenia richiama, come da accordi e l’agente afferma di
avere un appartamento da affittare in corso T. al prezzo di 430 euro più 39 euro di spese
mensili, un poco fuori budget. Ad Ottavio viene poi proposto un appartamento in Via T., 420
€ più 50 di spese. 600 euro per riscaldamento e successivamente un appartamento cucina,
camera e tinello, ma libero in primavera.
L’atteggiamento nei confronti di Sara e Casa Bordino, è stato ambiguo: prima ci
parlano di un appartamento in trattativa e ci riferiscono poi che tale trattativa è
conclusa, cosa che ad Ottavio non hanno riferito. In seguito ci propongono un altro
appartamento, che è fuori dal nostro budget che ha però prezzi diversi (430 più 39 €
per Casa Bordino e 420 più 50 € per Ottavio). Può darsi che ci sia stato un errore da
parte dell’agenzia nel proporcelo?
Il secondo caso in cui si rivelano alcune incongruenze nelle richieste economiche si
svolge in un’agenzia in franchising ed è nuovamente condotto dalla stessa coppia di
sperimentatrici.
Resoconto (a cura di Ilenia)
Sara si presenta e mi presento anche io, spiegando di essere volontaria di Casa Bordino,
all’inizio sembra un po’ stranita ed ho l’impressione che pensasse che fossimo entrate
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nel negozio per fare proseliti, come fossimo Testimoni di Geova, le spiego quindi che
stiamo cercando un appartamento per Sara, che nel frattempo si era presentata.
Spieghiamo la nostra richiesta e lei ci risponde che in affitto, al momento, non hanno
niente di disponibile e che hanno affittato l’ultimo lo scorso mese. Ci chiede se però
vogliamo lasciare i nostri dati nel caso avessero qualcosa che può andarci bene. Ci fa
accomodare (fino a quel momento eravamo state in piedi) e si siede anche lei, per
prendere i nostri dati. Come concordato Sara lascia il suo indirizzo ed io il numero di
cellulare. Sara prosegue spiegando come desidererebbe l’appartamento. Subito dopo
l’agente si alza quasi di scatto e si dirige verso l’altra stanza, scusandosi.
Dopo qualche minuto torna da noi e ci comunica che c’è un appartamento che segue un
suo collega, quello nell’altra stanza, che corrisponderebbe alla nostra richiesta: è in via
P.C., al 5° piano, con l’ascensore che però arriva fino al piano sotto per cui bisogna poi
fare una piccola rampa a piedi, è composto da un piccolo ingresso, un soggiorno con
cucinino, una camera da letto, un bagno ed un bel terrazzo. La richiesta d’affitto è di 450
euro al mese, io domando se le spese sono incluse e lei lo chiede a voce alta al collega,
che ci raggiunge. Ripete brevemente le caratteristiche dell’affitto, precisando solo che
l’appartamento è al 6° e non al 5° piano, che il bagno è stato ristrutturato neanche un
mese fa e che il terrazzo è molto bello ed affaccia sulla Pellerina. Ci spiega che
l’appartamento si può visitare e se ci piace si può tentare di trattare sul prezzo, che può
forse scendere a 400 €. Io domando a Sara se le può interessare e se vuol andarlo a
vedere e lei risponde di sì e ci accordiamo con l’agente per l’appuntamento.
Resoconto (a cura di Sara)
Ci siamo avviate verso l’agenzia e abbiamo suonato il campanello. L’agente immobiliare
ci è venuta incontro, ha aperto la porta e si è presentata stringendoci la mano. Siamo
rimaste tutte e tre in piedi, mentre Ilenia spiegava il suo essere lì per conto di Casa
Bordino, la mia situazione di disagio psichico e la mia ricerca abitativa (a posteriori,
quando siamo uscite dall’agenzia, a Ilenia l’atteggiamento d’ascolto è parso un po’
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sospettoso, come se l’agente fosse di fronte a qualcuno che voleva farle un annuncio o
una proposta di proselitismo, come ad esempio i Testimoni di Geova).
[…] Quando siamo uscite, ero serena perché non avevo subito il temuto
“interrogatorio” sul lavoro che -soltanto nella finzione- svolgo e perché gli accordi
erano stati presi facilmente.
L’atteggiamento dei due agenti immobiliari mi è sembrato rispettoso e corretto, fatta
eccezione per l’iniziale aria un po’ sospettosa che Ilenia ha colto.
Mi sentivo anche un po’ stanca, a causa della mia situazione esistenziale, in cui provo
ansia, insicurezza e talvolta angoscia di fronte al futuro.
In queste condizioni psicologiche, l’andare per agenzie, ripetendo una ricerca quasi
identica, mi sembra quasi un iter doloroso, ma l’idea di andare a vedere un
bell’appartamento (come quello che c’è stato descritto qui: un attico con camera, tinello,
cucinino e un ampio terrazzo) mi attira e mi strappa dalla mia desolazione quotidiana.
Rapporti con l’agenzia successivi all’esperimento e controlli sulla disponibilità
di appartamenti e sulle condizioni di locazione.
Resoconto visita appartamento Via P.C. (a cura di Ilenia)
L’appuntamento per andare a vedere l’appartamento è alle 10,30, così come concordato
telefonicamente con l’agente immobiliare con cui avevamo parlato in agenzia.
Mentre sto dirigendomi all’indirizzo prefissato noto che è già arrivata Sara che mi sta
aspettando all’angolo della strada e che c’è una donna sotto la casa indicataci che sta
aspettando. Arrivate lì notiamo che è arrivato anche l’agente che aspettavamo. La cosa
divertente è che la signora era di un’altra agenzia immobiliare che stava aspettando un
cliente per visitare un altro appartamento nello stesso palazzo e scambia noi per i suoi
clienti per cui si presenta. Noi, che non avevamo capito subito chi fosse le diamo la
mano presentandoci, mentre interviene l’altro agente per spiegarle che noi eravamo sue
clienti, la signora all’inizio pare non comprendere l’equivoco fino a che non arriva una
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altro signore che è effettivamente il cliente che la donna sta aspettando, per cui ognuno
va per la sua strada.
L’agente ci apre gentilmente la porta e, preso l’ascensore fino al 5° piano, saliamo poi a
piedi fino al 6°. L’appartamento appare un po’ trascurato, come sono molti
appartamenti sfitti da diversi mesi, sei per la precisione, ci spiega l’agente. E’ composto
da una piccola entrata, sulla sinistra una camera da letto abbastanza grande, con un
balcone verandato e sulla destra la cucina, che è piccola con un angolo cottura. Di
fronte alla porta è situato il bagno, appena ristrutturato, cui però bisogna aggiungere
ancora forse una fila di piastrelle, Sara fa notare che ce n’è una scatola piena in camera
da letto. La cosa bella dell’appartamento è il terrazzo di ca. 10 mq. con vista sulla
Pellerina, con un piccolo ripostiglio in perlinato, che eventualmente si può rimuovere.
Nel complesso è grazioso, anche se bisogna avere un po’ di fantasia, ad immaginarla
ripulita e ridipinta.
Sara chiede del tipo di contratto e l’agente risponde che il contratto è di 4+4, Sara va
avanti domandando quante mensilità bisogna versare di cauzione e ci viene spiegato che
tre mensilità vanno al proprietario dell’appartamento, più l’affitto del mese in cui si
entra a cui bisogna aggiungere le due mensilità da versare all’agenzia immobiliare. La
domanda sulle mensilità l’ha fatta Sara poiché doveva prendere informazioni per un suo
coinquilino del gruppo appartamento che poteva essere interessato all’appartamento.
L’agente è stato disponibile a rispondere ad ogni nostra domanda, tentando,
ovviamente, di venderci al meglio le potenzialità dell’appartamento. Dopo circa una
decina di muniti siamo uscite ed abbiamo incontrato sul portone la signora che aveva
cercato di “abbordarci” al nostro arrivo. Salutiamo l’agente rimanendo d’accordo che ci
saremo fatte sentire indipendentemente dalla nostra decisione, lui ci risponde di fare
pure con comodo e di pensarci bene e a questo punto ci congediamo.
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Resoconto visita appartamento Via P.C. (a cura di Sara)
Sono arrivata in zona Parella dopo un lungo percorso, dapprima sul tram n. 15 poi sul
bus n. 62. Le targhe delle auto, i colori degli abiti delle persone, le scritte sui sacchetti
della spesa…tutto ciò mi lanciava messaggi e mi inquietava. La mia patologia
“ordinaria” si stava manifestando in modo acuto. In me rimaneva la sensazione di
solitudine, accompagnata da smarrimento, che si manifestava anche con crampi allo
stomaco, perché non vedevo arrivare né Ilenia, né l’agente immobiliare. Ho deciso di
aspettare all’angolo con via P. C. e la stradina perpendicolare.
[…] Mentre stavamo in ascensore, l’agente ci ha detto che, se volevamo, potevamo
visitare anche l’altro appartamento, che si trovava al pian terreno. A me tale proposta
non è sembrata valida per principio (non conoscevamo né l’agenzia né l’agente, non
avevamo avuto un contatto precedente) e poi perché a pian terreno, nell’appartamento
di fronte a quello libero, c’era una persona molto esigente, che controllava i vicini di
casa facendo pettegolezzi (ho detto queste cose sentendola parlare con l’altra agente
immobiliare e da alcune informazioni che l’agente della nostra agenzia ci ha dato).
Ero piena di aspettative nei confronti dell’appartamento, mi immaginavo un enorme
terrazzo e quando sono entrata sono rimasta un po’ delusa perché il terrazzo era di
dimensioni modeste, l’intonaco era scrostato e c’era necessità di dare il bianco, le stanze
erano vuote, senza mobili, fatta eccezione per un divano letto, soltanto il bagno era
stato rimesso a nuovo di recente. Sul tavolo e sul divano c’erano piccoli segni di
sporcizia e disordine (una bottiglietta d’acqua minerale vuota sul cui tappo c’era messo
un chewing-gum usato, un batuffolo di cotone sporco sotto il telo bianco che copriva il
divano letto, un mozzicone di sigaretta sul lavandino e un altro particolare che non
ricordo più). Ho subito interpretato questi segni di disordine come messaggi di
provocazione e di mancanza di rispetto rivolti a me. Il mal di stomaco è aumentato e
mentre pensavo all’appartamento vuoto che avevo affittato a Roma, e che aveva
comportato uno sforzo notevole per arredarlo, mi sentivo ripiombare in un’esperienza
negativa del mio passato.
133
Per questi motivi, dopo che ci siamo congedate dall’agente immobiliare, ho detto a
Ilenia che non stavo bene e abbiamo deciso di andare in un bar. Lì sono scoppiata a
piangere ed Ilenia ha cercato di consolarmi.
Certamente la visita dell’appartamento, con il mio smarrimento iniziale e la mia
esasperazione di fronte alle provocazioni provenienti dal disordine va inquadrata nella
più vasta cornice del mio disagio psichico in generale ed in particolare in questo
periodo.
Per me una buona accoglienza e un luogo ordinato possono essere come un balsamo
che lenisce le mie ferite, mentre tutto ciò che è caos, disordine, e che rimando quindi
alle mie lacerazioni interiori, risuona come una sfida difficile da accettare.
Tornata nel gruppo appartamento, ho parlato con un educatore e gli ho detto che non
sapevo come sfogare la mia rabbia. Egli mi ha detto che l’importante era saper tenere
sotto controllo la propria aggressività. Nel pomeriggio sono rimasta a casa a riposare,
rinunciando ad un incontro con mia zia.
Devo ammettere che il sonno ristoratore è un rimedio ai mali che ora mi affliggono.
Telefonate di controllo (a cura di Emilia)
«Mi viene proposto un appartamento in via P.C., ultimo piano con ascensore, euro 400
più 35 euro di spese condominiali. Prendo un appuntamento per andarlo a vedere. Mi
telefona l’addetta dicendomi che l’appartamento è in trattativa e quindi non può farmelo
vedere. Dice che chiamerà non appena avrà qualcosa da propormi». Ilenia contatta
l’agenzia per comunicare che l’appartamento da loro proposto non piaceva alla persona
interessata (Sara). Domanda loro se hanno ulteriori proposte, ma al momento,
rispondono di non avere nulla, dicono però, che ricontatteranno se ve ne saranno in
futuro. Emilia: «mi chiama l’agenzia per offrirmi un appartamento in affitto, arredato, a
546 euro (fuori budget), in via S.».
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Verifica (a cura di Ilenia)
Ilenia. richiama l’agenzia, ma non ci sono novità, solo un appartamento che però non
rientra nei parametri, quasi 600 euro mensili (presumibilmente lo stesso offerto ad
Emilia).
Le proposte fatte a Sara e a Casa Bordino sono le medesime di quelle fatte
telefonicamente ad Emilia. Unica discrepanza è il prezzo dell’appartamento di via P.C.
che alla persona che contatta telefonicamente viene offerto ad un prezzo più
vantaggioso.
Un’altra agenzia (in franchising) rientra in questa categoria, seppure le offerte fatte
nelle telefonate di controllo non corrispondono alle richieste.
Resoconto (a cura di Lorenza)
Nell’agenzia non sono presenti sedie, ma soltanto un bancone tipo reception. Prima di noi, entra
in agenzia un uomo, giacca e cravatta che si dirige verso un apparente “retrobottega”. Al
bancone della reception, posto immediatamente davanti alla porta, c’è una sorridente signorina,
giovane, di meno di 30 anni all’apparenza, vestita in modo elegante, ben truccata e pettinata.
Anche l’agenzia ha un aspetto “signorile”, la signorina sembra essere un’addetta piuttosto che
una titolare. La signorina ci invita con lo sguardo e il suo buongiorno a chiedere pure. La
partenza per me è sempre un po’ difficile. In effetti ogni normale conversazione in un’agenzia
dovrebbe partire con “sto cercando…”, mentre la nostra presenza prevede una presentazione
che io vivo come un po’ artificiosa. In più questa impossibilità di sedermi mi mette un po’ a
disagio. Nonostante ciò, mi presento: “buongiorno” e mentre lo faccio la signorona mi guarda
con aria interrogativa… “… sono una volontaria di Casa Bordino, un’associazione che si
occupa di supporto alla casa per pazienti psichiatrici” a questo punto mi fermo un attimo su
questa parola. La signorina che aveva spostato più volte lo sguardo da me a Sara, che non si era
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ancora qualificata, posa lo sguardo su di lei. Dopo una breve pausa, riprendo, dicendo: “oggi
accompagno la Signora [cognome di Sara]” la signorina la guarda, “…che sta cercando un
appartamento in affitto in zona San Paolo”. La signorina abbassa lo sguardo verso una scheda e
poi il monitor del computer che è posto sul suo lato del bancone alla sua sinistra, alla ricerca di
una possibile offerta. Ribadisco che sono io che l’accompagno e che Casa Bordino cura queste
prime fasi di ricerca della casa. La signorina non sembra però interessata a comprendere di
più… non mi lascia nemmeno terminare e, sempre, osservando il computer afferma: “al
momentooo, ne ho soltanto una in un condominio, con disponibilità, al secondo piano….” Si
tratta di un contratto temporaneo di un anno. Rispondo: “sì… non ci siamo detti in particolare
sul costo… noi cercavamo, la signora cercava…” mi rivolgo a Sara che dice : “sui 450 €”.
“Questa è 500 €” dico: “è un po’ fuori quota per noi, o meglio per la signora”. “Questo è quello
che ho per il momento, se volete lasciarmi un recapito, quando esce qualcosa di nuovo…”
rispondo: “volentieri, certo, magari le diciamo ancora qualche informazione su come volevamo
fosse”. Si annota su un foglio e dice ad alta voce: “allora, affitto…”
“450€ massimo comprese le spese… le spese naturalmente condominiali, ecco…mh…
possibilmente con riscaldamento non a stufa, quindi o autonomo o centralizzato, possibilmente
non su ballatoio, mh?” mi rivolgo a Sara per incalzarla a partecipare e dico a Sara: “poi cosa?”
come se cercassi di rammentare… Sara dice: “che non ci siano tante ristrutturazioni da fare,
magari il bianco” “arredato o non, questo non fa nessuna differenza”. La signorina annuisce e
segna. “Se fosse primo o secondo piano senza ascensore, andrebbe bene?”. Sia io che Sara
assentiamo, io dico che lei è ginnica. Sara precisa che cercava un contratto più lungo, e io lo
sottolineo dicendo 4+4. Squilla il telefono, la signorina mette in attesa e ci chiede il recapito
telefonico. Ci da un suo bigliettino, su cui le chiedo di annotare il suo nome. Ci salutiamo.
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L’esperimento è durato veramente poco, non ci sono stati momenti d’imbarazzo, né di
indiscrezione, ma solo una relazione strettamente professionale.
Resoconto (a cura di Sara)
Lorenza ed io siamo entrate nell’agenzia , ci siamo avvicinate al bancone e ci siamo rivolte alla
signora che si trovava là, spiegando il ruolo di Lorenza e la mia ricerca di un appartamento in
zona San Paolo. L’agente immobiliare ci ha ascoltato con attenzione e interesse, rivolgendo lo
sguardo ad entrambe, dapprima ha specificato che, per il momento non aveva a disposizione
appartamenti confacenti alle nostre esigenze. Successivamente ha scritto i nostri dati su post-it
giallo e ha detto che ci telefonerà se si presenteranno occasioni che fanno al caso nostro.
Io ho vissuto bene questo breve contatto con l’agenzia immobiliare, perché sono stata (e siamo
state) trattata/e con gentilezza e rispetto, senza che io fossi discriminata per i miei problemi
psichici.
Soltanto, prima di entrare in agenzia, mi sentivo debole per quanto riguarda la mia finzione
utile a svolgere il compito (il dire che lavoro a tempo pieno in una cooperativa, guadagnando
un buon stipendio). Avevo paura che forse, a causa della stanchezza psicologica dovuta a
problemi personali intercorsi nella settimana precedente, mi uscisse di bocca una frase del tipo
“questo appartamento è bello ma non posso permettermelo perché non ho soldi” per fortuna
non è successo niente di tutto ciò.
Uscite dall’agenzia, Lorenza ed io abbiamo notato quanto fosse stato diverso questo contatto
rispetto alla non accoglienza ricevuta nella prima agenzia immobiliare contattata, in essa – mi ha
ricordato Lorenza – gli agenti si rivolgevano preferibilmente a lei, ignorandomi, inoltre, come
ho raccontato bel relativo diario, essi sono stati severi e selettivi appena erano venuti a
conoscenza del mio disagio psichico.
Lorenza ha anche rilevato una incoerenza comune, direi, ad entrambe le agenzie: in nessuna
delle due, infatti ci hanno fatto accomodare per parlare con loro. Lorenza sostiene che trattare
la ricerca di una casa dietro un bancone è un po’ scomodo.
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Pensandoci bene, sono d’accordo con lei, anche se inizialmente, forse a causa del fatto che,
come ho già detto, mi sentivo insicura nel vivere la finzione e temevo anche domande mirate a
conoscere il mio luogo di lavoro, preferivo il contatto attraverso il bancone per terminare
presto il colloquio.
Negli incontri precedenti ho cercato di ovviare all’inconveniente dell’insicurezza nel fingere,
parlandone con chi mi accompagnava e chiedendo informazioni sulla sede e il numero di
telefono della cooperativa in cui, nella finzione lavoro, ho subito ottenuto rassicurazioni dalla
mia accompagnatrice sul fatto che non sono tenuta a comunicare i dettagli della mia (pseudo)
attività lavorativa. Ne parlerò ancora con chi mi accompagna prima del prossimo contatto che
comporti una “seduta” in un’agenzia immobiliare.
Rapporti con l’agenzia successivi all’esperimento e controlli sulla disponibilità di
appartamenti e sulle condizioni di locazione
Telefonate di controllo (a cura di Emilia)
A 1 giorno dall’esperimento: «mi viene offerto un appartamento in via M., 500 euro, che
rifiuto». A 57 giorni dall’esperimento, Emilia: «mi viene proposto solo un appartamento da 500
euro più spese (fuori budjet) in via B.P.».
Non esistono offerte consone ai nostri canoni, ma non vengono offerte a Sara e Lorenza
le medesime case proposte ad Emilia.
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Nel caso di Ottavio, che accompagna il collaboratore Cesare in un’agenzia in
franchising, assistiamo sia ad incongruenze nel costo delle offerte, sia ad un problema
di affidabilità percepita di colui che cerca casa.
Resoconto (a cura di Ottavio)
Io e Cesare ci diamo appuntamento, […] ripassiamo la parte e comunico il quartiere di
riferimento (San Paolo). Guardiamo gli annunci sull’esterno e intanto osserviamo la
situazione all’interno. Ci sono tre persone: una ragazza e un uomo sono seduti a due
scrivanie diverse, mentre una donna si muove con fogli in mano un po’ in disparte. Di
lei non noterò più la presenza. Suoniamo e ci aprono. Ci accoglie salutandoci la ragazza
che rimane seduta alla scrivania intenta a scrivere al computer. Mi presento dicendo il
mio cognome e tendo la mano alla ragazza. Cesare è subito dietro di me. Lei guarda la
mia mano, non la stringe e mette a posto dei fogli. Se avessi dovuto cercare veramente
casa avrei probabilmente alzato i tacchi, ma mi contengo e spiego la nostra situazione.
La ragazza chiede se la casa che cerchiamo è in affitto e a quel punto subentra l’uomo
che si alza dalla scrivania “Se volete accomodarvi.”. Ci spostiamo in una scrivania divisa
con separé dal resto dell’ambiente. Il signore si presenta e mi stringe la mano. Ci chiede
che cosa cerchiamo.
O: “Diciamo, le caratteristiche a cui abbiamo pensato…come prima cosa…beh, per
quanto riguarda i soldi da spendere”.
Agente: “Sì”.
O: “Non so se ha sentito quello che dicevo prima”.
Agente: “Sì, ho sentito”.
O: “Dunque, la nostra associazione non si fa garante dal punto di vista economico, ma
il signor [cognome e nome di Cesare]
C: “Sì, io lavoro”.
Agente: “Bene”.
O: “…lavora. E abbiamo pensato come spesa di…sui 450 spese condominiali incluse”.
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Agente: “Dunque, noi avremmo un appartamento…”
O: “Sì, in zona San Paolo.”
L’agente ci fa vedere una pagina (il foglio rimane girato verso di lui) in cui ci sono tutti
gli appartamenti disponibili in quel momento. Non erano molti. Circa una ventina. In
quel foglio erano segnate la zona, le caratteristiche, il prezzo, i metri quadrati.
Hanno per il nostro caso una abitazione sui 450 spese escluse, che mi comunica essere
di circa 20 euro al mese generalmente. Il riscaldamento è centralizzato e le spese non
sono incluse in quei 450 euro. Chiedo un appartamento un po’ più economico. Ce n’è
uno in corso C., ma non è nella zona che noi cerchiamo. Altrimenti un altro
appartamento: monolocale arredato a 380 euro in zona corso D.A.. Questo è quello più
vicino alla zona San Paolo che hanno al momento. Poi uno in via M. a 450 euro più
spese.
Facendo riferimento al foglio che ha davanti chiedo se è contemplata la possibilità di
case con riscaldamento a stufa, perché in quel caso non ci andrebbe bene, è da evitare.
Dice che può capitare, ma non è il caso di quegli appartamenti. Ci fa rinotare
l’appartamento in via M. al quinto piano con ascensore che ha il riscaldamento
autonomo e quindi si può risparmiare su quella voce e un altro in via M.C., che però
superano il prezzo da noi richiesto. Faccio presente che non vogliamo case con
ballatoio di passaggio.
L’agente continua a tessere le lodi dell’appartamento in corso C. che in effetti sembra
essere molto bello. Cerco di buttarla sul ridere e dico a Cesare che ha sbagliato il
quartiere in cui andare a lavorare. Risatine. Cercando di concludere l’impiegato ci fa
presente che forse il migliore per il nostro caso è quello di via M. che volendo possiamo
vedere. Oppure, ci dice, possiamo aspettare che si liberi qualcos’altro. Chiedo se c’è la
possibilità che il prezzo di via M. sia leggermente trattabile. L’agente risponde: “Molto
poco” e ci dà una serie di spiegazioni facendo comparazioni con il prezzo di case al
piano rialzato. Ci comunica che volendo possiamo richiamare per vedere se si è liberato
qualcosa di più consono e sottolinea che non è un buon periodo per i prezzi. Dico che
vorremmo un contratto 4+4 e l’impiegato mi rassicura a proposito. Chiedo cosa
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dovremmo fare se volessimo vedere l’appartamento. Possiamo chiamare e si fissa un
appuntamento. Io e Cesare temporeggiamo. Chiediamo di lasciare i nostri dati. Lui
prende nota su un’agenda, ma ci consiglia comunque di chiamare noi stessi perché – il
succo è questo – loro si dimenticano. Cesare mi chiede se posso lasciare il mio numero
di telefono e poi lascia i suoi dati.
L’agente chiede ancora se preferiamo l’appartamento arredato o vuoto. Facciamo
presente che non abbiamo preferenze. Aggiungo che lo vorremmo comunque in buono
stato interno e lui ci conferma che normalmente lo sono. Al massimo, come suggerito
da Cesare, c’è da dare il bianco.
L’agente dice: “Ok, grazie”. Ci salutiamo e ci stringiamo la mano. Usciamo.
Una volta usciti io e Cesare ci rimettiamo a guardare gli annunci sull’esterno.
Allontanandoci discutiamo su ciò che è successo. L’agente era disponibile e
professionale. Gli appartamenti di cui ci ha parlato sembravano essere effettivamente
quelli disponibili. Io riuscivo a leggere il foglio che aveva davanti e devo dire che niente
ci è stato nascosto. Il contatto visivo era prevalentemente su di me, anche se bisogna
dire che l’impiegato mentre parlava guardava prolungatamente il foglio che aveva
davanti.
Resoconto (a cura di Cesare )
Agenzia nei pressi di […] modesta, due impiegati, che, dopo le presentazioni capiscono
la situazione, comunque, immagino sostenuto dalla apparente mia “normalitànonostante”.
Non ha esitazioni a mostrarci tutto l’elenco delle case disponibili, una c’è
ma supera il budget, ce ne propone altre distanti dalla zona d’interesse (cerca di piazzare
altri alloggi) scambio di dati, ma ci fa presente che è meglio telefonare ogni tanto.
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Telefonate di controllo (a cura di Lorenza)
A 1 giorno dall’esperimento a Lorenza viene proposto appartamento in via M. 450 più
spese, più altri decentrati e più cari. A 31 giorni dall’esperimento a Ottavio viene
riproposto l’appartamento di via M. alle medesime condizioni. A 35 giorni
dall’esperimento Lorenza: sono contattata dall’agente che mi rioffre la casa di via M., gli
comunico che è troppo cara 20€ di spese più 450 d’affitto. Mi ricontatta poco dopo
l’agente dell’agenzia che ha la casa di via M. e mi dice che il prezzo è trattabile. Fissiamo
incontro per il giorno dopo.
Resoconto Visita appartamento via M. (a cura di Lorenza)
Il signore dell’agenzia si dimostra disponibile e gentile. Mentre saliamo i 5 piani di scale
(lui preferisce non prende l’ascensore, che funziona però regolarmente) indaga sulla mia
affidabilità, mi chiede che lavoro io faccia. Gli dico di fare la segretaria di un dentista.
Allude al fatto che è un mestiere ben retribuito, io credo che parli del mio e dico che in
realtà non è così eccezionale, mentre lui si riferiva ai compensi dei dentisti.
L’impressione che gli faccio è di rispettabilità, giacché quando gli chiedo nuovamente
notizia del prezzo della casa, l’agente minimizza e ribadisce più volte che i padroni di
casa sono interessati ad una persona affidabile e che per ciò sono disposti a trattare sul
prezzo. La casa è decorosa, anche se un po’ vecchia, in particolare la zona cucina che
meriterebbe una ristrutturazione. Anche l’impianto elettrico sembra un po’ vecchio. In
ogni caso la casa corrisponde alle caratteristiche. Faccio alcune considerazioni sul fatto
che è un po’ vecchia, ma abbastanza in buono stato e ce ne andiamo, rimanendo
d’accordo che per l’indomani gli avrei dato una risposta. A 36 giorni dall’esperimento, il
giorno successivo alla visita, Lorenza: «rifiuto l’offerta, sostenendo che la casa non mi è
piaciuta, ma dicendomi disponibile ad altre proposte».
142
Verifica (a cura di Ottavio)
A 38 giorni dall’esperimento un SMS avvisa Ottavio di aver ricevuto a cellulare spento
una chiamata dall’agenzia. Ottavio: richiamo, ma chi mi risponde non sa cosa dirmi.
Cerca sul computer (o non so bene dove) appunti riguardanti [cognomi di Ottavia. e
Cesare], ma non appare niente. Dice che mi farà richiamare se sarà il caso. Non
richiameranno.
Telefonate di controllo (a cura di Lorenza)
A 43 giorni dall’esperimento, Lorenza: telefono per confermare che sono ancora
disponibile per altre proposte. A 58 giorni dall’esperimento, Lorenza: propongono una
casa in via B., 430 €; la zona non corrisponde e rifiuto. A 70 giorni dall’esperimento
propongono ad Ottavio il medesimo appartamento in via B., ma a 450 euro spese
incluse. È fuori zona. Mi richiamano dopo 15 minuti per comunicarmi di un
appartamento in via C., ma il prezzo è di 500 euro spese escluse (fuori budget).
A 31 giorni dall’esperimento l’unico appartamento che si avvicinava alle nostre
richieste era ancora quello di via M.. È però Lorenza che viene ricontattata e portata a
visitare la casa e non Casa Bordino e la differenza di trattamento pare dovuta
all’“affidabilità”. Di difficile spiegazione il fatto che né il cognome di Ottavio, né quello
di Cesare apparissero nel database dell’agenzia a 42 giorni dall’esperimento.
Successivamente non avevano appartamenti con le caratteristiche da noi richieste e il
prezzo offerto a Lorenza per l’appartamento in via B. è comunque più basso di quello
offerto ad Ottavio e Cesare.
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DISPONIBILITÀ ESPLICITA, CON OFFERTE
Appartiene a questa categoria una sola agenzia in franchising visitata da Ilenia e Sara.
Resoconto (a cura di Ilenia)
Entriamo in un piccolo ufficio dove ci sono due agenti e nessun cliente.
Ci viene incontro un giovane sui 35 anni che si presenta e a cui ci presentiamo: dico di
essere una volontaria di Casa Bordino, gli chiedo se la conosce e gli illustro brevemente
di cosa si tratta, intanto si presenta anche Sara dopodiché spiego il motivo per cui siamo
lì. Nel frattempo entra un signore che si mette a parlare con il secondo agente, non deve
essere un cliente perché paiono in confidenza e dopo poco esce. Non ci siamo ancora
accomodate, mentre l’agente ci dice che in questo momento loro non hanno nulla in
affitto, ma accenna ad uno o due appartamenti di cui si occupa un’altra affiliata. Noi
domandiamo se è possibile lasciare un recapito per essere avvisati se ci fossero delle
proposte future e lui, in tono cortese ci spiega che questa è una prassi che loro adottano
solo per le vendite, mentre per gli affitti consiglia di consultare la loro pubblicazione e
di telefonare ogni dieci giorni circa per eventuali novità.
Sempre stando in piedi provo a chiedergli degli appartamenti cui aveva accennato
all’inizio ed a dirgli che noi avevamo un certo budget da destinare all’affitto. A questo
punto ci fa accomodare alla sua scrivania chiedendoci qual’è la cifra che possiamo
spendere e ci comunica che si può pensare ad una camera e cucina, Sara risponde che è
quello di cui aveva bisogno. Contatta il collega che gli dice di avere a disposizione un
appartamento al 4° piano senza ascensore, di due camere e cucina, ma il cui affitto è di
480 €. Io intervengo per dire che la cifra è troppo alta e poi con Sara ragioniamo ad alta
voce che il 4° piano senza ascensore forse non è il massimo. L’atteggiamento dell’agente
è di disponibilità nei nostri confronti, è gentile nei modi e si rivolge parlando ad
entrambe.
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Ci propone di provare a contattare l’altra agenzia di zona, per verificare se hanno delle
proposte che possono interessarci. Mentre prova a telefonare domanda a chi sarebbe
intestato il contratto, io rispondo che sarà Sara ad affittare la casa e che noi come
associazione forniamo solo un supporto nel momento in cui si mette su la casa e che
poi sarà sporadico e che non facciamo da garante. Intanto rispondono dall’altra agenzia:
hanno una proposta. L’agente rivolgendosi perlopiù a Sara spiega che si tratta di un
monolocale in via R., le chiede se sa dove sia e Sara dimostra di conoscere bene la zona
perché lo localizza subito. E’ di ca. 25 mq., arredato, in una palazzina interno cortile,
appena ristrutturato, con riscaldamento autonomo il cui costo mensile è di 392 €. Ci
domanda se noi lo volevamo libero o se andava bene anche ammobiliato e Sara
risponde che non è tanto la questione dei mobili quanto quella del prezzo ad essere
rilevante.
Ci mostriamo abbastanza interessate alla proposta, anche se forse pensiamo che sia un
po’ piccolino.
Intanto l’agente ci dice che, chiaramente, quando si parla di affitto bisogna far sempre i
conti con il padrone di casa, poiché loro sono solo degli intermediari e che ciascun
padrone ha i propri criteri di selezione ed esclusione: non si tratta tanto di criteri che
l’agente esemplifica come l’essere o meno meridionali come avveniva 50 anni fa (o con
disagio psichico, penso io) per cui un appartamento a loro non si affittava, ma si tratta
per lo più di criteri di carattere economico. Ad esempio, continua, se un padrone ha in
testa che per poter affittare un appartamento, il reddito dell’affittuario deve essere di
1800 € al mese, non sceglierà qualcuno che non abbia delle garanzie di questo genere.
Noi annuiamo ed io spiego che è una cosa di cui abbiamo tenuto conto e che non è un
problema perché Sara lavora. L’agente si mostra discreto (forse perché non è lui che si
occupa dell’appartamento appena propostoci) e non fa domande ulteriori circa il lavoro
d Sara.
Ritornando alle dimensioni del monolocale, sfodera tutte le doti di persuasione da
agente immobiliare e sottolinea che si può pensare in un primo momento di prendere
anche in affitto una piccola casa e che poi, nel frattempo uno si guarda intorno e cerca
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qualcosa che gli piaccia di più o sia più grande, tanto ci si può avvalere del diritto di
recesso con un preavviso di sei mesi. A questo proposito io domando se, nel caso
fossimo interessate al monolocale, ci si debba rivolgere all’altra affiliata o a loro e lui
risponde che è quell’agenzia che se ne occupa, che lui si è solo informato per conto
nostro, per evitarci di farci fare il giro delle altre agenzie. In ultimo ci annota
cortesemente sul catalogo i riferimenti degli alloggi di cui abbiamo discusso e relative
agenzie e ci indica e le segna con una penna, le altre agenzie cui ha appena fatto
riferimento.
A questo punto io e Sara ci scambiamo un’occhiata per comunicarci che il gioco finisce
qui, per cui lo ringraziamo per la disponibilità e gli diciamo che magari ci risentiremo
per sapere ci sono altre proposte, salutiamo e ci saluta anche lui, concludendo con un
“stia bene signora!”, rivolto a Sara ed usciamo.
Uscite dall’agenzia andiamo in un bar per scambiarci le opinioni sull’accaduto. Sara mi
dice che questo agente è stato molto gentile, abbiamo anche scherzato su quell’ augurio
finale rivolto a Sara. Effettivamente io ho avuto la stessa impressione. Nonostante gli
fosse stato chiarito sin dall’inizio chi eravamo, non ci ha liquidato in due minuti con la
scusa di non avere alloggi in affitto, ma si è dimostrato disponibile anche a prendere lui
contatti con le altre agenzie per verificare ulteriori disponibilità.
Il dialogo si svolgeva sempre a tre, io e Sara eravamo coinvolte in egual modo nella
discussione, che si è sempre mantenuta ad un livello da “primo incontro”, senza
intrusività circa la sua storia o la sua situazione lavorativa/economica. Non è possibile
dire, però, se si sarebbe comportato allo stesso modo nel caso lui avesse avuto
disponibilità di alloggi in affitto e quindi fosse stato coinvolto in prima persona.
146
Resoconto (a cura di Sara)
Stamani io ed Ilenia siamo andate all’agenzia […] Ilenia si è presentata come volontaria
di Casa Bordino, in veste di accompagnatrice per me che sono una persona con disagio
psichico e che sto cercando una sistemazione abitativa.
L’agente immobiliare a cui ci siamo rivolte è stato gentile e, pur dichiarando subito che
in codesta agenzia non erano disponibili appartamenti della tipologia da noi ricercata, ci
ha fatto accomodare e ci ha indicato altre due agenzie della stessa impresa a cui
rivolgerci e ha fatto ad entrambe una telefonata perché non ci recassimo lì inutilmente.
La prima agenzia contattata non aveva soluzioni della cifra per noi ottimale (€ 450 spese
incluse); la seconda proponeva una sistemazione abitativa in un monolocale. L’agente
immobiliare ha poi precisato che non è giusto ne’ possibile discriminare le persone in
base all’origine o ad altre caratteristiche (ha fatto l’es. di quando, negli anni ’60, in
Piemonte, le persone non volevano affittare la casa a chi proveniva dal Sud Italia) ma
che il proprietario può chiedere garanzie, ad esempio sul reddito dell’inquilino,
specificando che deve raggiungere una certa cifra. Durante questa spiegazione, l’agente
immobiliare era calmo e si rivolgeva sia ad Ilenia che a me. Mi sono sentita a mio agio in
questa agenzia, anche se ho percepito con chiarezza che, per il momento, non posso
permettermi neppure di affittare un piccolo monolocale.
Quando l’agente immobiliare, salutandomi, mi ha detto “Stia bene, signora” ho
riflettuto sul fatto che non sto ancora bene perché ho deliri persecutori, sono un po’
depressa e non mi sento a mio agio nella prospettiva della scelta di vita che la mia
Chiesa mi propone, ovvero il matrimonio e la generazione di un figlio, mentre
nonostante le mie contraddizioni, vorrei tornare ad essere una religiosa come lo sono
stata dal 1986 al 1997, sperando di non ripetere gli stessi errori.
Per ora, purtroppo, visto il mio stato di salute, le porte della comunità religiosa dove ho
vissuto i migliori anni della mia vita sono chiuse ed io vivo, anche a causa delle mie
colpe, un esilio, con tutte le sofferenze che esso comporta. La ricerca, seppur fittizia, di
una sistemazione abitativa mi aiuta a tenermi ancorata alla realtà, che purtroppo non è
147
sempre facile o piacevole, ma è il confrontarsi con essa che ci permette di vivere
autenticamente.
Rapporti con l’agenzia successivi all’esperimento e controlli sulla disponibilità
di appartamenti e sulle condizioni di locazione.
Resoconto Visita appartamento in via S.P. (a cura di Ilenia)
Chiamo l’agenzia immobiliare segnalatami dall’agente presso cui ci eravamo recate, per
avere la possibilità di visitare il monolocale. Mi risponde una ragazza cui spiego,
presentandomi, la mia richiesta. Lei mi dice che non si occupa personalmente
dell’appartamento indicatomi e che il collega che se ne occupa è al momento
impegnato. Le lascio quindi il mio recapito telefonico di modo che il suo collega mi
possa chiamare. Mi fa un’ultima domanda “Forse non ho capito bene, ma è una persona
disabile l’interessata?”, io le spiego che si tratta di una persona con disagio psichico, che
cerca una casa in affitto in quella zona poiché lavorando lì vicino le è più comodo. Mi
risponde che mi farà ricontattare, come già detto. Mezz’ora dopo circa mi chiama
l’interessato cui mi ripresento nuovamente e cui chiedo se è possibile vedere
l’appartamento di cui mi avevano parlato nell’altra agenzia. Mi dice che non ci sono
problemi e mi rispiega brevemente le caratteristiche dell’appartamento. Mi domanda
quando a noi farebbe più comodo ed io, sulla base degli accordi presi con Sara, prendo
appuntamento.
L’agente immobiliare, un ragazzo sui trent’anni, elegante come sono eleganti gli agenti
immobiliari, arriva puntuale. Ci presentiamo entrambe e tentiamo di aprire il portone
per entrare, ma la chiave che l’agente ha con sé non apre poiché la serratura è difettosa,
prova allora a citofonare a svariati inquilini e alla fine troviamo qualcuno che ci apre.
Entriamo in questo condominio anni ’60 e dopo aver attraversato l’androne entriamo in
un cortile dove troviamo un fabbricato basso color rosa antico dove si trova
148
l’appartamento che dobbiamo visitare. L’agente ci apre la porta ed entriamo in un
minuscolo abitacolo, che io ritengo grazioso, con una piccola camera, un piccolissimo
cucinino e un bagno. L’agente ci spiega alcune cose del monolocale (ristrutturazione,
riscaldamento …). Io faccio notare a Sara che sul soffitto c’è un enorme perdita che si
estende per tutto il monolocale e che da all’ambiente un’aria ammuffita, chiediamo
spiegazioni al ragazzo che ci dice di non averla notata prima di allora, ma che la padrona
di casa è una persona molto disponibile e non farà nessun problema a sistemarla.
Usciamo allora in cortile per verificare da dove può arrivare la perdita, io ipotizzo che ci
sia un problema di guaina che non tiene e l’agente sembra concordare con me. Con Sara
parlano dello scarico del wc che è diverso da quello solito, di cui io non so nulla e
inoltre Sara fa ancora alcune domande sul divano letto e sul mobilio cui l’agente
risponde in maniera completa e cordiale. In ultimo ci chiede se vogliamo ancora vedere
la stanza della caldaia, che è situata al fondo del ballatoio. Dopo aver visto anche questo
gli spieghiamo che forse è un po’ piccolino rispetto alle esigenze di Sara che era più
interessata ad un appartamento con camera e cucina, spiegando anche che Sara ha un
budget massimo di 450 € al mese, da spendere per affitto e spese e che, qualora loro
avessero appartamenti con questa cifra, noi saremmo interessate a vederli. Mi risponde
che ci farà sapere, tanto il mio numero di cellulare ce l’ha. Ci congediamo e io e Sara
facciamo il punto della situazione sulla nostra visita.
L’atteggiamento dell’agente è stato di massima disponibilità nei nostri confronti, ha
risposto in modo completo a tutte le nostre richieste, in maniera uguale sia con me che
con Sara. Rispetto alla casa Sara ha detto che per fortuna si trattava di un esperimento
perché non ci sarebbe mai andata a vivere in un posto come quello perché secondo lei
era troppo isolato e mi spiega che in questo momento lei è forse più sensibile a questo
aspetto perché non è proprio in forma, per cui l’idea di aver potuto vivere in un posto
così, proprio non le sarebbe andata a genio.
149
Resoconto Visita appartamento via S.P. (a cura di Sara)
Mentre ci recavamo all’appuntamento con l’agente immobiliare per visitare un
monolocale sito in via S.P., Ilenia mi ha chiesto come mi sentissi ed io le ho risposto
che ero un po’ emozionata, visto che si trattava del primo appartamento che andavo a
vedere a Torino, per conto di un’agenzia immobiliare.
Dopo una breve attesa, alle ore 11,30, è arrivato l’agente immobiliare, è sceso dall’auto e
ci ha salutato cordialmente. Poi ha cercato di aprire il portone del palazzo, ma nessuna
delle chiavi in suo possesso era idonea allo scopo, per cui è stato necessario suonare al
citofono degli abitanti del condominio. Mentre aspettavamo che si aprisse il portone, ho
osservato che esso era un po’ fatiscente: in più punti non c’era la vernice e affiorava uno
strato di legno piuttosto corroso. L’agente immobiliare ci ha detto che tre anni prima,
quando era stato affittato un altro appartamento, il proprietario aveva assicurato che
avrebbe fatto riparare e ridipingere il portone, e evidentemente non aveva mantenuto la
parola data. Siamo entrati nel cortile e al fondo di esso abbiamo visto una piccola
costruzione che ci ha detto, era divisa in due parti: un bilocale (già affittato da una
giovane donna) e il monolocale che interessava a noi. Vicino ad una delle saracinesche
del locale si trovava un sacco pieno di immondizia aperto, che mi ha dato l’impressione
di una presenza (quella dell’affittuaria dell’appartamento) fatta in modo assai poco
accogliente e… igienico!
Quando siamo entrate nel monolocale non c’era molta luce, ciò non ha impedito ad
Ilenia di notare una perdita d’acqua sul soffitto; in effetti, nell’aria percepivamo un forte
odore di umidità. L’agente ci ha fatto uscire dall’appartamento e notare che la perdita
proveniva dal tetto, quindi era facilmente riparabile.
Siamo rientrate ed io ho osservato il piccolissimo locale, con un angolo cucina ed un
bagno, un divano letto da aprire ogni sera per poter andare a dormire, un tavolo
rotondo. Alla finestra c’erano le inferriate; le saracinesche erano apribili elettricamente.
Ho pensato che l’appartamento dove attualmente abito era molto più ridente e
luminoso: la mia mente intanto ritornava all’esperienza abitativa di Roma, con una
150
ragazza peruviana, in cui oltre ai disagi pratici (la mancanza di mobili ed
elettrodomestici, da noi poi faticosamente procurati), c’erano state incomprensioni e
discordie, anche per colpa mia. Ho rivissuto -per un breve tempo- la sensazione di
estraneità e di malessere che provavo allora, specialmente negli ultimi tempi della
coabitazione, in cui addirittura J. ed io non ci rivolgevamo più la parola. Mi sono
ricordata di un particolare episodio: un sabato pomeriggio la ragazza peruviana era
uscita lasciando in casa tre o quattro sacchi pieni di immondizia da buttare. Ho cercato
di ritornare al presente, di osservare con attenzione i servizi, il locale caldaia, comune al
bilocale e al monolocale (ohimè, anche qui una scopa ed un “mocio” erano il segno di
una presenza già installata!). Quando siamo uscite, mi sono sentita sollevata e senza
alcun rimpianto per il fatto di non possedere – nella realtà – la somma per affittare
l’appartamento. Abbiamo detto all’agente che io preferirei un bilocale senza specificare
che l’appartamento visitato non era un granché. Dopo aver salutato l’agente
immobiliare ci siamo allontanate, e Ilenia mi ha di nuovo chiesto quali sensazioni mi
abitassero: ero ansiosa ed angosciata, un po’ per la mia condizione di insoddisfazione
riguardo alla vita che sto facendo e alle soluzioni che mi vengono proposte
nell’ambiente che io frequento, la Chiesa, e che comportano una scelta di coppia e di
avere un figlio (quest’ultima clausola è per me inaccettabile vista la sofferenza che io ho
provato nella mia famiglia d’origine). A tale stato di angoscia si aggiunge la sofferenza
provata vedendo quell’appartamento, così infelice anche perché mi ricordava un
periodo non facile del mio passato.
L’unico fatto positivo era che, avendo avuto un’esperienza di affitto a Roma e
trovandomi ora in un gruppo appartamento, mi ero sentita a mio agio nel visitare un
appartamento allo scopo di locazione.
Mi sono ricordata che anche quando ero bambina o ragazza, con la mia famiglia
avevamo affittato un appartamento per le vacanze al mare.
Questo bagaglio di esperienze, anche se non tutte positive, è valso ad abilitarmi, almeno
in una parte, all’attuale compito di ricerca per conto di Casa Bordino (quel che consiste
nel trovare appartamenti).
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Tutto ciò è un piccolo motivo di soddisfazione, di serenità e di fiducia per proseguire il
lavoro.
Telefonate di controllo (a cura di Emilia)
Ad Emilia viene dato il numero di un’altra agenzia alla quale far riferimento e le viene
offerto il medesimo monolocale in via S.P. Si accorda per andarlo a visitare. Emilia:
l’appartamento è davvero un buco, in cui c’è molta umidità. Non è difficile rifiutarlo. A
35 giorni dall’esperimento Emilia viene contattata dall’agenzia che le offre un
appartamento in via F. a 400 euro.
Verifica (a cura di Ilenia)
Ilenia chiama l’agenzia, su indicazione di Emilia e le fanno la stessa proposta, alle stesse
condizioni. Ad Ilenia che richiama per rifiutare l’offerta viene offerta una seconda
chance: un bilocale in via A. a 350 euro più circa 30 di spese. Ribadisce che si è già
aggiustata diversamente.
La disponibilità nei confronti di Casa Bordino è stata pari, se non superiore, a quella
dimostrata ad Emilia, alle medesime condizioni: ad Emilia hanno proposto due alloggi,
ad Ilenia addirittura un terzo.
DISPONIBILITÀ NON VERIFICABILE PER MANCANZA DI OFFERTE
Appartengono a questa categoria quelle agenzie che si sono mostrate disponibili ma
che, non avendo offerte, non sono state messe alla prova dei fatti.
Nel primo e nel secondo caso (due agenzie locali visitate da Ilenia e Cesare; Lorenza e
Sara) si può registrare però un interesse genuino nei confronti della situazione della
persona con problemi psichici in cerca di casa, denotato sia dalle parole, sia dal
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linguaggio non verbale (si privilegia di fatto il contatto oculare e la comunicazione
diretta con Sara e con Cesare).
Ad esempio Ilenia ricorda che la agente da lei incontrata assieme a Cesare ha una
modalità quasi materna:
L’atteggiamento è molto cortese, come di una persona che sa fare bene il suo mestiere.
Sembra che a questo punto si possa anche andare via, ma la signora gentilmente ci dice
di provare a verificare anche nelle agenzie vicine alla sua e ce ne sono ben tre, una delle
quali sarà meta di esperimento mio e di Sara la prossima settimana. Ci spiega anche che
in quella zona non è per niente facile trovare una soluzione che corrisponda ai nostri
canoni, poiché è piuttosto cara. A questo punto ribadiamo, perché forse su questo non
eravamo stati sufficientemente espliciti, che la zona che interessa Cesare è Parella, per
cui lei suggerisce che forse è meglio provare a rivolgersi in agenzie della zona e continua
dicendo che loro prevalentemente si occupano della zona limitrofa all’agenzia anche se,
spiega, hanno anche alloggi in altre zone e fuori Torino, ma si tratta perlopiù di grandi
case. La signora è quasi materna poiché domanda in tono garbato se Cesare abbia un
lavoro, per cui lui spiega il tipo di lavoro che svolge e il suo guadagno mensile. A questo
punto iniziamo tutti e tre a disquisire su quanto sia difficile far tornare i conti tra affitti
che sono sempre più cari e stipendi che non si adeguano a tale richiesta. Ci consiglia, se
non è un problema di provare magari a cercare l’appartamento in zone periferiche dove
magari si trova un affitto anche a meno di 450 €, poiché come sottolinea lei è difficile
riuscire a mantenersi se devi pagare tale somma di affitto con uno stipendio come quello
di Cesare. Si esprime su questi temi non in maniera critica nei confronti di Cesare, ma
quasi con interesse verso di lui, in questo senso penso che abbia un po’ “un cuore di
mamma”.
Si possono, inoltre, ricondurre a questa categoria anche agenzie le cui offerte superano
il budget previsto per la ricerca, ma che non mancano di offrirle sia a chi fa
l’esperimento, sia a chi si occupa di controllare le disponibilità. In questi casi (2 agenzie
locali e 4 in franchising) la cordialità è solo professionale, il colloquio rapido e formale,
153
come si evidenzia nel quasi-esperimento condotto presso un’agenzia in franchising da
Ottavio – che ne fa il resoconto – e Cesare:
Ciò che mi ha colpito è stata l’estrema rapidità con cui è avvenuto il contatto. Non
riuscivo a non avere l’impressione di essermi dimenticato di dire o chiedere qualcosa.
Chiedo a Cesare cosa ne pensa e lui mi dice che abbiamo in effetti detto tutto quello che
c’era da dire. La gestione della recita non è stata comunque ottimale a causa, sia del
rumore di fondo che mi costringeva ad un tono di voce per me non naturale, sia al fatto
che dopo due minuti sembrava già che noi avremmo potuto (o dovuto) uscire. Avevo
insomma l’impressione di rubare minuti. Parlando successivamente con Cesare
concordiamo sia sul fatto che il contatto visivo avvenisse principalmente con lui, sia sul
fatto che i ruoli che avevamo comunicato non avevano prodotto nessuna alterazione
rispetto a ciò che crediamo essere un normale contatto con i clienti. Cesare era perciò
l’interlocutore privilegiato e io cercavo di manifestare i rapporti fra me e lui inserendo
nell’interazione piccoli dettagli e richieste. Mi ha comunque stupito il fatto che non abbia
chiesto il mio nome una volta lasciatole il mio numero di telefono. Alla fine
l’impressione generale, di cui ho discusso anche con Cesare, è che l’agente abbia fatto
tutto quello che le sue mansioni prevedevano. Ha riempito una scheda (cartacea, grande
la metà di un A4) con tutte le informazioni che la scheda era predisposta a raccogliere.
Generalità, alcune caratteristiche principali da crocettare o meno, spazi bianchi da
riempire, qualche riga per le note.
I quasi-esperimenti sul campo dimostrano come il pregiudizio nei confronti delle
persone con problemi psichici siano ancora radicati e che questo influenza il
comportamento e non solo l’atteggiamento. A fronte di un solo caso di pregiudizio
manifesto, abbiamo raccolto sei casi che con appartenenza più o meno forte alla
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tipologia, possono essere classificati come di pregiudizio sottile23 in quanto si
connotano per l’utilizzo di strategie oblique per negare l’accesso alla casa.
Considerando che dei restanti nove casi solo uno può essere accreditato con certezza
come un successo nella transazione a favore della persona con problemi psichici, il
quadro non appare incoraggiante.
23 Per pregiudizio manifesto si intende l’avversione aperta delle persone nei confronti di specifiche
categorie sociali, mentre per pregiudizio sottile, s’intende un pregiudizio che tende a preservare valori
individualistici. In questa forma esso è sottile sia perché non nega apertamente la possibilità di accesso a
elementi di vita fondamentali – casa, lavoro – partendo dal presupposto che alcune categorie sociali non
possiedano i requisiti socialmente desiderabili per ottenerle, sia perché spesso la persona è inconsapevole
che quell’atteggiamento è, di fatto, pregiudizievole (Cfr. Pettigrew e Meertens, 1995).
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ALCUNE RIFLESSIONI CONCLUSIVE
Solo concludendo questa ricerca mi accorgo di non aver mai riflettuto sul fatto che
alcune categorie di adulti possono non essere padroni delle loro scelte abitative. Fra di
essi senza dubbio: i carcerati e spesso gli anziani non autosufficienti o i disabili gravi, le
persone indigenti e i religiosi (in particolare i missionari). A questa lista possiamo
anche aggiungere molte delle persone con problemi psichici che abbiamo conosciuto
nel corso della ricerca. Molte delle loro storie si caratterizzano anche per una
marginalità economica e sociale che diminuisce la capacità di essere protagonisti delle
loro esistenze. Una delle intervistate, Francesca, paragonando la sua condizione di
quarantenne priva di mezzi a quella di molti extracomunitari si sente fortunata: ha una
tetto e chi si occupa di lei.
La questione della scelta della casa per le categorie succitate a titolo d’esempio, ha però
sfumature di significato differenti: solo per i disabili e gli anziani non autosufficienti
quello in cui si vive (ricovero o istituto) diviene luogo di cura. Qui la persona trova del
personale qualificato e una struttura ergonomicamente predisposta all’assistenza. La
conduce lì la valutazione (più spesso dei familiari) rispetto all’impossibilità di autogestire
la propria quotidianità e la propria malattia nella propria casa. Pensare alla casa
come luogo terapeutico per le persone con problemi psichici significa, in qualche
misura, sposare un assunto simile: la malattia mentale produce una sorta di
“congelamento” delle capacità sociali della persona. Ciò si traduce, secondo questa
concezione, in un impossibilità a vivere normalmente nella casa. A ciò si accompagna la
difficoltà dei congiunti (come spesso accade anche ai genitori dei disabili e degli
anziani) a sostenere emotivamente la sofferenza del proprio familiare e il carico della
sua assistenza. Non ultimo, l’allontanamento dai familiari per ottenere una tutela
psicologica delle due parti, è una pratica diffusa in psichiatria, che fa immediatamente
sorgere il problema della collocazione abitativa. Se contemporaneamente si considera
che i disturbi più gravi insorgono in tarda adolescenza quando la persona non lavora o
156
spesso la malattia provoca un’interruzione nei percorsi di carriera, le questioni
mancanza di casa ed indigenza si sposano in un connubio complesso e difficile da
districare.
La mancanza di risorse economiche non affligge solamente le persone con problemi
psichici, ma, abbiamo visto, anche le casse della Sanità. Buona parte di tali fondi sono
assorbiti dalle strutture residenziali, le quali, è noto, hanno costi di mantenimento
(alberghieri e non) molto più elevati dell’assistenza territoriale. Per la psichiatria
torinese – per quanto è dato sapere grazie a questa ricerca – la scarsità di fondi e il
modello terapeutico della casa come luogo di riabilitazione, si intrecciano creando un
circolo vizioso. La mancanza di collocazioni abitative e la contemporanea richiesta
delle stesse da parte dei pazienti, si risolve in soluzioni spesso non ancorate alla storia
di vita e alle esigenze del paziente. Inoltre, alla mancanza di risorse, si associa la
considerazione diffusa che il gruppo terapeutico sia il detentore della conoscenza
(medica ed educativa) necessaria al paziente per raggiungere l’obiettivo riabilitativo.
La finalità della riabilitazione (connessa alla sfera della casa) è quella di raggiungere
l’autonomia, ossia l’affrancamento dal supporto nella quotidianità. Per quanto si siano
rintracciate delle differenze nell’intensità con cui le diverse Asl torinesi adottano il
Transitional Housing Paradigm (con la totale adesione solo da parte dell’Als 3) di
fatto, per tutte, l’approccio si basa sull’idea che le competenze sociali si accrescano,
seguendo un percorso di somma costante e di soglie successive di acquisizione, in
corrispondenza della collocazione in abitazioni in cui la presenza di pari e di esperti
diminuisce progressivamente. Non a caso, quando i pazienti acquisiscono una loro
casa personale (molto spesso la casa popolare) il servizio di supporto perdura per un
certo periodo di tempo, utile a verificare l’effettiva capacità della persona di vivere da
sola, senza supporti (alla pulizia, alla spesa, alla gestione del denaro e alla terapia) per
poi cessare. Vale a dire che, estremizzando, si dà per acquisita la capacità di vivere
autonomamente, una volta per tutte. Ovvero che se la persona va in crisi, anche la sua
capacità di vivere da sola deve essere messa in discussione, reinserendola in un
157
percorso di acquisizione progressiva dell’autonomia, che si accompagna spesso a un
ritorno a situazioni abitative più protette (Carmelo e Laura, ad esempio).
Una riflessione a questo punto si può fare sugli strumenti di cui si dota il personale che
fa capo alle Asl, per la valutazione del “funzionamento” della persona dal punto di
vista dell’autonomia. Fra quelli citati più spesso dagli operatori intervistati, sembra
imperare lo strumento dell’osservazione: le persone nella comunità o nel gruppoappartamento
vengono osservate nelle loro interazioni con gli altri pazienti e nella loro
capacità progressiva di portare a termine compiti specifici legati alla convivenza, in
attesa che la sintomatologia sia sufficientemente contenuta da consentire loro di
lasciare collocazioni abitative più protette, che la compliance farmacologia (requisito
minimo per passare in gruppo-appartamento o nella casa indipendente) sia raggiunta.
Al contrario non abbiamo registrato casi in cui i pazienti raccontino di essere stati
interpellati nel determinare le scelte abitative. È emblematico il racconto di Giovanna
che si oppone al modello per tappe propostole – più per rispondere all’applicazione di
un modello organizzativo che tenendo in considerazione le sue esigenze – modello che
l’avrebbe costretta ad andare in comunità. La sua strenua opposizione le consente di
saltare questo passaggio e di raggiungere in un tempo rapido una casa propria, dove
riuscirà a gestirsi autonomamente, nonostante la sintomatologia non sia scomparsa.
Ma tutti i pazienti se la sentono di mantenere una tale posizione quando, come
Giovanna, sono senza casa e non sanno dove andare dopo il ricovero?
Con ciò non si vuole sostenere che una casa indipendente sia l’ideale per tutti i
pazienti, esattamente come alcuni anziani preferiscono la casa di riposo dopo essere
rimasti vedovi o alcuni adulti continuano a preferire di vivere insieme ad altri –
studenti o lavoratori – piuttosto che abitare da soli. Assumere però che la collocazione
abitativa ideale per una persona con problemi psichici sia quella in cui gli altri
coinquilini ne condividono il genere/l’età/l’esperienza di vita, sembra quanto meno
riduttivo.
Senza dubbio il fenomeno della rarefazione della rete sociale primaria per le persone
con problemi psichici, confermato in decenni di letteratura scientifica, ritrovato
158
anche in questo studio e messo in evidenza come criticità sia da parte dei pazienti sia
dei familiari che resistono alla tentazione dell’abbandono, rappresenta un grave
ostacolo alla possibilità di ottenere un supporto non professional alla quotidianità e
favorisce il ricorrere all’istituzione territoriale, per superare il problema.
Ciò che si suggerisce è che svincolare la collocazione abitativa da una funzione
terapeutica per tappe, considerando le esigenze individuali, è possibile e auspicabile.
Il cambiamento da mettere in atto è a più livelli. A livello organizzativo implica
reindirizzare le risorse sul territorio, verificando più ampiamente la possibilità di
mantenere un legame con i familiari, mediante interventi mirati alla famiglia e
dislocare più risorse, una volta che la persona ottenga una casa propria, per
accompagnarla nella vita in casa anche in quei casi, spesso citati dai terapeuti, di
persone “non pronte” a vivere da sole (perché con problemi di autonomia non
raggiunta o di patologia acuta in quel dato momento), quando ottengono
l’assegnazione.
Pensare che il processo non sia lineare significa anche abbandonare alcune
convinzioni certe. Considerare che, con opportuni aiuti, la persona non abbia più
bisogno di nessuno è consolante, consente di pensare che il lavoro compiuto abbia
un senso, che è quello salvifico della guarigione. Consente cioè di attribuire un senso
di finitezza e quindi di riuscita al proprio agire quotidiano. Il modello per tappe
richiama, in termini simbolici, quello del nostos ossia i viaggi come quello intrapreso
da Ulisse che deve passare tappe in cui le insidie sono manifeste (mostruosità,
aggressione, morte) e tappe in cui l’insidia è latente (ospitalità che nasconde un
pericolo, divieto da rispettare) per raggiungere la casa agognata, la propria meta. È
un viaggio per “arrivare a” e il tempo vissuto è cristallizzato verso quella meta (la
storia di Barbara ne è un buon esempio). Se un modello per tappe esalta il senso di
ciò che si sta facendo, rendendolo evidente, meriterebbe però di essere supportato
da un’altrettanto forte pianificazione. Se si è deciso cioè che il sapere del gruppo
curante è la nave sicura attraverso cui si supereranno le fasi del percorso fino alla
meta, allora la pianificazione di tale rotta appare indispensabile. Al contrario, dalle
159
interviste, emerge che si naviga a vista: l’obiettivo è la riabilitazione, ma nessuno
scrive piani, nessuno delinea obiettivi, né mette a parte del loro contenuto e dei
mezzi per raggiungerli, colui che quegli obiettivi dovrà conseguire. È come se Ulisse
avesse detto ai suoi uomini: “mettiamoci per mare, una casa la troveremo”, anziché
“remiamo insieme per raggiungere Itaca, la nostra casa”. Lo stesso Ulisse avrebbe
rinunciato e forse si sarebbe accontentato delle bellezze ingannevoli di Circe.
Fuor di metafora, la rassicurazione che può venire dallo strutturare il proprio lavoro
attorno ad una meta precisa, si dissolve se non ne è altrettanto strutturato il
percorso. La strutturazione rigida mal si concilia, però, con l’andamento della
malattia mentale e anche, più semplicemente, con gli eventi di vita comune. La
consapevolezza che la malattia faccia ritorno, in relazione agli eventi più diversi, è
presente negli operatori e nei medici ed è altrettanto presente la frustrazione di
coloro che si trovano ad avere costruito un percorso e vedono che la strada tracciata
si dissolve sotto i loro piedi. La metafora di Penelope, fatta da Gaspare, volontario di
Casa Bordino, è esemplare: una tela tessuta che, improvvisamente a causa del
manifestarsi della malattia, si distrugge. Il confronto con gli insuccessi mette a dura
prova la sensazione di efficacia ed aumenta la fatica, per chi si cimenta con questo
lavoro.
La metafora di Penelope può però essere letta in altro modo: Penelope disfa la tela,
distruggendo di fatto il suo lavoro e la sua fatica, ma ottiene in cambio di poter
costruire il suo futuro, anziché subirlo. La sua vita in attesa di Ulisse non è meno
faticosa, giacché anch’ella come lui, non ha certezza dell’esito, non sa cioè se il suo
sposo tornerà mai da lei. Questa decostruzione cioè, rappresenta in realtà la base per
la costruzione del suo futuro. L’idea è quella di perseguire la medesima meta sia che
si tratti di Ulisse sia di Penelope (il recupero della persona nei ruoli e nei luoghi che
più le appartengono) ma avendo in mente che la persona strutturerà da sé la sua
tela, disfacendola e ricostruendola e che questo processo funziona se è sostenuto da
una rete a maglie flessibili, oltre che da risorse economiche, ma che il fallimento è
parte della complessità di questo gioco.
160
A questo proposito quanto sostiene Ron Coleman (199924), a partire dalla sua
esperienza personale di recovery è illuminante: “Se dovessi nominare tutte le persone
che hanno avuto un ruolo nel mio recovery, la lista sarebbe massiccia. L’altra cosa da
dire in proposito è che la maggioranza di loro non sono dei professionals. Una delle
mie fondamentali opinioni sul recovery è la premessa che esso non si può dare e non
può accadere nell’isolamento. E neppure può accadere se è completamente fondato su
una relazione professionista-cliente. Il recovery è per definizione una totalità e
nessuno può essere un tutto se è isolato dalla società in cui vive e lavora”.
Due aspetti sono cruciali in questa riflessione: il non professionismo a tutti i costi e la
corrispondenza fra recovery ed esistenza, che include quindi la componente medica (e
professional) ma non coincide con essa.
Ritenere che siano i Servizi di Salute Mentale a doversi occupare di tutti gli ambiti
dell’esistenza di un individuo, implica considerare che la malattia domini su tutte le
sfere di vita o che sia la chiave di lettura di ogni difficoltà, fallimento, inadeguatezza
della persona nelle varie vicissitudini della sua esistenza. Essa incide, in modi e misure
differenti, sul lavoro, gli affetti, il tempo libero, ma la psichiatrizzazione di questi ambiti
potrebbe non essere la strategia più efficace per superare il problema. Ampliare la rete
di supporto alla persona può significare cercare di ampliarla moltiplicando i contatti
con le persone che possono o meno occuparsi di psichiatria e possono o meno essere
dei professionals e accettare che non è necessario ancorare alla psichiatria l’intera vita
del paziente. Si tratta cioè di riattribuire agli attori i ruoli che effettivamente possono
rivestire: il terapeuta può avere un approccio empatico, adottare strategie di ascolto
delle esigenze del paziente in tutti quei casi in cui l’acuzie lascia spazio alla cronicità del
sintomo. Ne è un buon esempio l’infermiera che segue Elio, la quale accetta
l’opposizione alla terapia del paziente, negoziando con lui i tempi della
somministrazione, finché ciò non cagioni danno alla salute del paziente stesso.
Adottare un ottica di Supportive House è possibile, ma implica rivedere nel complesso
24 Tradotto dalla prefazione al libro di R. Coleman “Recovery An Alien Concept”. Gloucester: Handsell
Publishing, pubblicata sul sito http://www.roncolemanvoices. co.uk/Default.aspx?tabid=660
161
la propria idea di autonomia e anche di riabilitazione. Dal racconto del loro agire
istituzionale si coglie come i Servizi modellano un ideal-tipo di persona integrata in
grado di essere completamente autosufficiente, di bastare a se stessa. Questo modello
può però essere, non solo lontano dalle esigenze individuali (Carmelo, che preferisce la
comunità per il servizio alberghiero, o Barbara che va a vivere con il fidanzato malato
psichico contro il parere del medico), ma anche dai modi di vita comune che appaiono
infinitamente più variegati, appoggiati a reti parentali, amicali, o istituzionali, necessità
imposta dall’impossibilità di essere completamente autosufficienti (cioè isolati). In altri
termini si tratta di interrogarsi su cosa intendiamo per autonomia. Ci riferiamo al
contrario della dipendenza (dai Servizi di Salute Mentale) oppure abbiamo in mente un
modello di vita in cui la persona è consapevole dei suoi bisogni e dei suoi limiti e
conosce i modi consoni per richiedere supporto e li usa? (come sembra riuscire a fare
l’operatrice di Elio, quando accoglie il suo mondo spirituale, ma lo critica, gli offre un
appiglio sicuro, ma libero). Quale potente trasformazione è avvenuta nella persona che
vive da sola e, come dice l’operatrice di Anselmo: “Se ha bisogno sono sicura che
chiama…”, rispetto a quella a cui il tempo e il modo di vita sono normati da altri? La
prtima è guarita, è più sana dell’altra? O forse aver svuotato il luogo in cui vive di un
senso terapeutico, aver riattribuito al cibarsi, al vestirsi e al tenere a posto la casa,
null’altro che il suo significato intrinseco, (finalmente non educativo!) non ha
consentito alla persona di riacquisire una capacità negoziale e di ripensarsi persona,
anziché paziente in un percorso terapeutico di cui è difficile intravedere o anche solo
quantificare in termini temporali, la fine?
A livello di Servizi di Salute Mentale si può pensare d’introdurre la filosofia del
Supportive House, riducendo il più possibile il ricorso alla degenza in strutture protette
ai momenti di acuzie e sfruttando maggiormente il tessuto del territorio e, anche, la
cura domiciliare. Altro è riuscire a lavorare sulle relazioni umane, aspetto vischioso e
difficile da tratteggiare. L’ambiguità di ruolo vissuta da molti educatori non solo nei
Servizi di Salute Mentale che intrattengono relazioni emotivamente calde con i loro
utenti, aspetto fondamentale per rinsaldare il loro patto terapeutico-educativo, fa da
162
campanello d’allarme. Se colui che supporta la casa lo fa in quanto educatore/operatore
della domiciliarità, lo fa “per lavoro” allora quello nella casa è di nuovo un “lavoro
terapeutico-educativo” ed esula dalla filosofia caratterizzante il Supportive House:
avere il supporto che serve alla persona se e come quest’ultima lo definisce.
L’autonomia invece di essere la funzione dell’intervento ne è la conseguenza e la sua
funzione è il benessere percepito dalla persona, in base ai suoi parametri.
Professionalizzare, o meglio utilizzare dei professionisti per ottenere questo esito
potrebbe essere cioè deleterio, se non cambia radicalmente l’approccio mentale con cui
tale intervento viene eseguito. A tale proposito la professionalizzazione dell’azione di
volontariato offerta da Casa Bordino vissuta, da parte di alcuni volontari, come un
rischio capace di minarne il significato, potrebbe essere un falso problema. Di fatto, a
fare la differenza può non essere di per sé, il ricevere un compenso per quanto si fa
(soprattutto se assorbe quello che sarebbe il tempo del lavoro per persone in età
giovane), ma il modello alla base di tale agire. Al contrario ciò che merita attenzione è
con quali strumenti si governa il proprio agire: fra le volontarie alcune sono psicologhe
ed emerge, dal loro racconto, un’attenzione all’altro che si è giovata del loro metodo
psicologico. Con questo termine non s’intende il sapere psicopatologico (diagnosi e
cura) che è altra cosa dal metodo psicologico. Quest’ultimo si basa sulla capacità di
ascolto e contenimento che, se spesso sono doti innate, possono trovare negli studi di
quel settore una sistematizzazione che può essere opportunamente utilizzata allo scopo
di accogliere le richieste altrui e anche a preservarsi in parte dalla fatica emotiva di tale
contatto. Piuttosto che negare le competenze esattamente come non si chiede a Luca di
non utilizzare la sua esperienza negli Scout o al Cottolengo, o a Margherita quella di
terapista della Riabilitazione, si possono sfruttare anche quelle psicologiche nella
relazione con l’altro o nel supporto e nel confronto con gli altri volontari.
Ciò detto premessa fondamentale è il fatto di possedere una casa e questo è tutt’altro
che scontato, come pare osservando l’andamento dei quasi-esperimenti sul campo
condotti nell’ambito di questa ricerca. Le difficoltà sono numerose, non ultima quella
163
economica, che nelle nostre sperimentazioni abbiamo manipolato, rendendola più
rosea di quanto ci si possa attendere che sia nella popolazione delle persone con
problemi psichici che si rivolgono al Servizio Sanitario Nazionale. L’affidabilità
economica, sia in termini immediati, sia sul lungo periodo, volendo considerare
realisticamente la questione, è un problema di diverse categorie sociali (ad esempio i
lavoratori interinali). La possibilità di pensare a garanzie fornite da altri (come fanno
alcune cooperative ed associazioni) non è da scartare.
Anche gli agenti immobiliari, come tutte le altre persone, non sono esenti da
pregiudizi e cercano di evitare potenziali effetti negativi di una transazione
professionale da loro condotta, sulla loro immagine. Operare un supporto alla casa
può voler dire anche aiutare la persona ad intessere rapporti di buon vicinato quando
s’insedia, verificando così la disponibilità del circondario, per trovare dei punti di
riferimento che possono aiutare ad evitare che un momento di crisi si traduca in fatto
di cronaca, ed influenzi di riflesso negativamente l’immagine di colui che ha favorito
tale insediamento (agente o padrone di casa).
Alcune risposte delle agenzie si possono dire positive o quanto meno non negative in
partenza, dimostrando come l’avere problemi psichici non precluda di per sé l’accesso
alla casa. Accanto a questa rassicurazione, vale la pena annotare un fenomeno di
trasformazione nella discriminazione nei confronti del malato mentale: se questo
studio-pilota fosse stato condotto immediatamente dopo la chiusura degli ospedali
psichiatrici, probabilmente, avremmo ottenuto un numero molto più elevato di rifiuti
espliciti, giacché poteva apparire molto più legittimo giudicare apertamente in modo
negativo il malato mentale. Il pregiudizio appare oggi più sottile, ovvero è meno
socialmente desiderabile esprimere il proprio parere, ma ciò non significa che esso sia
superato o meno radicato25 di quanto era un tempo. Anzi proprio perché i fenomeni di
esclusione che da esso derivano sono più sottili, sono da un lato meno socialmente
biasimabili e dall’altro meno traducibili in occasioni di discussione o confronto diretto.
25 lo conferma anche alcuni studi curati da Nicoli e Zani (1998) che mettono a confronto quartieri in cui è
presente un Centro Diurno, un ex O.P. con uno di controllo (privo di strutture). Le rappresentazioni non
differiscono nei tre quartieri e sono tutte connotate per lo stereotipo di pericolosità.
164
Per ridurre questo atteggiamento sarebbe opportuno puntare su processi virtuosi,
potrebbe cioè essere interessante, in termini d’immagine, offrire una sorta di
accreditamento da parte delle Asl o delle cooperative sociali/associazioni o di
associazioni di consumatori, alle agenzie presso cui è stato possibile acquistare o
affittare locali per i pazienti. Una sorta di bollino di qualità di tipo equo e solidale, di
cui l’agenzia potrebbe fregiarsi, ottenendo un beneficio indiretto26 Se non sollecitati
dalla coscienza, i concorrenti potrebbero essere pungolati sulla pecunia. Inoltre,
questo consentirebbe di passare il messaggio agli agenti immobiliari che un
operazione di questo tipo non è economicamente rischiosa e ai generici condomini che
non è insolito (o pericoloso) avere un vicino con problemi psichici che vive solo, o con
altri, in una casa convenzionale.
Allo stesso modo potremmo pensare di imparare dai percorsi virtuosi degli utenti,
capendo che cosa li ha resi tali. Molte delle persone che hanno raggiunto la meta del
recovery, mostrano una forte determinazione nel desiderio di riappropriarsi della loro
esistenza e questo fattore protettivo sembra giocare un ruolo determinante. Ma questa
sensazione di autoefficacia può essere incoraggiata. Si può cioè pensare di costruire ed
anche stimolare la creazione di un progetto di vita generale, fatto di piccole/grandi
conquiste. Tale progetto ha senso se è condiviso fra gli attori del processo e se si basa
sulla conoscenza profonda della vita della persona al di là della sua patologia.
“Sembriamo spendere la maggior parte del nostro tempo rendendo le complessità della vita
ancora più complesse attraverso l’applicazione dell’oggettività scientifica piuttosto che
esplorare le nostre vite attraverso il semplice meccanismo della soggettività personale. È venuta
l’ora di fare conoscenza con un concetto alieno: it’s time for recovery” Ron Coleman.
26 Sulla scorta di quanto proposto da Cardano (2005) per certificare la qualità in termini di responsabilità
sociale, delle aziende che assumono disabili psichici.
165
APPENDICE 1 CARRIERE ABITATIVE DEI PAZIENTI
Giovanna (Asl 3; CI)
Ha 47 anni, è diplomata ragioniera. E’ rimasta a lungo sposata col marito da cui si è separata, ha due
figlie di 18 e 20 anni. I problemi di Giovanna sorgono per una crisi con il coniuge che si trasforma
in una depressione grave. I rapporti con il marito (e anche con le figlie in un primo momento) si
incrinano e le crisi si protraggono per anni. Si arriva al divorzio e, dopo un ricovero, Giovanna
passa un periodo in un GA costituto da sole donne di età e vissuti simili. Nel GA, passaggio che lei
giudica positivamente per riacquisire abilità perdute, e dopo aver scongiurato, rifiutandosi
strenuamente, un passaggio in comunità, le viene assegnata la casa popolare, mediante emergenza
abitativa. Grazie all’aiuto dell’educatore di riferimento si è riavvicinata alle figlie che non vivono con
lei, ma che frequenta regolarmente e si prospetta un lavoro (era stata impiegata per lungo tempo)
anche se un primo tentativo è stato fallimentare, a causa delle difficoltà di Giovanna con il
computer, per un periodo in presenza di un educatore, ora da sola. Ha un compagno (seguito dai
Servizi di Salute Mentale) che vive in una casa popolare propria.
Barbara (Asl 3; CI)
Ha 30 anni ed è segretaria d’azienda, casalinga. Presenta problemi psicotici (che lei definisce
esaurimento) iniziati in giovane età a causa di problemi familiari e della morte del padre (alcolista
violento). La situazione della famiglia d’origine è molto complessa: un fratello è tossicodipendente
l’altro ha problemi con la giustizia. Seguita dalla neurospichiatria fin dall’adolescenza, ha numerosi
ricoveri spesso traumatici. La sua storia di vita abitativa comincia a 19 anni con i passaggi in due
diverse comunità, anche fuori Torino. L’allontanamento viene scelto dai terapeuti per staccarla da
vincoli familiari giudicati negativi per Barbara. Passa ancora alcuni anni (fino ai 24 circa) in diverse
comunità in cui intraprende anche percorsi psicoterapici. Vive per un certo periodo in GA, insieme
ad una sua ex-compagna di comunità e infine approda alla casa popolare, di cui aveva fatto richiesta
autonoma, e va a vivere con il convivente contro il parere dello psichiatra.
166
Francesca (Asl 1 Sud; GA)
Ha 43 anni, è studentessa universitaria in materie umanistiche. Ha problemi di depressione con
spunti psicotici.
I suoi deliri di tipo religioso, la fanno finire dall’esorcista e poi, dopo un lungo ricovero in repertino
ed in istituto, viene collocata in una comunità fuori Torino e poi in un GA a Torino. Dovrà poi
lasciarlo perché collocato in una zona fuori della competenza dell’Asl di riferimento e viene
ricollocata, insieme alle sue tre compagne, in un altro GA, dove vive da circa 1 anno. La sua rete
sociale è pressoché assente, giacché le sorelle non si occupano di lei e le persone del GA
rappresentano la sua sola rete di supporto, con cui ha intessuto un rapporto pseudo-familiare.
Laura (Asl 1 nord; CO)
Ha 38 anni, ha fatto la 3° media. La madre era gravemente depressa e Laura faceva da mamma ai
fratelli. Si sposa precocemente, ma il marito muore dopo un mese. Abortisce il primo figlio. Dopo
due anni conosce un altro uomo che dal sud, la porta a Torino. Attualmente è separata e ha una
figlia di 11 anni. La figlia a 5 anni si ammala, Laura va in depressione e viene ricoverata in SPDC.
Poi passa in una comunità per un paio d’anni, periodo in cui la sua depressione migliora.
Dopo il ricovero in istituto, il convivente la pressa perché riassuma a pieno titolo il suo ruolo in
casa, lei tenta il suicidio e, dopo il ricovero, viene collocata in comunità (non protetta) in cui sta da 1
anno e mezzo circa. La comunità ospita 16 persone. La bambina intanto va in affidamento e Laura
e la figlia spesso s’incontrano in comunità.
Serena (Asl 1 nord; CI)
Nata a Torino, ha circa 40 anni, è diplomata ragioniera. Lavora presso un negozio equo e solidale.
Soffre di un disturbo depressivo non grave. Si allontana dalla famiglia per problemi relazionali e si
fa ospitare dalle Suore. Vive poi in un appartamento indipendente e quando la madre si separa va a
167
vivere con la figlia. Dopo tre anni muoiono sia la madre sia il fidanzato. Attualmente vive in una
casa indipendente da cui però è stata sfrattata. I servizi di salute mentale le propongono un
passaggio temporaneo in gruppo appartamento, anche in ragione di alcune difficoltà che ravvisano
nella sua vita autonoma.
Lucio (Asl 2; GA)
Ha 29 anni, universitario. Si ammala nel ’99 di depressione bipolare, subisce numerosi ricoveri
anche in Istituto. Dopo i primi due anni e mezzo, va in comunità; da due mesi in GA insieme ad
altre due persone, una donna e un uomo con cui la convivenza è molto complessa. Due mesi dopo
l’intervista con Lucio, la sua psichiatra, che non nasconde le difficoltà incontrate a coordinare
questo GA per la complessità delle patologie delle persone che ci abitano, comunica che Lucio,
dopo numerosi atti dimostrativi (autolesionistici in particolare) è in ospedale per un tentativo di
suicidio.
Remo (Asl 1 nord; GA)
Ha 55 anni, perito meccanico. 30 anni fa comincia il problema psichico, smette di lavorare (era
disegnatore in una grande industria). Vive gran parte della sua vita, nelle pensioni, per sua iniziativa.
Va in comunità e poi in un GA. Da un anno ha cambiato GA e vi si è trasferito insieme a due dei
suoi vecchi compagni di casa.
Carmelo (Asl 4; CO)
Ha 54 anni, proviene dalla Puglia, soffre di disturbi persecutori. La famiglia si trasferisce per motivi
di lavoro: lui lavora come operaio (alla Fiat e in altre grandi aziende). Attribuisce l’inizio dei suoi
problemi psichici allo shock per la morte sul lavoro di due suoi colleghi.
Si sposa ed ha una figlia. La moglie dopo 20 anni di matrimonio, muore di tumore. Va nella
comunità attuale, ma poi si tenta di mandarlo in un GA dove vive per 6 mesi con altre 4 persone e
168
qui non riesce a reggere l’autonomia, in particolare per ciò che concerne il diabete, a cui non riesce a
far fronte in modo adeguato, anche se Carmelo stesso afferma di non essere in grado (in quanto
uomo non abituato al ruolo) di sbrigarsela da solo, come è necessario in GA. Ritorna a vivere in
comunità dal 2001.
Elio (Asl 4; CI)
Ha 53 anni. Soffre di un disturbo depressivo bipolare la cui gravità si esprime maggiormente nel
periodo euforico. Da molti anni non subisce ricoveri; noto ai servizi da 15 anni circa, è “fanatico”
della meditazione e di discipline trascendentali/newage (cristalli con cui parla).
Ha lavorato come tappezziere, ma attualmente è disoccupato. Vorrebbe un lavoro di 6 ore che gli
lasciasse delle energie per meditare.
Quando stava male ha vissuto con la madre, poi deceduta. Vive anche in una mansarda
indipendente in cui poi si stabilisce il fratello e a causa di una convivenza difficile e della mancanza
di liquidi, richiede, con l’aiuto dei servizi, una casa popolare, dopo alcuni passaggi transitori (e
negativi) in locande.
Giuseppe (Asl 2; GA)
Ha 34 anni, schizofrenico con un’elevata consapevolezza di malattia.
Dopo lunghi anni di sofferenze cominciate in età adolescenziale legate alla schizofrenia, tenta il
suicidio. Dopo 80 giorni di rianimazione, tenta prima di entrare in una comunità religiosa, poi va in
una comunità per patologie diverse in cui sta molto male. I rapporti con i genitori sono molto
difficili e questi adottano generalmente dinamiche espulsive o di allontanamento. Dopo un
passaggio in un’altra comunità, va ad abitare (da due anni) in un GA. È un GA misto (4 uomini e 2
donne), in cui incontra la sua attuale fidanzata. Qui si riaccendono le sue difficoltà relazionali con
l’altro sesso e vive un momento di difficoltà che sta cercando di superare grazie all’apporto degli
educatori. Vive quello in GA come un passaggio intermedio verso l’agognata autonomia. Il GA in
cui vive è protetto, con una forte presenza di operatori: è infatti dotato di un seminterrato con
169
brande in cui dormono gli operatori che turnano sulle 24 ore, anche se “cercano di lasciarli molto
liberi”.
Elda (Asl 4; GA)
Ha 50 anni, meridionale, sin da piccola viene mandata fuori casa, affidata ad una famiglia dove fa la
serva più che la figlia. Il padre uccide un ragazzo, per vendetta questi uccide la figlia e sorella di
Elda. Elda aveva 8 fratelli tutti affidati a famiglie tranne 2 che scappano a Torino con la madre,
dove l’intervistata la raggiunge e viene messa in collegio, la madre finisce in un istituto causa
indigenza. Elda lavora come parrucchiera, vive un poco con sua madre e a 17 anni rimane incinta.
Finisce in un istituto per ragazze madri. Comincia a soffrire di depressione, da la bimba in affido.
Continuano i problemi di depressione e di anoressia. Incontra un tossicodipendente che poi sposa,
ma il matrimonio è pessimo: violenze dal coniuge che poi va in comunità. Suo padre si ammala di
tumore e lei torna a Torino da cui si era allontanata per lavorare e va ad abitare con la sorella. Il
padre muore. Sta da una sorella anche lei con problemi psicihci e rimbalza fra due sorelle, finché
non viene mandata in casa di cura. I servizi si attivano per trovarle una casa, intanto la figlia che
vive all’estero le chiede di andare ad abitare con lei. Mentre è dalla figlia, Elda sta male e viene
rinviata in Italia. Quando torna nessuno è disposto ad ospitarla ed approda all’attuale GA dove però
lei vive da sola. È un GA che si affaccia in una corte in cui c’è un insieme di altri GA e sotto c’è la
sede della cooperativa sociale che gestisce queste abitazioni e uno spazio in cui si riuniscono i vari
pazienti, per svolgere attività comuni.
Anselmo (Asl 1 sud; CI)
Ha 60 anni. I disturbi persecutori hanno inizio nel ’76 quando abitava in casa con la famiglia. Poi
vive con la madre e il fratello e poi in una pensione. Subisce un ricovero in repartino nell’84 a causa
di una rissa con vicini (deliri persecutori, persecuzioni dei vicini). Dall’80 all’88 abita in una locanda,
per poi passare ad un altra locanda cittadina, in cui vive fino al ’95. Viene poi collocato in una
comunità maschile e poi in una comunità-alloggio (una casa indipendente inserita in un complesso
170
di appartamenti/comunità femminili in cui l’intervistato viveva da solo). Dal 2002 vive in una casa
indipendente.
171
APPENDICE 2 TRACCE D’INTERVISTA
Traccia intervista ai pazienti in carico presso le Asl torinesi
Storia di vita
Arrivo nell’attuale
abitazione
Chi decide
Cambio abitazionemotivazione/
sentimenti
Opinione dei cari
1) Volevo cominciare chiedendole di raccontarmi
qualcosa su di sé… sulla sua vita.
2) Bene, mi ha raccontato molte cose di sé, ora vorrei
venire alla sua esperienza qui, in questa
casa/comunità. Come è arrivato qui?
Ø E’ stata una sua iniziativa?
Ø Gliel’hanno proposta all’Asl?
Ø Questa è stata l’unica soluzione che le
hanno proposto o c’erano altre alternative?
Ø Cosa ne pensava della proposta? (esplorare
i desideri)
3) Prima di abitare qui qual’era la sua sistemazione?
Ø Come mai ha cambiato sistemazione?
(esplorare tipo di problemi che hanno condotto al
cambiamento- malattia/rapporti genitori
complessi….)
Ø Che cosa è successo? (esplorare le relazioni
coi genitori/familiari)
4) Cosa ne pensano i suoi cari della sua sistemazione
attuale? (solo se è in rapporti con…)
Ø Che cosa li preoccupa, che cosa li soddisfa?
Primo ingresso nella
casa
5) Mi racconta il primo giorno in questa casa… tutto
nuovo immagino….
Ø Quale è stata la sua prima impressione?
Ø Che cosa l’ha colpita?
Ø Che cosa non le andava a genio?
Ø In seguito questa opinione è cambiata?
o In che modo?
Giornata-tipo
Uso del tempo
libero/week-end
Relazioni con
parenti/amici
Gestione della casa
6) Vorrei passare ora a parlare della vita che fa qui. Mi
racconta una sua giornata-tipo?
Ø Il sabato e la domenica?
Ø In che modo passa il suo tempo libero nella
casa/comunità?
Ø Le capita di ricevere la visita di
amici/parenti?
7) (GA) Chi si occupa della gestione della casa (spesa,
pulizie, pasti)
8) (GA-casa) Qualcuno vi/la aiuta per la gestione
della casa?
Ø (GA) Come vi siete regolati? Ognuno ha un
compito in particolare oppure…
172
Conflitto/armonia
Condivisione degli
spazi
Gestione della
sofferenza altrui e
propria
Ruolo degli operatori
Ingressi e uscite degli
ospiti
9) (GA-comunità) Generalmente va d’accordo con gli
altri ospiti?
Ø (GA-comunità) Ricorda qualche episodio
(negativo) in particolare?
Ø (GA-comunità) Come avete rimesso a posto
le cose?
Ø La condivisione degli spazi rappresenta un
problema?
o In che modo?
10) Alle volte le persone possono stare male, avere
dei periodi difficili, dev’essere difficile anche per chi
gli sta vicino… come è andate nella sua esperienza?
Ø In che modo vi aiutate?
Ø Quando capita a lei gli altri come si
comportano?
11) (GA-casa) (Oltre alle persone che vi/la aiutano
nelle pulizie) ci sono (anche) degli operatori che
vengono a farvi/le visita?
Ø Che cosa fanno con voi/lei?
12) (GA-casa) Non sempre è piacevole avere gente
che circola per casa… lei cosa ne pensa?
Ø Ricorda qualche episodio in particolare?
Ø Qual’è allora il contributo di queste
persone?
13) (Comunità) Nella comunità sono presenti degli
operatori. Che ruolo hanno?
Ø Pensa che siano d’aiuto?
Ø Che cosa non le va a genio?
14) (GA-comunità) Nel corso della sua vita qui, è
capitato che qualche ospite cambiasse sistemazione?
Mi racconta come è andata?
Ø Come si è sentito?
Ø Cosa è cambiato nella sua vita quotidiana?
Ø E in quella dei suoi compagni?
Ø Che cosa è successo dopo?
Ø Cosa ricorda dell’arrivo della nuova
persona?
Ø Che cosa ha trovato difficile?
Ø Quali sono stati gli aspetti positivi?
Bilancio dell’esperienza 15) Siamo giunti quasi al termine della nostra
intervista e le chiederei di fare un bilancio di questa
esperienza, individuando prima gli aspetti positivi
Ø Quelli negativi?
Ø Come pensa che sarebbero migliorabili?
Ø Chi potrebbe aiutarla a renderli migliori?
173
Aspirazioni future
Proprie e degli altri
significativi
Dati anagrafici
16) Volevo chiederle ancora che cosa vede nel suo
futuro dal punto di vista dell’abitazione…
Ø Che cosa desidererebbe?
Ø Pensa che si potrà realizzare?
Ø Fra quanto tempo?
Ø In che modo?
Ø Chi potrebbe contribuire alla realizzazione
del suo sogno?
Ø I suoi cari come la pensano?
17) Per concludere solo alcuni dati anagrafici?
Ø Quanti anni ha?
Ø Lavora.. in che modo si mantiene?
Il suo titolo di studio?
Traccia intervista agli utenti supportati da Casa Bordino
Storia di vita
Storia abitativa
Arrivo nell’attuale
abitazione
Conoscenza Casa
Bordino
1) Volevo cominciare chiedendole di raccontarmi
qualcosa su di sé… sulla sua vita.
2) Bene, mi ha raccontato molte cose di sé, ora vorrei
ripercorre re con lei le principali tappe abitative della
sua vita Da quanto tempo abita in questa casa?
Ø Con chi vive?
3) [Solo se ha avuto altre sistemazioni] Prima di abitare
qui qual’era la sua sistemazione?
Ø Come mai ha cambiato sistemazione?
(esplorare tipo di problemi che hanno condotto al
cambiamento- malattia/rapporti genitori
complessi….)
Ø Che cosa è successo? (esplorare le relazioni coi
genitori/familiari)
4) Quanto tempo fa ha conosciuto Casa Bordino?
Ø Come sono andate le cose? Come vi siete
incontrati?
Ø Qualcuno ne ha parlato con lei?
5) Ha parlato con il suo psichiatra di Casa Bordino??
Ø Cosa ne pensava il suo psichiatra?/ Cosa le ha
detto il suo psichiatra in proposito?
Contributo
volontari di Casa
Bordino
6) Vorrei capire meglio i rapporti con Casa Bordino. Cosa
avviene? I volontari le fanno visita?
Ø Uno in particolare o diversi?
Ø Pregi e difetti di ciascuno/preferenze
Ø Frequenza della presenza
7) Cosa fate insieme?
Ø Quali sono gli aspetti positivi/negativi?
Ø Che cosa le piacerebbe che facessero e che non
fanno?
174
Partecipazione vita
associativa Casa
Bordino
Uso del tempo
8) [Se il paziente vive con altre persone, non in carico ai
servizi di salute mentale] Quali sono i rapporti fra i
volontari e gli altri componenti del nucleo familiare?
(ci interessa capire se “ci si pesta i piedi” se c’è
collaborazione)
9) Da quando ha incontrato Casa Bordino, n anni fa
(oppure nel 19xx), è cambiato qualcosa nei rapporti fra lei
e il/i volontari, nelle cose che fate insieme – nel bene e
nel male… ?
Ø In che modo?
10) Oltre alle visite che le fanno i volontari partecipa ad
altre iniziative organizzate da Casa Bordino?
Ø Quali ?
11) Mi racconta una sua giornata-tipo?
Ø Il sabato e la domenica?
Ø In che modo passa il suo tempo libero nella
casa/comunità?
Ø Le capita di ricevere la visita di amici/parenti?
Ø Chi si occupa della gestione della casa (spesa,
pulizie, pasti)
Bilancio 12) Ripensando alla sua vita quotidiana prima
dell’incontro con i volontari di Casa Bordino, come la
descriverebbe?
Ø Che cosa è cambiato da allora?
13) Immaginiamo che per tre mesi il volontario che la
segue non potesse venire e fosse impossibile individuare
un sostituto, cosa succederebbe?
14) Se fosse lei a dirigere Casa Bordino cosa farebbe?
Ø Cosa cambierebbe?
175
Traccia intervista agli operatori delle Asl torinesi
Ruolo
dell’operatore
Regole
Nuovi ingressi
Giornata tipo
Modello
riabilitativo
1) Volevo cominciare chiedendole di raccontarmi
qualcosa in merito al suo ruolo di operatore per la
domiciliarità. Di che cosa si occupa?
2) In particolare in questa casa/comunità, da quanto
tempo opera?
3) Mi descriverebbe una giornata-tipo in cui lavora qui?
Ø Quali sono le sue principali attività?
4) Le attività sono strutturate in base ad uno specifico
progetto?
Ø In che modo?
Ø Chi contribuisce alla costruzione del progetto?
Ø Per la messa a punto del progetto riesce ad
ottenere la collaborazione del paziente?
5) Immaginando che io entri oggi in questa
comunità/casa e mi si debba spiegare come si vive qui,
cosa mi verrebbe comunicato?
6) In che modo sono determinate le regole da osservare
nella casa/comunità?
7) In che modo sono comunicate ai nuovi arrivati?
8) Quali sono le deroghe giudicate ammissibili?
Ø E quelle inammissibili?
Ø Ha in mente qualche episodio in particolare?
Ø Ci sono momenti in cui è possibile aprire una
discussione fra ospiti e operatori sulle regole?
9) Un momento di transizione complesso è sicuramente
quando un nuovo ospite entra a far parte della
casa/comunità. In che modo viene gestita la
situazione?
10) Parlando in particolare di (nome paziente) vorrei che
provasse a descrivermi una giornata-tipo con (nome
paziente)
11) (per GA) con che frequenza vi vedete?
12) Ci sono altri operatori che ruotano e fanno con (nome
paziente) le medesime attività?
13) Dovendo descrivere a qualcuno che non sa nulla di
psichiatria perché è importante svolgere queste
attività con (nome paziente), cosa direbbe? Qual è il
contributo specifico che ci si propone con il suo
intervento?
176
Condivisione con
altri operatori
14) Quali segnali le fanno capire che (nome paziente) sta
attraversando un periodo difficile?
15) Quali segnali invece le dicono che tutto procede al
meglio, che ci sono dei progressi…?
16) Ci sono momenti in cui ha modo di comunicare ad
altri operatori di riferimento (ass soc, medico,
psicologo…) l’andamento della situazione di (nome
paziente)?
Ø Quando?
Ø In che modo (riunioni, moduli…)?
Traccia intervista agli psichiatri delle Asl torinesi
Storia di vita
Presa di decisione
su domicilio
Cambio abitazionemotivazione
1) Nell’incontro avuto con (nome paziente) la signora/il
signore mi ha raccontato la sua lunga storia (citare per
sommi capi). Volevo ripercorrere con lei la storia di….
Ripercorrere ciascuna tappa abitativa chiedendo:
ØStoria malattia
ØStoria abitativa ad essa connessa a cominciare da
come si è posto il problema della casa per (nome
paziente)
2) Erano possibili altre alternative rispetto alla
comunità/al gruppo appartamento in quel momento?
3) Come è stata presa la decisione di collocare la sig.ra/il
sig in comunità/GA?
ØQuale ruolo ha avuto (nome del paziente) in
questa scelta?
4) Perché questa sistemazione era la più opportuna dal
suo punto di vista?
5) (se comunità) Quali condizioni mancavano per
pensare ad una situazione meno protetta?
6) Nel corso del tempo la sig.ra/ sig.re ha cambiato
numerose collocazioni abitative. Che cosa ha
determinato il passaggio dall’una all’altra?
(ripercorrere le tappe)
7) Rileggendo oggi questa esperienza con (nome
paziente) pensa che si sarebbe potuto agire
diversamente?
ØIn che modo?
8) [se si è presentato il caso nelle vostre interviste] (nome
paziente) mi ha comunicato che non sempre lei ha
approvato le sue scelte abitative in particolare (citare
l’episodio). Come sono andate le cose?
177
Opinione dei cari
Politiche dei servizi
Barriere all’accesso
ØChe cosa non la convinceva?/ che cosa temeva?
9) Quando un paziente esplicita le sue esigenze ed esse
non sono realizzabili al momento quali sono le sue
strategie per fargli capire che la sua richiesta non è
accoglibile?
ØQuali sono le motivazioni che adduce?
ØIn alcuni casi la motivazione può essere connessa
alle reali condizioni di salute che non consentono ad
esempio alla persona di vivere in un contesto
abitativo del tutto autonomo. In questi casi come si
regola? Cosa dice al paziente?
10) Spesso l’opinione dei cari ha un peso rilevante. In
questo caso, ha avuto contatti coi familiari in merito
alla questione domiciliarità? Come sono andate le
cose?
ØSupporto o ostacolo
11) Volevo, prima di concludere, farle alcune domande in
merito al processo che consente ai pazienti psichiatrici
di accedere alla casa, in particolare in merito ai
soggetti istituzionali coinvolti e i rapporti che essi
intrattengono. Quali sono i suoi interlocutori in merito
al tema domiciliarità?
12) Che ruolo rivestono?
ØChi effettivamente accompagna il paziente lungo
questo percorso?
ØIn che modo?
13) Dovendo fare un bilancio del processo che consente ai
pazienti psichiatrici di accedere alla casa, come lo
valuterebbe?
ØAspetti positivi e negativi
14) Vorrei concludere chiedendole quali sono le condizioni
che facilitano l’accesso alla casa per un paziente
psichiatrico.
ØQuali gli ostacoli?
178
Traccia intervista ai volontari di Casa Bordino
Incontro con CB
Giornata tipo
Progressi e regressi
nell’autonomia
Contributo specifico
del volontario
Progetto di sostegno
all’utente ute
Modello
riabilitativo in CB
Bilancio
1) Volevo cominciare chiedendole di raccontarmi
qualcosa in merito al suo ruolo di volontario a CB.
Ø Come è venuto a conoscenza di questa
associazione?
Ø C’è stata qualche perplessità da parte sua, nel
diventare volontario
2) Di che cosa si occupa nell’associazione?
Ø Oltre alla sig/sig.ra (nome utente) si occupa di
qualche altro utente?
3) Vorrei passare ora a parlare di (nome utente). Nel
nostro incontro la signora/il signore mi ha raccontato
la sua storia. Volevo ripercorrere con lei la storia
abitativa di (nome utente) a cominciare da come si è
posto il problema della casa per lui/lei.
4) Mi descriverebbe una giornata-tipo in cui incontra il
sig/sig.ra?
Ø Che cosa fate insieme?
Ø Con che frequenza vi incontrate?
Ø Quali sono i rapporti con altri familiari [se
presenti nella casa/in visita]?
5) Quali segnali le fanno capire che (nome utente) sta
attraversando un periodo difficile?
6) Quali segnali invece le dicono che tutto procede al
meglio, che ci sono dei progressi…?
7) Ci sono occasioni di confronto con altre persone di CB.
in merito alla situazione dell’utente?
Ø Le attività che svolgete insieme sono
concordate con altre persone di CB?
Ø In che modo?
8) Viene messo a punto un progetto per il sostegno
all’utente?
Ø In che modo?
9) Dovendo descrivere a chi non la conosce CB, come la
descriverebbe?
Ø Di cosa si occupa?
Ø Qual è la sua “filosofia”?
Ø Qual è il contributo specifico che lei si propone
con il suo intervento?
10) Se fosse lei a dirigere Casa Bordino cosa farebbe?
Ø Cosa cambierebbe?
Che cosa va valorizzato?/ritiene importante?
179
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